Dic 16
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INNOVAZIONE. Il Commissario Ue Oettinger presenta la nuova strategia-quadro per gli Stati membri. La priorità è diminuire il ricorso al carbone. Il Wwf: «Ora potenziare la legislazione».
Da Terra, 16 dicembre 2011, sezione AMBIENTE
La parola chiave è “decarbonizzazione”. Ambizioso l’obiettivo individuato dall’Unione europea: ridurre dell’80% le emissioni di carbonio entro il 2050 senza mettere a rischio forniture e competitività. è una vera e propria rivoluzione nel settore energetico europeo quella delineata nella roadmap presentata ieri dal commissario Ue all’Energia Guenther Oettinger, che ha illustrato il nuovo quadro energetico nell’ambito del quale dovranno operare (ed impegnarsi) nei prossimi anni gli Stati membri. «Ora disponiamo finalmente di un quadro normativo europeo – ha spiegato il Commissario – per indirizzare gli investimenti nella giusta direzione. Solo con un nuovo modello energetico potremo rendere il nostro sistema sicuro, competitivo e sostenibile sul lungo termine». I cardini della strategia europea ruotano attorno ad una serie di «scenari esemplificativi» che punta prioritariamente su efficienza energetica, energie rinnovabili, energia nucleare e tecniche di cattura e immagazzinamento di CO2.
Rispetto a ciascuna opzione sono illustrati i vantaggi, così da offrire agli Stati membri uno schema di scelta che aiuti a raggiungere i rispettivi obiettivi. Il progressivo “allontanamento” dalla fonte fossile del carbone, tappa iniziale fissata da Bruxelles, è definito come «fattibile sia sul piano tecnico che su quello economico» e, addirittura, «gli scenari sul lungo periodo possono essere meno onerosi rispetto alle strategie attuali». L’Europa, dunque, certifica che un futuro senza carbone non solo è certamente più rispettoso dell’ambiente, ma indubitabilmente anche più conveniente da un punto di vista economico. Bruxelles, poi, ha ribadito che «l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili sono elementi cruciali», a prescindere dai mix energetici che gli Stati membri decideranno di usare in futuro.
Denominatore comune è, necessariamente, il «contenimento dell’aumento dei prezzi» possibile, però, se gli investimenti saranno fatti adesso: secondo l’Ue, infatti, i prezzi dell’energia elettrica sono destinati ad aumentare fino al 2030, ma diminuiranno successivamente grazie all’abbattimento dei costi delle forniture, a politiche di risparmio e al progresso tecnologico. A conti fatti, l’Ue deve ridurre la sua bolletta energetica da un minimo del 32% ad un massimo del 41% rispetto ai picchi degli anni 2005/2006. Uno scenario, quello individuato dall’Unione europea, che non convince appieno gli ambientalisti del Wwf, che fanno professione di concretezza: per Mariagrazia Midulla, responsabile policy Clima e Energia, «la Roadmap di Oettinger potrebbe rimanere un’illusione se non sarà supportata da una legislazione efficace. Non saremo in grado di trasformare il sistema energetico con un prezzo del carbonio che si sta rapidamente avvicinando allo zero e una proposta di direttiva sull’efficienza energetica terribilmente debole.
Nonostante il ruolo dell’efficienza e delle energie rinnovabili, la comunicazione esagera ancora i relativi costi e sottovaluta il loro potenziale. La legislazione Ue ha bisogno di essere migliorata immediatamente». Potenzialità che l’associazione ambientalista chiede di sviluppare appieno, superando il rischio che questa strategia rimanga cristallizzata al rango di “nobile intenzione”: «La rivoluzione nel nostro sistema energetico sarà un volano per l’occupazione e la green economy, nonché una garanzia di sicurezza e indipendenza per l’Europa. Ma le industrie di domani non possono essere costruite solo sulle parole. D’altro canto, per l’Italia la roadmap rappresenta un esempio positivo di approccio strategico, quello che tuttora manca nel nostro Paese. Ci auguriamo di avere presto un confronto con il nuovo Governo e in Parlamento su questi temi».
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Nov 12
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INQUINAMENTO. L’Istituto superiore di sanità rivela in Commissione ecomafie l’esito di uno studio sulle vittime per tumore nei Siti di interesse nazionale tra il 1995 e il 2002. È una strage silenziosa.
