Cambiamenti climatici: «Venezia è già preparata»
Set 17
Tratto da GENTE VENETA, n.36/2011, 17 settembre 2011
Venezia è già pronta. O, se vogliamo quantificare, è avanti di una ventina d’anni. Gli altri, le città e i Paesi che si vedono a rischio a causa degli effetti dei cambiamenti climatici, devono ancora progettare gli interventi che in laguna sono invece già in buona parte realizzati. Quegli interventi che ci metteranno al sicuro anche se, entro qualche decennio, andasse così male da far salire il livello del mare di mezzo metro o più.
E’ questa la sintesi che un nutrito gruppo di esperti internazionali fa del confronto tenutosi in questi giorni a Venezia, presso la sede di Thetis, all’Arsenale.
Una novità tra le righe. Al centro del dibattito il che fare per difendere le città e le aree costiere qualora si avverassero le previsioni più fosche. Qualora, cioè, l’innalzamento delle temperature dovuto ai gas serra e al concomitante scioglimento dei ghiacci provocasse una crescita molto significativa del livello medio del mare.
La conclusione tranquillizzante – quella che il “sistema Mose” ci mette al riparo da disastri – in certo modo la conoscevamo già. I progettisti ne hanno parlato a lungo: le dighe mobili proteggeranno Venezia e la sua laguna anche se il mare si innalzasse entro i 60 centimetri rispetto ad oggi. Ragion per cui non serviranno altre opere eccezionali per integrare le difese.
La novità è più tra le righe, ma non per questo meno importante. Ha più a che fare con la filosofia d’intervento. Gli esperti a confronto l’hanno detta esemplificandola in più modi, ma in sostanza si tratta del fatto che la soluzione più efficace è combinare la difesa fisica con quella ambientale. Cioè che non esiste valida difesa fisica se non si sposa con la salvaguardia dell’ecosistema.
Tre ipotesi per il “caso Olanda”. Si potrebbe anche dire: servono meno ingegneri pronti a calcolare mega strutture in calcestruzzo e acciaio e più scienziati e tecnici che conoscano a fondo l’ambiente, che progettino e realizzino impianti per la produzione di energie rinnovabili, che conoscano a puntino i dinamismi interni e le capacità di compensazione e adattamento di un ambiente…
Ne è riprova il caso olandese, di cui si è parlato durante il convegno. In Olanda si sono mossi prima di noi: le dighe per riparare le coste dal mare sono state costruite già 25 anni fa. Ma allora ci si difendeva da quel che si temeva in quel contesto storico, e le conoscenze sui cambiamenti climatici erano ancora agli albori.
Così gli olandesi oggi devono ritarare il loro piano: così stanno progettando il da farsi. Sono state presentate tre ipotesi. La prima: costruire un enorme argine in calcestruzzo che protegga tutto il litorale. Un mostro in cemento che gli stessi esperti dei Paesi Bassi tendono a scartare come soluzione antiquata.
Una seconda ipotesi ha il volto della ritirata strategica: i cittadini che vivono sulla costa si sposterebbero verso l’interno. Ma pare una soluzione davvero di minima, che ricorda un po’ Caporetto.
Infine c’è l’ipotesi intermedia, che consiste nel rafforzare le arginature esistenti e nel realizzare dei grandi ripascimenti dei litorali. Delle ricostruzioni delle spiagge, insomma, con la sabbia. Queste opere modificherebbero la profondità dei fondali e mitigherebbero gli effetti dei mari in crescita; inoltre innescherebbero dei dinamismi naturali e biologici che funzionerebbero da efficace difesa. Questa è la soluzione che gli olandesi intendono adottare
Un po’ come abbiamo fatto noi a Pellestrina, con il ripascimento della spiaggia, o in altre zone litoranee.
«Un aspetto molto importante – fa sintesi Maria Teresa Brotto, amministratore delegato di Thetis – è che gli esperti qui convenuti hanno colto il fatto che a Venezia si è sempre operato con un approccio multidisciplinare, integrando le competenze ingegneristiche con quelle proprie dell’ecologia e dell’ambiente».
Cioè che la salvaguardia fisica è necessaria ma non sufficiente se non si unisce alla salvaguardia ambientale. Solo questo mix opera efficacemente e accresce la qualità della vita.
«Politici, ascoltateci. Scolari, anche». Le conclusioni hanno visto tutti concordi su questi aspetti: che la politica sia più pronta ad ascoltare tecnici e scienziati. E’ essenziale che chi prende le decisioni sia a conoscenza di tutte e anche le più recenti acquisizioni del mondo scientifico; che questo modo efficace di affrontare i cambiamenti climatici venga meglio interiorizzato dall’opinione pubblica. E per farlo bisogna partire dalla scuola: il rispetto dell’ambiente si costruisce nella coscienza dei bambini; agli adulti è più difficile chiedere ciò che non hanno fatto proprio quando erano piccoli.
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