Costa Concordia, approvato piano per rimuovere lo scafo dal Giglio

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Dal sito Green Style, 16 maggio, 2012

La Costa Concordia verrà riportata in asse e posta in condizione di galleggiare. Successivamente il gigante dei mari lascerà le coste dell’Isola del Giglio per essere trasportata in cantiere e probabilmente smantellata.

Alla riunione decisiva hanno partecipato tra le amministrazioni intervenute il Ministero dell’Ambiente, il Commissario all’emergenza Franco Gabrielli, il Comune gigliese, la Provincia di Grosseto, la Regione Toscana e l’Arpat, stabilendo come durante la rimozione debbano essere rispettati specifici vincoli a tutela del patrimonio ambientale delle aree protette.

A procedere nelle operazioni saranno la Micoperi e la Titan Salvage, chiamate come detto a rispettare le prescrizioni imposte per evitare ogni rischio di disastro ambientale. Si confermano tuttavia lunghi i tempi di rimozione dello scafo dalle coste gigliesi, stimato in un periodo compreso tra i 9 e i 12 mesi. Nel video che segue, pubblicato sul canale GiglioNews di YouTube, una simulazione delle fasi di recupero previste nel piano di rimozione.
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Eni cede 110 ettari a Comune e Regione

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Firmato l’accordo in prefettura. Scaroni: pronti a investire 8 miliardi in Italia, a Marghera 120 milioni. Orsoni: una firma storica
La Nuova di Venezia, 15 maggio 2012, sezione CRONACA

E’ stato firmato, in prefettura a Venezia, alla presenza, tra gli altri, del ministro dell’Ambiente Corrado Clini e dell’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, l’accordo per la cessione delle aree di Eni-Syndial alla Regione Veneto e al Comune di Venezia per lo sviluppo di progetti di reindustrializzazione.

Si tratta complessivamente di oltre cento ettari e l’accordo contribuirà al piano di insediamento di nuove attività industriali a Porto Marghera, anche in relazione a quanto previsto dall’ accordo di programma per la bonifica e la riqualificazione ambientale del sito di interesse nazionale di Venezia-Porto Marghera e aree limitrofe, firmato il 16 aprile scorso dai ministeri dell’Ambiente e delle infrastrutture, dal

magistrato alle Acque , Regione , Provincia, Comune di Venezia e Autorità portuale.

«Investiremo in Italia otto miliardi di euro nei prossimi 4 anni». Lo ha dettol’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni a margine della firma dell’accordo per la cessione delle aree di Eni Syndial a Porto Marghera alla Regione e al Comune.

«Non manca la volontà di investire nel nostro Paese – ha sottolineato Scaroni – si tratta di investimenti industriali principalmente nella chimica e nella raffinazione. Continueremo a investire nelle nostre raffinerie». Ma a Marghera l’investimento previsto da Eni è di 110 milioni.

La firma per il passaggio delle aree, comunque, aspre nuovi scenari per Porto Marghera, con la possibilità che – dopo le necessarie bonifiche – altre aziende si posizionino nell’area. In particolare si punta sulla chimica verde e sulla produzione di biocarburante.

. Lo ha sostenuto il sindaco Giorgio Orsoni.

“Questo accordo – ha spiegato il sindaco – è figlio dell’intesa sulle bonifiche firmata il mese scorso e, soprattutto, è conseguenza diretta dell’approvazione del Pat da parte del Comune di Venezia, quel piano di assetto del territorio che ha definito una volta per tutte la destinazione del sito di Porto Marghera e ha chiarito che in questa area non ci potrà essere che industria”.

“Oggi stabiliamo che Syndial cederà una parte consistente di aree non attive del sito industriale e sono certo che grazie a procedure chiare e tempistiche brevi gli investitori che aspettano da anni potranno finalmente trovare soddisfazione. Porto Marghera potrà rigenerarsi, costruire un nuovo futuro di industria compatibile e moderna, capace di dare ricchezza al territorio e riattivare l’occupazione. Venezia si candida oggi a ritornare centro di produzione e di industria per tutto il Nordest”.
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Il fotovoltaico e la corsa a ostacoli della burocrazia

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La semplificazione burocratica e le rinnovabili sono lontani anni luce. Un racconto tecnico, e ai limiti del paradossale, di un tortuoso viaggio burocratico di un cittadino che decide di realizzare un piccolo impianto fotovoltaico da 3 kWp su tetto. L’articolo è a cura del Gruppo MSA, Movimento per lo Sviluppo Energie Alternative.
Da Qualenergia.it, 15 maggio 2012