Da Terra, 12 novembre 2011, sezione AMBIENTE
«Nei 44 Sin (Siti di interesse nazionale, ndr), si sono verificati 10mila decessi per tutte le cause e 4.000 per tutti i tumori in eccesso rispetto ai riferimenti regionali. È una prima conferma del fatto che questi 44 Sin realmente rispondevano a un criterio di rischio sanitario esistente». È una strage silenziosa quella denunciata da Roberta Pirastu, epidemiologa dell’Istituto superiore di sanità (Iss). La ricercatrice rivela i primi, deflagranti, risultati del progetto Sentieri (Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio di inquinamento) che analizza la mortalità nel periodo 1995-2002 della popolazione che abita nel raggio di cinque chilometri in 44 dei 57 Siti di interesse nazionale, condotto dall’Iss, dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dall’università “La Sapienza” di Roma. I Sin sono aree in cui l’inquinamento di suolo, sottosuolo, acque superficiali e sotterranee, è talmente esteso e grave da costituire un serio pericolo per la salute pubblica e l’ecosistema. In sostanza, 57 tra zone industriali, dismesse e non, porti, lagune, cave, discariche abusive ed ex miniere, indivuduate con un’apposita legge, che lo Stato dovrà bonificare. Cui si aggiungono quelli di competenza regionale. In totale, soltanto i Sin, occupano il 3 per cento del territorio nazionale, da Nord a Sud, con oltre 300 comuni coinvolti e circa 9 milioni di abitanti. Da Bagnoli (Napoli) a Porto Marghera (Venezia), dall’area ex Sitoco (Orbetello) a Porto Torres (Sardegna), da Gela (Sicilia) a Papigno (Terni), i 57 Sin perimetrati nel lontano 1998 sono da allora, quasi tutti, in attesa di bonifica. Perché quei terreni sono contaminati da sostante tossiche o cancerogene, come diossine, idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti, amianto, solventi e policrorobifenili (Pcb).
Il 20 ottobre scorso la Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, che ha più volte visitato i Sin e acquisito informazioni, ascolta Loredana Musumeci, direttore del Dipartimento ambiente e connessa prevenzione primaria dell’Istituto superiore di sanità. «L’aspetto fondamentale che interessa la Commissione», spiega subito il presidente della Commissione, Gaetano Pecorella, è «proprio il progetto Sentieri, poiché in più di una città in cui siamo stati mancava completamente un registro epidemiologico». La dottoressa Musumeci arriva in commissione con degli appunti, perché lo studio epidemiologico non è ancora stato diffuso. Le maggiori preoccupazioni, ovviamente, derivano dall’amianto.
«Fondamentalmente, dallo studio emerge – spiega la Musumeci – un eccesso di mesotelioma pleurico nei siti dove abbiamo presenza di amianto (Balangero, Emarese, Casale Monferrato, Broni, Bari-Fribonit e Biancavilla), che copre un 10 per cento della mortalità in eccesso che abbiamo riscontrato nell’insieme. Nel dettaglio, nel periodo 1995-2002 nei Sin con amianto e altre sorgenti di inquinamento associabili sono stati riscontrati 416 casi di mesotelioma in eccesso rispetto all’atteso». E siamo solo all’inizio, perché «ci aspettiamo il massimo picco entro il 2020, visto che i tempi di latenza sono di almeno 30 anni». L’elenco, sembra un bollettino di guerra: «Eccessi di mortalità per tumore polmonare e malattie respiratorie a Gela e Porto Torres. Insufficienze renali, per le quali svolge un ruolo causale l’esposizione a metalli pesanti, nelle aree di Massa Carrara, Piombino, Orbetello, basso bacino del fiume Chienti e Sulcis-Iglesiente-Guspinese». Ad Orbetello, viene inoltre ipotizzata «un’esposizione della popolazione non solo attraverso le emissioni industriali» ma anche tramite «la catena alimentare, a partire dalla contaminazione dei sedimenti, visto che la laguna è caratterizzata da un allevamento intenso di acquacoltura». Nella zona di Trento nord, sono invece stati registrati «eccessi per malattie neurologiche», probabilmente causati da «piombo, mercurio e solventi organo-alogenati». Confermato anche «l’incremento dei linfomi non Hodgkin a Brescia, che si è messo in relazione all’esposizione a Pcb (policlorobifenili) diffusa in tutta l’area cittadina, comprese le aree agricole». Cui si aggiungono le malformazioni congenite. In questo caso, le condizioni morbose per i natali sono state osservate «a Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres». Per il direttore del Dipartimento ambiente e prevenzione dell’Iss, «sono queste, in estrema sintesi, le risultanze dello studio Sentieri».
Ma se la situazione è così grave, e in futuro potrà soltanto peggiorare, come mai lo Stato non interviene? Sempre nel mese di ottobre, Greenpeace ha pubblicato un rapporto sulla bonifica dei Sin. Dallo studio emergono sostanzialmente tre problemi che bloccano i lavori: «I numerosi contenzioni penali e amministrativi; il progressivo esaurimento dei fondi statali a disposizione per i continui tagli di bilancio; la legge 13 del 2009 che mette una pietra tombale sulle bonifiche». Partiamo dalle risorse, visto che sui ricorsi c’è poco da dire. Nel dicembre 2007 vengono previsti oltre 3 miliardi di euro per le bonifiche nel triennio 2010-2012, a causa della crisi economica ridotti a 1,7.
Lo stanziamento doveva avvenire con la successiva legge di stabilità ma nel settembre 2009 la Cgil scrive al governo per denunciare che «scorrendo le tabelle della Finanziaria non si trova nessuna posta finanziaria dedicata alle bonifiche». Greenpeace aggiunge che «da allora non c’è stata nessuna novità». Le risorse, in pratica, non ci sono, tanto che è stato fatto un solo intervento (vedi box a fianco). A complicare ancora di più le cose, la legge 13 del 2009 che ha snaturato il principio del “chi inquina paga”. La nuova norma, voluta dal ministro dell’Ambiente Prestigiacomo, stabilisce infatti che le imprese riconosciute responsabili potranno regolare il conto attraverso un negoziato diretto con lo Stato. Il risultato? L’Eni per bonificare nove siti industriali ha offerto 1,1 miliardi di euro, quando solo il progetto di bonifica di Porto Torres prevedeva uno stanziamento di 500 milioni.
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Nov 07
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INDUSTRIA. Di fronte al progetto dell’azienda svedese, insorgono gli ambientalisti. L’assessore Manzato: «Ettari sottratti all’agricoltura».
Da Terra, 7 novembre 2011, sezione AMBIENTE
Sabato 29 Ottobre a Cassinetta di Lugagnano (MI) è nato dalle ceneri del movimento “Stop al consumo del territorio” un nuovo importante soggetto nazionale: il Forum italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio ed è stata avviata una nuova campagna nazionale “Salviamo il paesaggio, difendiamo i territori”. Oltre 400 associazioni hanno deciso di impegnarsi, a partire dalla discussione di alcuni progetti in campo, uno dei quali interessa il Veneto e in particolare Casale sul Sile (TV). Nei terreni agricoli di Casale il colosso Ikea intende insediarsi con un investimento di 200 milioni di euro e, pare, portando almeno 1.300 posti di lavoro. Ikea Italia Property ha presentato domanda per l’avvio delle procedure amministrative alla Regione Veneto e al comune di Casale Sul Sile. Ora Comune e Regione dovranno valutare la destinazione urbanistica dell’area, prima di rilasciare le autorizzazioni per dare il via libera al progetto. Il nuovo polo commerciale dovrebbe occupare inizialmente un’area di almeno 35mila metri quadrati, situata a ridosso di uno degli ingressi del Passante di Mestre. L’area prescelta in particolare è quella dell’ex campo di volo Condulmer, dove si incrociano i confini territoriali di Preganziol, Casale sul Sile e Mogliano Veneto. Ikea è già presente a Padova e, come ha dichiarato alla stampa locale Lars Petersson, amministratore delegato di Ikea Italia, «il Nord Est è un pezzo importantissimo per l’azienda, fornisce al Gruppo il 6% dei volumi acquistati in tutto il mondo. Con Casale, inoltre, vogliamo decongestionare i punti vendita di Padova e Gorizia e regalare un’esperienza di shopping positiva ai nostri clienti».
Le categorie locali, i cittadini, guardano con interesse ma anche con perplessità a questa ipotesi che ha ovviamente un impatto ambientale e sociale non indifferente sul territorio e che strappa ancora una volta alla campagna veneta terreni agricoli. In questa vicenda ha voluto intervenire l’assessore all’agricoltura del Veneto, Franco Manzato, non certo convinto della bontà del progetto Ikea. «Il nostro Paese non può permettersi di continuare a vedersi sottratto terreno agricolo – ha dichiarato -, se è vero che negli ultimi 40 anni l’Italia ha perso 5 milioni di ettari, dobbiamo invertire la marcia, e operare per riportare all’agricoltura le tante aree che oggi sono semplicemente abbandonate a se stesse e che magari improvvidi strumenti urbanistici avevano destinato a industria o commercio che non esiste più o non è mai esistito». E ha aggiunto: «Smettiamola di creare illusioni e zone degradate o comunque destinate al degrado in nome di un progresso che ci fa arretrare e che deturpa territorio, ambiente, città e campagna. Una convinta fiducia nel settore agricolo – ha concluso Manzato – potrebbe evitare il vilipendio di un territorio generoso e virtuoso, che stiamo sfruttando al massimo in termini di produzione a km zero, con un settore agroalimentare e vitivinicolo che propone eccellenze a livello internazionale, in posizione di leadership assoluta per qualità e prestigio».