Il faticoso percorso burocratico per la realizzazione di un piccolo impianto fotovoltaico è la dimostrazione di come in Italia burocrazia e rinnovabili siano ormai un binomio indissolubile. Nonostante la montagna di documenti da produrre e iter defatiganti oggi nel nostro Paese ci sono quasi 350mila impianti fotovoltaici. Come si è riusciti ad arrivare a questi risultati? Leggete fino in fondo questo interessante, utile e paradossale viaggio nella burocrazia e forse lo capirete.

Il signor Rossi decide di installare 3 kWp sul tetto della propria abitazione. Deve presentare il titolo abilitativo. E allora si inizi il viaggio con le autorizzazioni comunali.

Ogni Comune ha una propria regola e ovviamente una propria modulistica; oneri amministrativi diversi per non meglio precisati diritti di segreteria, diverse tempistiche e modalità di richiesta e di rilascio.

C’è spesso una notevole confusione nell’interpretare le linee guida nazionali sulle fonti rinnovabili e sul tipo di autorizzazione/abilitazione effettivamente idonea al tipo di impianto e di installazione da effettuare. Per esempio la CIL (Comunicazione Edilizia Libera) e titolo abilitativo “tipo” per una piccola installazione a uso domestico e che per legge dovrebbe potere essere presentata “anche per via telematica” (se solo i Comuni fossero TUTTI muniti di Pec che, sempre per legge, dovrebbero avere…) viene spesso complicata da esosissime richieste di documentazioni di ogni genere. Trattandosi di una “comunicazione che non richiede risposta” non si capiscono l’esigenza e la logica della presentazione di tali aggravi documentali.

Nel link “Rinnova” reperibile sul sito del GSE sono facilmente rintracciabili le vari tipologie di titoli autorizzativi/abilitativi necessari all’installazione di ogni tipologia di impianto. Perché i Comuni non vengono indirizzati al sito del GSE per la consultazione?

Se ci addentriamo nei meandri di tipologie di impianti leggermente più complicati, ci imbattiamo in una serie di Autorizzazioni più o meno originali che spaziano dalla SCIA (Segnalazione Certificata Inizio attività) alla PAS (Procedura Abilitativa Semplificata) alla DIA (Dichiarazione Inizio Attività). Veramente un percorso complicato e di difficile gestione da parte sia dei Comuni che dei tecnici che, troppo spesso, si ritrovano a perdere ore e ore nel drammatico tentativo di interpretare le logiche distorte di tecnici comunali che, persi nella non chiarezza delle direttive … interpretano a proprio modo.

Nel caso di vincoli di qualsiasi genere la situazione si complica oltremodo e occorre presentare ulteriore documentazione alle Sovrintendenze che impiegano tempi lunghissimi per esprimere il proprio parere. Spesso sfavorevole o con originali richieste.

Ma torniamo al Signor Rossi. Il suo tecnico è stato bravo e ha quindi presentato tutte le documentazioni e può quindi passare allo step successivo.

Il Comune che ha accettato la presentazione della CIL dovrà ora rilasciare un documento nel quale attesti che essa è “titolo idoneo” all’installazione dell’impianto. Un vero controsenso nel caso di edilizia libera, ma anche in tutti gli altri casi. Tra l’altro i Comuni hanno deciso di fare pagare il rilascio di questo documento attribuendone i costi all’apertura di una relativa istruttoria che in realtà non ha ragione alcuna di venire aperta. Crediamo che ogni commento in proposito sia assolutamente superfluo.

Questo rende impossibile per un comune cittadino districarsi da solo in questa selva oscura di carte, bolli e incertezze ed è quindi costretto a rivolgersi a un tecnico specializzato e molto agguerrito e da solo, questo, potrebbe essere sufficiente a demoralizzare buona parte dei  clienti e degli stessi tecnici.

Ma andiamo avanti. Superato il primo scoglio delle abilitazioni/autorizzazioni ci troviamo a fronteggiare il gestore di rete (spesso ENEL Distribuzione SPA, ma non sempre).