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Nov 07
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AMBIENTE. La denuncia di “Salviamo il paesaggio”: in Italia, dove ci sono 10 milioni di case vuote, bisogna smettere di costruire.
Da Terra, 7 novembre 2011, sezione AMBIENTE
Negli ultimi trent’anni abbiamo cementificato un quinto dell’Italia, circa 6 milioni di ettari mentre sono 10 i milioni di case vuote. Eppure si continua a costruire. Questa la denuncia dell’assemblea ‘Salviamo il Paesaggio’, tenutasi nei giorni scorsi in un luogo simbolo: Cassinetta di Lugagnano (Mi), primo comune d’Italia ad avere deliberato la crescita zero del proprio Piano di Gestione del Territorio. A Cassinetta, quindi, non si possono costruire nuove abitazioni, ma si può solo recuperare l’esistente. L’iniziativa nasce da un’idea del Movimento Stop al Consumo di Territorio e dell’associazione Slow Food e vanta l’adesione di organizzazioni come Legambiente, LIPU, Movimento per la Decrescita Felice, Altreconomia, Associazione Comuni Virtuosi, oltre a più di 400 gruppi e comitati locali. Cuore tematico della campagna, la speculazione edilizia e l’abusivismo, spesso al centro di disastri o emergenze ambientali. Secondo quanto emerso dall’ultimo censimento 2011 sulle aree rurali, La Lombardia è scesa sotto la soglia del milione di ettari di territorio agricolo disponibile.
Sul totale delle superfici consumate, i due terzi riguardano proprio quelle più fertili. Con un impatto sia sulla produzione alimentare che sulla difesa ambientale. Ogni anno perdiamo una potenzialità di produzione, spiega Coldiretti Lombardia, pari a 27 mila tonnellate di grano e si riduce di 850 mila tonnellate la capacità del terreno di immagazzinare anidride carbonica che così, in parte, finisce nell’aria che respiriamo. «Una volta che si è cementificato, non si torna più indietro» ha commentato Pietro Raitano, direttore di Altraeconomia, «Questo è il vero debito pubblico che dobbiamo saper affrontare». Tre gli obiettivi cardine dell’Assemblea: fare un censimento in tutti i Comuni italiani degli alloggi sfitti o degli edifici inutilizzati; una campagna di comunicazione; una proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela del paesaggio e del suolo, da sottoporre alla necessaria raccolta firme e, quindi, da suggerire alle commissioni parlamentari.
«Io la definirei una ventata di nuova democrazia, perché i cittadini si riappropriano di un loro bene comune» ha dichiarato Alessandro Mortarino, coordinatore del Movimento Stop al Consumo di Territorio. Presenti all’incontro c’erano anche e soprattutto loro, i veri protagonisti della terra, nonché della produzione alimentare. I contadini. L’Assemblea ha visto inoltre la partecipazione di oltre 500 persone provenienti da 18 regioni. Mentre le prime adesioni individuali per un’iniziativa a così ampio raggio contro il consumo di territorio sono già arrivate a quota 4000: ad aderire docenti universitari, sindaci, urbanisti e architetti, produttori agricoli, tutti pronti a fare fronte comune contro una dei problemi riguardanti il nostro futuro. Secondo Stefano Boeri, assessore per l’Expo, «L’Expo deve essere un traguardo. Per il 2015 cercheremo di diventare una grossa metropoli agricola». Perché i suoli fertili sono una risorsa preziosa, e non rinnovabile.
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Nov 04
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REPORTAGE. A Taranto è mistero sul registro dei lavoratori esposti ad agenti cancerogeni. E nel capoluogo sono presenti Ilva, Cementir ed Eni.
Da Terra, 4 novembre 2011, sezione AMBIENTE
Invisibili. I lavoratori dell’area industriale tarantina. Invisibili alla società, alla politica, ai dati sulla loro salute. Invisibile è, nei numeri, uno dei più temuti rischi corsi dagli invisibili in fabbrica: l’esposizione agli agenti cancerogeni. In un triangolo senza pari, nel resto del Paese: le acciaierie Ilva, la raffineria Eni, la Cementir, le aziende dell’indotto. L’istituzione del registro dei lavoratori esposti ad agenti cancerogeni risale al 1994, alla legge 626 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Ci vorranno tredici anni perché diventi realtà grazie al regolamento attuativo contenuto nel decreto ministeriale 155 del 2007. Il registro deve essere istituito dal datore di lavoro e inviato agli organi preposti alla prevenzione e alla sicurezza. Ma nell’area industriale tarantina la legge resta sulla carta. E cala la nebbia sul rapporto fabbrica-tumori se l’associazione ambientalista Peacelink ha chiesto di nuovo alla magistratura «un’indagine specifica sull’esposizione dei lavoratori agli agenti cancerogeni, anche per verificare se il registro dei lavoratori esposti ad agenti cancerogeni sia stato effettivamente attivato e se sia disponibile per elaborazioni statistiche per verificare quanti decessi e quanti ammalati vi siano stati in questi anni nei reparti a più alto rischio».
Il problema delle malattie professionali ha già destato l’interesse della magistratura quanto quello delle morti bianche: pochi mesi fa sono stati rinviati a giudizio dal Tribunale di Taranto 19 ex dirigenti dell’Italsider (gestione pubblica) per la morte di una trentina di operai deceduti dopo aver contratto il tumore. «Le autorità sanitarie – incalza il presidente di Peacelink Alessandro Marescotti – dovrebbero essere in possesso di una consistente quantità di dati che possono consentire di effettuare calcoli statistici sull’impatto che i cancerogeni industriali hanno avuto e hanno attualmente sui lavoratori». Il meccanismo previsto dalla legge delegava l’Ispesl, l’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza, a raccogliere i dati trasmessi dalle aziende entro trenta giorni dall’istituzione del registro. L’Ispesl è stato sciolto e incorporato nell’Inail, ma l’attuazione del decreto è ancora lontana.
Il vicario regionale Inail per la Puglia, Giuseppe Gigante, spiega: «Il registro non esiste ancora e l’Istituto utilizza l’elenco delle sostanze nocive per collegare l’attività del lavoratore esposto alla malattia diagnosticata dal medico. I dati – aggiunge Gigante – sono richiesti nel momento in cui bisogna riconoscere la malattia professionale. La creazione del registro appare necessaria non solo per verificare le patologie contratte sui luoghi di lavoro, ma soprattutto per un’attività di prevenzione divenuta ormai indifferibile». Il vicario regionale dell’Inail fa un paragone con l’altra grande emergenza, gli infortuni sul lavoro. Taranto ha vissuto anni drammatici, la tragica statistica delle morti bianche all’Ilva che ha costellato, fino al 2008, fino all’ultimo incidente mortale, il decennio. «L’attività di prevenzione aziendale, lo sforzo unitario degli organi competenti, hanno permesso di fare passi avanti decisi e decisivi nell’ottica della riduzione del fenomeno.
L’esperienza va mutuata sul fronte delle malattie professionali che restano una grande emergenza». La prevenzione come parola d’ordine, come tam tam civile «anche rispetto alla bonifica dell’area industriale». Perché, spiega Gigante, «quella è attività determinante per ridurre i rischi di malattie professionali contratte sul posto di lavoro». Le bonifiche, cinquant’anni di veleni da cancellare. Lo sa bene il sindacato. Antonio Talò, segretario generale dei metalmeccanici Uilm, allarga le braccia: «Siamo a favore del registro tumori e delle mappe epidemiologiche, sosteniamo la battaglia del comitato “Donne per Taranto”, figurarsi sul registro dei lavoratori esposti alle sostanze cancerogene. Ma senza bonifiche della zona industriale tutto risulterebbe inutile». E allora chi tenderà l’orecchio verso la città invisibile, chi ascolterà il suo lamento muto, la sua ribellione ai veleni, dentro e fuori le fabbriche?
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Nov 02
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AMBIENTE. Una grande, colorata, manifestazione ha riunito i Comuni limitrofi, Legambiente, il Wwf e tante associazioni locali per dire no alla realizzazione della centrale di Montebello Jonico.