ENEL/Ente gestore della rete. La procedura ENEL/gestore di rete è composta di tre passaggi:

1) richiesta di preventivo (mediamente 4 documenti) si invia mediante posta elettronica certificata / portale Enel / raccomandata e serve per ottenere un semplice sopralluogo (che spesso non viene neppure fatto soprattutto quando la potenza dell’impianto è inferiore alla potenza già disponibile del cliente). Ovviamente questa richiesta si paga e molto: per i nostri 3 kWp sono 121 € iva compresa.

2) A seguito del sopralluogo (o non sopralluogo) viene rilasciata la TICA ovvero il preventivo di connessione vero e proprio che deve essere accettato dal cliente pagando ovviamente il corrispettivo relativo (altri 121 € ) .

Possiamo ora installare l’impianto FV da 3 kWp del nostro eroe. Ma per farlo funzionare il nostro gestore di rete dovrà allacciarlo.

3) Installato e allacciato, ora l’impianto è funzionante. Siamo a posto? Nemmeno per sogno. Dobbiamo tenerlo staccato perché ancora è necessario inviare un’altra decina di documenti al gestore di rete affiché venga a montare i gruppi di misura (i contatori) e ci rilasci l’agognato verbale di allaccio.

Tra i passaggi 2 e 3, intercorre una registrazione sul portale Terna (gestore della rete di trasmissione nazionale) da fare esclusivamente on-line. Le eventuali richieste di integrazione dell’ente distributore per i motivi più svariati e a volte fantasiosi sono dissimili tra Ente ed Ente in quanto ovviamente ogni distributore ha una propria modulistica e abitudini, anche semplicemente per interfacciarsi. E questo nonostante l’Autorità per l’energia abbia cercato di mettere inutilmente un po’ di ordine.

Questi passaggi necessitano da un minimo di 60 giorni circa per utenze domestiche sino a uno-due anni per grandi impianti localizzati in zone sfortunate.

Adesso che il nostro impianto funziona, e lo fa in modo egregio, resta da vincere la sfida dell’incentivo. Vediamo cosa dobbiamo fare con l’ente preposto, cioè il GSE.

Gestore dei servizi energetici. Con il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) si raggiunge la vetta della burocratizzazione del sistema. Procediamo alla registrazione sul portale GSE ed entro 15 giorni (solari, e ci mancherebbe altro) si deve caricare (assolutamente in PDF):

richiesta di concessione delle tariffe incentivanti
certificato antimafia
dichiarazione sostituiva dell’atto di notorietà
scheda tecnica dell’impianto
schemi elettrici di sistema
elaborati grafici di dettaglio
cinque fotografie (ben fatte e da diverse angolazioni)
elenco delle matricole dei moduli
elenco delle matricole degli inverter
dichiarazione di proprietà dell’immobile
autorizzazione alla costruzione dell’impianto
dichiarazione di idoneità del titolo autorizzativo
comunicazione del POD
verbali di istallazione dei contatori
certificato Censimp rilasciato da TERNA
certificati di ispezione di fabbrica per prodotti UE
fatture di acquisto
documento di identità del richiedente

Tutto ciò per un impianto fotovoltaico da 3 kWp!

In tutto questo le autocertificazioni, pur previste per legge come strumento di semplificazione, sono considerate prive di ogni validità, così come rimane lettera morta il divieto da parte di un ente pubblico di richiedere documenti già in possesso di un’altra amministrazione.

Ora, armati di pazienza, dobbiamo aspettare l’esito da parte del GSE. E questo sarebbe un lungo capitolo da affrontare in separata sede.

Il filo diretto con il GSE dura poi 20 anni non solo per la ricezione degli incentivi, ma anche per i rapporti di qualsiasi altra natura e non sempre risultano essere, come chi opera nel settore ben sa, assolutamente agevoli.

Se poi avessimo osato fare un impianto più grande, per esempio da 6,1 kWp, avremmo dovuto aggiungere altri documenti e se fosse stato da più di 20 kWp allora saremmo entrati nel girone dei dannati dell’UTF e delle Officine Elettriche (agenzia delle dogane) con tarature dei contatori e registri quotidiani da compilare copiando per benino (a mano su di un registro timbrato ) i dati dei contatori, pagamento dei diritti di licenza annuale, e pagamenti di addizionali sulle accise per tutta l’energia autoconsumata.