Da Terra, 2 novembre 2011, sezione AMBIENTE
Nessuno vuole la realizzazione della centrale a carbone a Saline di Montebello Jonico. Domenica, nel giorno del No Coke Day nazionale, sulla strada antistante il porto, si sono riversati fiumi di persone. Non c’era più spazio per parcheggiare le autovetture. Carabinieri, polizia, polizia provinciale e municipale erano schierati in prima linea. “Non vogliamo il carbone”. La centrale di Saline viene bocciata, così come viene messo sei in condotta a chi intende imporsi al popolo ormai stanco di essere “insultato” da progetti non condivisi. Questo lo sfogo della gente. Questa la pressante voce dei tanti presenti i quali affermano che «è assurdo lottare nel tentativo di estromettere chi si vuole imporre». Al progetto della realizzazione di una centrale a carbone a Saline avevano detto “no” le istituzioni: Regione, Provincia, Comuni, associazioni e i cittadini compatti. Nonostante tutto il progetto è andato avanti e così giorno dopo giorno nascono comitati a difesa del territorio.
Ieri a Saline e precisamente in località S. Elina di Montebello Jonico, in primo piano c’erano i cittadini, le associazioni locali e quelle ambientaliste. Sullo sfondo la provocante immagine di una gallina dalle uova d’oro e striscioni taglienti. Accanto ai cittadini anche i politici ma solo alcuni. Molti hanno preferito dileguarsi. Ma di loro, a chi ha organizzato e a chi ha partecipato non importa molto: «Noi siamo presenti a manifestare contro il carbone e non ci vergogniamo. Gli assenti dovrebbero trovare risposte per i cittadini». Così si esprimono i manifestanti mentre bacchettano il sindaco di Montebello Jonico Nino Guarna, assente all’iniziativa. Al suo posto altri sindaci: a Pasquale Sapone, primo cittadino di San Lorenzo, è stato chiesto di prendere la parola a nome dei suoi colleghi presenti e tra questi il primo cittadino di Bagaladi, Federico Curatola, di Palizzi, Sandro Autolitano, di Condofuri, il commissario prefettizio Maria Laura Tortorella e di altri presenti.
Ognuno di loro ha espresso contrarietà al progetto. Lo stesso Sapone lo ha definito “incompatibile”, Curatola “assurdo”, Autolitano “lontano dalla gente” e la Tortorella “distante dalla compatibilità ambientale”. Molte le sigle intervenute, da ogni luogo del mondo: dalla provincia reggina alla Colombia, dai rappresentanti delle associazioni locali al Wwf e a Legambiente Nazionale. Dai politici locali a quelli nazionali, dai sindacati ai semplici cittadini. Da Saline alla Svizzera con la presenza di Marcus Keller, rappresentante del “no carbone”. Applausi agli interventi e tanta forza del gridare “no al carbone”. Questo il dato prevalente registrato in una terra ricca di tradizioni, storia, cultura e il paesaggio raro come Pentidattilo, Prastarà, le grotte della Lamia, il laghetto con la sua area Sic e Sps e ancora le spiagge incontaminate. Il grande applauso è andato al coordinamento delle associazioni per aver portato a Saline una parte del mondo che urla “no al carbone”.
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Nov 02
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TESTIMONIANZE. Carmen Ramirez Boscan (Colombia): «Basta morire nelle miniere». Barillà (Legambiente): «Non si può barattare la salute o la dignità». Midulla (Wwf): «Devastante per il clima».
Da Terra, 2 novembre 2011, sezione AMBIENTE
«Stanno assassinando la madre terra». Queste le parole di Carmen Ramirez Boscan, la giovane colombiana venuta fino a Saline per gridare la rabbia di chi vive in un paese su cui pesa il macigno di una delle più grandi miniere di carbone. «Nella mia terra, la gente muore per il carbone; non possiamo permettere che altro sangue sia versato, per una energia sostituibile dalle rinnovabili». Carmen Boscan sta girando il mondo per urlare “basta carbone”; a questa vergogna che porta solo danni all’uomo e al pianeta. «Se aumenteranno le centrali a carbone aumenterà la domanda di fossile anche nella mia terra così le morti cresceranno nel mio paese e là dove si respirerà aria contaminata. Bisogna lottare senza sosta». Dello stesso avviso è Sergio Piffari, deputato di Italia dei Valori e componente della commissione ambiente della Camera. Giunto a Saline per la manifestazione ha evidenziato il suo chiaro dissenso dichiarando di essere accanto della gente senza esitazione.
Anche la Regione Calabria è scesa in campo con la presenza dell’onorevole Giuseppe Giordano (Idv) il quale ha assicurato ai presenti una certa azione per frenare il progetto proponendo investimenti ecocompatibili nell’area. Presente a Saline anche la Provincia attraverso Pierpaolo Zavettieri e molti sindaci. Nell’estremo sud è giunto anche Stefano Ciafani, responsabile scientifico nazionale di Legambiente il quale ha affermato che gli ipotetici posti ottenibili dal carbone fanno sorridere rispetto alle centinaia di migliaia di posti di lavoro che il sistema delle rinnovabili potrà dare. Un esempio concreto viene già dall’Italia, ha affermato, dove con il conto energia, in quattro anni sono stati generati dai 100 ai 150 mila posti di lavoro. «La Sei, se ha gli argomenti, scenda in campo per un confronto aperto perché sono due anni che stiamo aspettando».
Nuccio Barillà del direttivo nazionale di Legambiente, ha affermato che la storia del “No” al carbone e l’opposizione a questo “folle progetto” andrà avanti perché non si può barattare la salute né la dignità. «Chiediamo che la Sei si confronti pubblicamente con i cittadini». Beatrice Barillaro del Wwf ha affermato che «l’unità espressa è già segno di vittoria. Il territorio non è in svendita; è nostro e vogliamo uno sviluppo compatibile. La Sei torni indietro». Maria Grazia Midulla, responsabile Clima del Wwf Italia, ha ribadito l’impatto devastante del carbone sulla salute e a livello globale. Tra l’altro, per dire “no” al carbone basterebbe leggere gli studi scientifici in merito o forse soffermarsi sull’incisiva frase dello scienziato James Hansen il quale ha affermato che «ogni centrale a carbone avvelena il clima».
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Nov 02
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PROTESTA. In piazza contro la politica energetica regionale. Grande successo per la pacifica manifestazione che si è tenuta ad Adria.
Da Terra, 2 novembre 2011, sezione AMBIENTE
Nel piazzale della stazione di Adria, la seconda città della provincia di Rovigo, alle 14, c’erano quasi più agenti delle forze dell’ordine che manifestanti. Qualche pessimista mentre camminava per il punto di ritrovo, tra i pochi presenti, mormorava: «Mi sa che se saranno duecento, sarà anche troppo», e invece alla fine sono stati più di tremila i manifestanti che al momento della partenza, appena un’ora dopo, si sono presentati con manifesti e striscioni, pronti a percorrere pacificamente le vie principali della città etrusca. Al passaggio del corteo, composto da adulti, qualcuno con bambino, adolescenti e anziani, i negozi sono rimasti chiusi, qualcuno, forse, temeva l’arrivo di qualche invasato, ma la via è stata lasciata più pulita di quanto lo fosse prima.
È questo il popolo «no coke», quello che vorrebbe un mondo più pulito e lo fa anche con le piccole cose, lo stesso che ha mostrato tutta la sua “aggressività” in semplici slogan contro il governatore del Veneto Luca Zaia, che alla guida del consiglio regionale, è riuscito ad approvare la modifica dell’articolo 30, della legge regionale che ha sancito la nascita del parco del Delta del Po Veneto, che ospita, anche se sembra inverosimile, una centrale Enel a olio combustibile, nel comune di Porto Tolle sempre in territorio rodigino. L’aggiunta di un comma, alla normativa, ha permesso la riconversione a carbone del polo energetico, coadiuvato da un articolo nella manovra finanziaria, che ha modificato la normativa nazionale. Ed è stata questa la peculiarità che ha fatto scegliere Adria come “capitale” della lotta al carbone, portata avanti dagli stessi che hanno vinto la storica battaglia di giugno, con il referendum, bloccando di fatto il nucleare in Italia.
E lungo il corteo si sono incrociate le storie di ogni manifestante, dal timore di un futuro a carbone dei polesani, a quello di un’esperienza lunga quarant’anni di Luciana da Savona: «Noi ne abbiamo una praticamente sotto casa – racconta -, dal 2007 una parte è stata passata a metano, ma ora vogliono ampliare la parte a carbone, quando l’ordine dei medici della provincia di Savona, hanno osservato che nelle aree interessante dalle ricadute delle emissioni si sono osservati elevati tassi di mortalità, rispetto alla media nazionale, per tumori e problemi cardio e cerebrovascolari». Parole di condanna sono arrivati anche dai consiglieri regionali dell’Emilia Romagna, unica regione ad aver aderito formalmente alla manifestazione.
Il consiglio regionale, già chiamato ad esprimersi non ha voluto il carbone, nemmeno nel parco del Delta del Po: «Siamo preoccupati per le ricadute su questo territorio unico – commenta Gianguido Nalin, capogruppo di Sel e Verdi in consiglio regionale – e chiediamo alla Regione Veneto di fermarsi e di pensare ad una soluzione alternativa». È stato più critico, invece, l’europarlamentare dell’Idv Andrea Zanoni, esperto di ambiente, che ha definito quella di convertire la centrale di Porto Tolle: «Una scelta che va contro l’obiettivo europeo, come se fossimo un paese del terzo mondo. In Commissione a Bruxelles si sta lavorando per la riduzione delle emissioni nocive del 20% entro il 2020».