Poi per gli impianti in sola vendita o di potenza rilevante sopra i 20 kWp una volta all’anno saremmo costretti a compilare il cosiddetto “Fuel Mix” che altro non è che una comunicazione di produzione e/o per la comunicazione di “consumo” che altro non è che la trasmissione delle produzioni e consumi fatti alle Dogane (altro ente con cui si instaura un rapporto a vita, solo per impianti sopra i 20 kWp).

Conclusioni

Il nostro eroe ha ora il suo impianto fotovoltaico e ha avuto la fortuna di avere dei tecnici che sapevano cosa fare e che si sono fatti in quattro per rispettare tempi e leggi. A chi sostiene che la burocrazia è necessaria e serve per evitare “furbate“ vorremo domandare se dopo aver letto quanto riportato continui a ritenere che un Paese possa sostenere tanta inutilità per fare un prodotto di pubblica utilità come un impianto di produzione energetica alimentato da fonti rinnovabili.

E se facessimo lo “spread” reale tra Italia e Germania sulla burocrazia potremmo vedere che in Italia servono (mal contati) circa 40 documenti diversi per un impianto da 3 kWp, mentre in Germania sono di fatto 2 (avete letto bene 2). Per non parlare del contenimento dei costi.

E per controbattere alla tesi di chi asserisce che se la burocrazia fosse effettivamente troppo onerosa e di difficile attuazione non si sarebbero installati così tanti impianti e così tanta potenza, la risposta è che solo con l’incredibile determinazione, la costanza e la capacità di tecnici e di aziende riunitisi in gruppi nati sul web a margine di uno stato di necessità si è stati in grado di far fronte alle mutevoli e repentine variazioni legislative e normative (a volte anche in corso d’opera). Si è creata una rete di collaborazione e di supporto quotidiani a titolo assolutamente gratuito e volontario stravolgendo le normali regole di concorrenza a favore di una solidarietà mai vista prima d’ora.

Le proposte di semplificazione sono state fatte a più riprese in tutte le sedi, ma a oggi anche per il futuro quinto conto energia paiono rimanere lettera morta (anzi con il registro si ottiene un’ulteriore devastante complicazione), ma si sente soprattutto la mancanza di un coordinamento generale o ancor peggio si percepisce la netta volontà di frenare questo settore con innumerevoli ostacoli che rallentano la corsa ma che alla lunga uccidono il corridore.

Gruppo MSA, Movimento per lo Sviluppo Energie Alternative (tecnici e installatori del settore delle rinnovabili)
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Bonzio: «Fuori le Grandi navi dalla laguna. Troppi rischi»

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La Nuova di Venezia, 15 maggio 2012, sezione CRONACA

Ancora problemi per le grandi navi ormeggiate in Marittima. Domenica pomeriggio la Neew Amsterdam, nave da crociera della compagnia Holland America, per non rompere gli ormeggi a causa del forte vento ha dovuto azionare i dispitivi di bordo e le eliche laterali. Che hanno provocato correnti anomale e problemi alla navigazione di taxi, motoscafi e vaporetti Actv nel canale del Tronchetto. La denuncia arriva da Sebastiano Bonzio, consigliere comunale della Federazione della sinistra. Che ha inviato ieri una interrogazione urgente al sindaco Giorgio Orsoni e a tutti i capigruppo in Consiglio comunale. «Si dimostra la pericolosità della presenza all’interno della laguna di queste grandi navi», scrive Bonzio, «la Neew Amsterdam era ormeggiata in Marittima, di fronte al Tronchetto, e forse per non rischiare di rompere gli ormeggi come successo domenica 6 maggio a un’altra grande nave ha azionato le eliche laterali. provocando onde e grandi disagi alla navigazione dei piccoli mezzi, compresi di vaporetti Actv». Episodi che si ripetono e che secondo Bonzio devono far riflettere sull’urgenza di spostare in luoghi più sicuri fuori della laguna le grandi navi. Allarme girato anche dall’Associazione Ambiente Venezia e dal comitato «No Grandi Navi»
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Piani d’Azione Energia Sostenibile da non tenere nel cassetto

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Prima edizione del Premio A+CoM per i migliori Piani d’Azione energia sostenibile (SEAP) presentati alla Commissione europea nel 2010-2011. Hanno partecipato 55 Comuni. Il Comitato tecnico e scientifico, costituito da Alleanza per il Clima e Kyoto Club, assegnerà i premi il 26 maggio Firenze, nell’ambito di Terra Futura.
Da Qualenergia.it, 15 maggio 2012

Con la sua iniziativa “Patto dei Sindaci” la Commissione europea propone agli enti locali un rapporto diretto chiedendo il loro aiuto per realizzare gli obiettivi “3×20″ e nello specifico, il primo dei tre obiettivi, ridurre entro il 2020 del 20% le emissioni di CO2. Per gli enti locali firmatari del Patto significa fare uno sforzo non indifferente per cominciare a uscire dall’economia e dalla società del fossile. Un passo che non sarà risultato di una politica business as usual, ma richiede una forte volontà politica, una pianificazione intelligente e capacità di know how e finanziarie per implementare le azioni previste.

Rimane vero però che il primo passo, deliberata l’adesione al Patto dei Sindaci da parte del Consiglio comunale, è quello di fare un Piano. L’ufficio del Patto dei Sindaci a Bruxelles e il JRC, Joint Research Center della Commissione, hanno elaborato una struttura piuttosto precisa per impostare il Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile (SEAP) con l’obbligo di presentarlo entro 12 mesi dopo l’adesione. Tra un po’ saranno 2.000 i firmatari italiani, il che significa che nell’arco di un anno ci dovrebbero essere 1.000 SEAP. Attualmente sono 450, documenti con precise indicazioni sui consumi energetici attuali, le corrispondenti emissioni, le azioni a breve e medio termine con i relativi responsabili per l’attuazione, la strategia finanziaria nonché le quantificazioni delle riduzioni previste. Uno sforzo collettivo di inestimabile valore per portare avanti la svolta energetica in Italia.

Per quanto le linee guida del Patto dei Sindaci per l’elaborazione del Piano siano precise, rimangono ovviamente larghi spazi di come fare. Ci sono piani elaborati in modo schematico e piani che riflettono un impegno vissuto dell’ente locale a fare un passo nella propria “coscienza energetica”, acquisire e organizzare dati e informazioni, ragionare in maniera concertata con vari uffici interni e diversi stakeholder circa le azioni che si stanno iniziando e quelle che si intendono cominciare per migliorare la sostenibilità dell’Amministrazione e della città tutta. Due reti italiane che lavorano per la protezione del clima a livello locale, Alleanza per il Clima e Kyoto Club, a fine 2011 hanno indetto un Premio proprio per dare visibilità a questi piani di eccellenza. Piani d’azione che promettono di costituire il primo passo in un processo verso l’energia sostenibile e non un prodotto che rimarrà sul sito internet del Comune e in un cassetto di qualche scrivania.

Il bando di concorso per A+CoM, dove CoM sta per Covenant of Mayors, il Patto dei Sindaci appunto, ha avuto una risposta sorprendente. Alla prima edizione di questo premio annuale erano candidabili i Piani d’Azione energia sostenibile consegnati alla Commissione europea nel 2010 e 2011, quasi 250. Hanno fatto domanda per una delle quattro categorie del premio (in base alla popolazione: sotto cinque, venti, novantamila abitanti e sopra) 55 Comuni ritenendo che il loro piano fosse il migliore. Dopo un lavoro impegnativo del comitato tecnico e scientifico, tutto è pronto per la premiazione il 26 maggio alla Fortezza da Basso di Firenze, nell’ambito di Terra Futura.

Chi saranno i premiati? Si saprà in quella mattinata. Quello che però si può raccontare è la profonda impressione che hanno fatto agli esperti i tanti Comuni piccoli e medi che con poche risorse umane ed economiche hanno elaborato piani molto validi che alimentano la speranza fondata che il loro impegno proseguirà con l’implementazione nei prossimi anni.

Sarebbe presuntuoso pensare che queste comunità piccole e medie potranno fare da sole. Per poter agire avranno bisogno di una pianificazione energetica complementare delle Regioni e del Governo che in un autentico approccio di multi-level governance dovranno recepire questo grande patrimonio di dati e progetti per rispondere dall’alto, con politiche mirate di sostegno, a quello che sta per crescere con una forte progettualità e volontà dal basso.
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GSE, PUBBLICATO IL RAPPORTO SOLARE FV 2011

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Da Energheia Magazine, 15 aprile 2012

L’Italia si conferma al secondo posto mondiale per capacità fotovoltaica totale in esercizio. È questo uno dei dati che emergono dal Rapporto Statistico sul solare fotovoltaico del 2011 pubblicato ieri dal GSE, dove emerge che in Italia sono in esercizio circa 330.200 impianti per 12.780 MW installati ed 11 TWh prodotti.

L’anno si è arricchito, infatti, di 174.220 nuove unità per una potenza aggiuntiva di 9.300 MW, quasi tre volte la potenza esistente al 31 dicembre 2010; nel 95% dei comuni italiani è presente un impianto fotovoltaico.
Il meccanismo di incentivazione del Conto Energia, erogato dal GSE, è stato il principale artefice di questa crescita. Alla fine del 2011, gli impianti che già vi hanno aderito hanno raggiunto una potenza complessiva pari a 11.500 MW e contribuito al 91% della produzione del 2011 ricevendo circa 4 miliardi di euro.
L’Italia si colloca nel 2011 al secondo posto nel mondo per capacità fotovoltaica totale in esercizio alle spalle della Germania e al primo posto, davanti alla stessa Germania, per nuova capacità produttiva entrata in esercizio nell’anno.

Il Rapporto Statistico riporta la disponibilità nell’anno dell’energia dal sole, consistenza del parco fotovoltaico, produzione, ore di utilizzazione, incentivi e

servizi erogati dal GSE a favore degli impianti fotovoltaici.  Confronti internazionali illustrano lo stato del fotovoltaico a fine 2011 e i principali meccanismi di incentivazione utilizzati. Mappe, grafici e tabelle aiutano il lettore a comprendere i fenomeni descritti.

A completare la pubblicazione, un compendio statistico fornisce dati puntuali sullo sviluppo del fotovoltaico nelle regioni e province.
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Fotovoltaico, GSE: Italia seconda al mondo dopo la Germania

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Dal sito Green Style, 15 maggio, 2012

L’Italia come seconda forza mondiale nel fotovoltaico. Questo il dato reso noto dal GSE, che nel rapporto Solare Fotovoltaico 2011 piazza il nostro Paese immediatamente alle spalle della Germania. A garantire l’ottimo piazzamento italiano sono i 330.200 impianti per 12.780 MW installati ed 11 TWh prodotti.

Nel rapporto statistico del GSE sullo stato del fotovoltaico italiano emerge anche come ad influire positivamente sul bilancio 2011 siano state le installazioni avvenute nello scorso anno, ben 174.220 nuove unità per una crescita di potenza pari a 9.300 MW. Un vero e proprio boom se considerata la differenza rispetto a fine 2010, quando la capacità del solare elettrico in Italia si attestava ad appena un terzo rispetto ad oggi.

Significativa anche la presenza degli impianti fotovoltaici sul territorio, nella misura del 95% dei comuni italiani. Italia seconda come capacità totale al 31 dicembre 2011, ma prima davanti alla Germania per quanto riguarda le nuove installazioni. Primato garantito soprattutto dagli incentivi alle rinnovabili erogati tramite il Conto Energia.

Stando ai dati forniti dal Gestore dei Servizi, le imprese che hanno usufruito degli incentivi fino al 2011 hanno ottenuto 4 miliardi di euro realizzando in cambio un incremento di potenza installata pari a 11.500 MW e contribuendo al 91% della produzione nel 2011. Numeri significativi per il fotovoltaico italiano, alle prese in queste settimane con la delicata questione del Quinto Conto Energia e dei prospettati tagli agli incentivi per le fonti rinnovabili.

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Living Planet WWF: la Terra sta peggio rispetto a 20 anni fa

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Dal sito Green Style, 15 maggio, 2012

A vent’anni dalla Conferenza di Rio (e a pochi mesi dalla replica Rio+20 in programma a giugno) le condizioni di salute della Terra stanno peggiorando. Lo sostiene il WWF, che proprio in vista della nuova Conferenza internazionale dedicata alla qualità della vita e alla salute degli ecosistemi ha pubblicato l’ultima edizione del rapporto “Living Planet”.

Numerosi e sempre più gravi i problemi con cui la Terra deve fare i conti ogni giorno: aumento indiscriminato della popolazione, migrazione di massa verso le città, crescita dei consumi energetici e delle emissioni di anidride carbonica. A causa di questi fenomeni, spiega il WWF, l’umanità sta saccheggiando le risorse naturali a un ritmo mai visto prima, che mette a dura prova la sopravvivenza di specie animali e vegetali, minacciate dal pericolo di estinzione:

La conferenza di Rio +20 del mese prossimo è un’opportunità per il mondo per cominciare a fare sul serio nel puntare verso uno sviluppo sostenibile – ha commentato David Nussbaum, direttore del WWF Regno Unito – La nostra relazione indica che non lo abbiamo ancora fatto dall’ultimo vertice di Rio.

La domanda globale di risorse naturali, secondo il Living Planet Report, è raddoppiata dal 1996 e attualmente occorre alla Terra un anno e mezzo per rigenerare le risorse rinnovabili utilizzate dagli uomini in soli 12 mesi. In altri termini, spiega l’associazione ambientalista, servirebbe un altro mezzo pianeta per soddisfare le nostre necessità. Di questo passo, entro il 2030 avremo bisogno dell’equivalente di due pianeti per soddisfare la domanda di risorse naturali.

La cosa più allarmante, sostiene il WWF, è che la situazione, per molti aspetti, è addirittura peggiorata negli ultimi 20 anni, nonostante l’allarme lanciato dalla prima conferenza di Rio e gli impegni assunti dalle potenze di tutto il mondo. L’emergenza riguarda soprattutto le emissioni di anidride carbonica, che sono aumentate del 40% negli ultimi 20 anni, con i due terzi di tale aumento che si è verificato nell’ultimo decennio:

Abbiamo fatto importanti passi avanti, come la Convenzione quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici e quella sulla diversità biologica – ha aggiunto Nussbaum – Ma il progresso in entrambi i casi è troppo lento. E purtroppo i nostri stili di vita stanno avendo un impatto più rapido delle iniziative che stiamo prendendo per proteggere il pianeta.

Tra i problemi più urgenti, secondo il report del WWF, c’è la sicurezza degli approvvigionamenti idrici, che rappresenta una preoccupazione crescente in molte parti del mondo, collegata tra l’altro alla salute degli ecosistemi d’acqua dolce e allo sfruttamento sostenibile delle aree di pesca.

Tutto nero, dunque? Non esattamente. Secondo gli ambientalisti, una speranza potrebbe venire dalla riduzione del tasso di crescita della popolazione mondiale, calato dall’1,65% del 1992 all’attuale 1,2%. Nonostante questo, comunque, nel 2011 l’umanità ha raggiunto la cifra record di 7 miliardi di individui.

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Fotovoltaico: lo conoscono tutti. E il 69% degli italiani vuole incentivi

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Il 91% degli italiani conosce il fotovoltaico e il 69% pensa che le istituzioni nazionali dovrebbero farsene carico.
Dal portale di Virgilio, cartella GoGreen, 15 maggio 2012

«Se dico rinnovabile cosa le viene in mente?». Il 91% degli italiani ha risposto «Fotovoltaico». Si posizionano così al primo posto nella classifica delle fonti rinnovabili più conosciute i pannelli solari, a seguire l’eolico (86%) e poi l’idroelettrico (70%). Questi i risultati di un’indagine condotta da Nextplora per Ener20.

Gli italiani ripongono grande fiducia nel sole: il 67% di loro scommette che sarà la fonte di energia più utilizzata tra 20 anni.

E contro chi pensa che il peso delle rinnovabili sulla bolletta sia eccessivo, il 69% degli intervistati risponde che le istituzioni nazionali dovrebbero farsi carico della situazione dato che, con incentivi inadeguati, famiglie e privati sono quelli che meno possono intervenire.

E sono opinioni ragionate, dato che in passato otto persone su dieci hanno preso in considerazione offerte relative al mercato libero dell’energia e si sono fatte un’opinione anche sulle possibilità date dalle rinnovabili.
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L’ETS e la competizione tra rinnovabili e fossili in Italia

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Nel 2011 le emissioni dei settori ETS in Europa sono scese del 2%, ma le debolezze del sistema restano: eccesso di permessi che si traduce in prezzi della CO2 troppo bassi. Sul mercato elettrico questo comporta il paradosso che il carbone regge la concorrenza delle rinnovabili meglio del gas. E con una carbon tax?
Da Qualenergia.it, 16 maggio 2012

Nonostante la modesta ripresa economica avvenuta nel Continente, le emissioni delle fabbriche e delle centrali elettriche europee che partecipano all’emission trading system (EU ETS) nel 2011 hanno diminuito le loro emissioni del 2%, ha comunicato ieri la Commissione europea. Un risultato positivo che però potrebbe essere decisamente migliore se l’ETS riuscisse a garantire prezzi della CO2 abbastanza alti da stimolare misure di riduzione aggiuntive. Rimane infatti un eccesso di permessi a emettere e i prezzi della CO2 sono stracciati. Tra le conseguenze di questo c’è anche il fatto che, specialmente in Italia, nella concorrenza con le rinnovabili, il carbone resta più competitivo rispetto al gas, frenando la transizione in atto.

Dietro al discreto risultato del 2011 per l’ETS (emissioni del 2% sotto i livelli del 2010) si nascondono infatti dati che mostrano bene le debolezze di questo meccanismo. Come prima cosa va sottolineato che una parte rilevante della riduzione delle emissioni non è stata fatta “in casa”, cioè in Europa, ma nei Paesi in via di sviluppo: il 7% del totale dei permessi resi è stato infatti ottenuto sfruttando meccanismi di compensazione (quelli previsti dal Protocollo di Kyoto) che non sempre si sono dimostrati trasparenti (Qualenergia.it, Il CDM e quelle riduzioni di gas serra ‘finte’).

Ma soprattutto a minare l’efficacia dell’EU ETS è l’eccesso di permessi in circolazione, che sta portando a prezzi della CO2 troppo bassi: siamo sotto i 7 euro/ton. Un problema che è stato messo in evidenza nel corso della presentazione dei dati anche dalla Commissaria Connie Hoedegaard.
Come si vede dai numeri resi noti ieri, il volume dei permessi emessi, ma rimasti inutilizzati, è aumentato di 450 milioni nel corso del 2011: questo significa che dal 2008 sono stati messi in circolazione oltre 900 milioni di permessi in più rispetto a quelli che sono stati effettivamente utilizzati.

Un boomerang, dato che il meccanismo consente alle industrie di tenere per sé il proprio surplus di permessi e usarli nella fase successiva dell’ETS, quella che inizierà il 1° gennaio 2013. Dopo la ripresa economica, questi permessi saranno perciò disponibili per le imprese, sottraendo un incentivo rilevante agli investimenti rivolti a ridurre le emissioni. Proprio per evitare questo – ha fatto sapere la Hoedegaard – la Commissione sta indagando la possibilità che nella prossima fase dell’ETS vengano trattenute quote di permesso per ridurre l’oversupply.

Intanto i prezzi della CO2 non adeguatamente alti stanno avendo una particolare conseguenza sul nostro sul nostro mercato elettrico (aspetto rilevato anche da Giuseppe Artizzu, a.d. di Cautha, in un suo intervento di prossima pubblicazione su Qualenergia.it). Sta infatti accadendo che la concorrenza delle rinnovabili, specialmente del fotovoltaico durante il picco di domanda diurno, spinge spesso fuori mercato gli impianti a gas anziché quelli a carbone (Qualenergia.it, Picco prezzo kWh ‘anti-rinnovabili’, l’Autorità indaga). Proprio il basso prezzo dei permessi a emettere (ovviamente assieme all’alto prezzo del gas, specie in Italia) fa sì che gli impianti a cicli combinati a gas, che hanno emissioni nettamente inferiori, producano a costi maggiori rispetto a quelli a carbone, i più inquinanti in termini di CO2. Quando la concorrenza delle rinnovabili è alta, vengono così fatti fermare impianti a gas mentre quelli a carbone restano accesi.

Questo, oltre a dare notevoli problemi a chi ha investito in nuovi impianti a ciclo combinato, non ha senso rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione del sistema elettrico e potrebbe diventare un problema anche per lo sviluppo delle rinnovabili. Le fonti pulite non programmabili come eolico e fotovoltaico, infatti, convivrebbero bene con impianti flessibili e dalla produzione rapidamente modulabile come i cicli combinati a gas, ma è quasi impossibile farle coesistere su grossi volumi con impianti rigidi e dalla produzione poco modulabile come le centrali a carbone.

Una soluzione a questo problema potrebbe venire dalla carbon tax, già annunciata dal Governo. Nel Ddl ‘delega fiscale’, approvato ad aprile, si parla di un carico fiscale che colpirà i combustibili fossili in base al loro contenuto di carbonio, tassando maggiormente i più inquinanti e i proventi recuperati saranno usati per finanziare le energie pulite. Una novità che potrebbe penalizzare il carbone a favore del gas e delle rinnovabili, ma che per ora resta solo un’ipotesi vaga e ancora tutta da scrivere.
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