Una volta giunti corso Mazzini, sotto il tribunale adriese, dov’è stato allestito il palco, la manifestazione e proseguita senza problemi, con interventi dei vari comitati e con diverse dirette streaming con Civitavecchia, dov’è in funzione una centrale a carbone gemella di Porto Tolle, poi Brindisi, La Spezia, Saline Joniche e Vado Ligure. Non dimenticare la recente vittoria referendaria, è stato l’invito di Oscar Mancini, del comitato Fermiamo il Carbone: «Da oggi inizia un nuovo percorso, contro questo combustibile fossile, per impedire che venga danneggiata la nostra salute ed il territorio».
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Ott 28
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PROTESTA. Oggi alle 14 prende il via a Adria, nel Polesine, la grande manifestazione nazionale contro la fonte fossile più antica. E responsabile del 43 per cento delle emissioni di CO2 nel mondo.
Da Terra, 28 ottobre 2011, sezione AMBIENTE
Il carbone come alternativa al nucleare. È contro questa scelta che oggi associazioni, comitati e cittadini scenderanno in piazza contro quello che viene definito «un ritorno al passato». Le 35 associazioni della coalizione Fermiamo il carbone hanno organizzato una manifestazione nel Polesine, ad Adria, per di no alla riconversione della centrale di Porto Tolle. Contemporaneamente, ci saranno poi una serie di presidi a Saline Joniche, La Spezia, Vado Ligure, Civitavecchia e Brindisi. Tutti uniti contro l’uso del carbone, “che inquina, minaccia gravemente la salute dei cittadini, uccide il clima e costringe i lavoratori del comparto energetico ad un futuro fatto solo di precarietà», come affermano gli organizzatori della manifestazione. Secondo i dati forniti dalle associazioni ambientaliste, la conversione della centrale Enel di Porto Tolle da olio combustibile a carbone (la fonte fossile a maggiore emissione specifica di gas serra) comporterebbe, nel mezzo della pianura Padana e del parco del Delta del Po, «l’emissione di oltre 10 milioni di tonnellate l’anno di CO2: l’equivalente di oltre quattro volte le emissioni annuali di una città come Milano».
Dopo la bocciature del ritorno al nucleare, è noto che una delle fonti sulle quali Enel intende puntare è il carbone. La fonte fossile più antica, secondo quanto riportato dal sito internet di Enel che cita studi Ue, già nel 2010 ha raggiunto 6,5 miliardi di tonnellate e segue un trend di crescita che non è destinato a fermarsi soprattutto sotto la spinta della domanda di Paesi come Cina e India. A livello globale il carbone garantisce il 41% dell’energia; in Europa il 26% con Paesi come la Germania (44%) e la Polonia (90%) che guidano la classifica dei carbonivori del Vecchio continente. I nuovi scenari dopo Fukushima, secondo Enel, spingono verso un aumento dell’uso del carbone che entro il 2035 dovrebbe aumentare sino al 50% la sua produzione mondiale. E se oggi, la produzione di energia elettrica dal carbone in Italia si assesta al 4 per cento, l’Enel punta a innalzare la soglia «almeno al 20».
Per questo, Fermiamo il carbone punta il dito anche contro la riconversione di altre centrali, come Rossano Calabro, e la realizzazione di nuovi gruppi, a Vado Ligure e Porto Torres, o interi impianti, come a Saline Joniche. «Una scelta che va contro ogni strategia di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, contro la salute, lo sviluppo del territorio dell’agricoltura, del turismo e della pesca e contro l’occupazione, poiché, rispetto al settore innovativo e in crescita delle fonti rinnovabili, rappresenta una scelta energetica ormai obsoleta». Secondo le più recenti statistiche dell’agenzia internazionale per l’energia, relative all’anno 2009, le emissioni globali di CO2 sono attorno ai 29 miliardi di tonnellate.
Di queste, il 43 per cento proviene dalla combustione del carbone, il 37% proviene dal petrolio ed il rimanente 20% dal gas. Non solo, ma secondo un rapporto pubblicato dall’Oecd (Organization for Economic Cooperation and Development), nei 24 paesi industrializzati esaminati per il periodo 2005-2010 i sussidi, che sono elargiti per la produzione e l’uso dei combustibili fossili, ammontano a una cifra compresa fra 45 e 75 miliardi di dollari per anno. In termini assoluti, l’industria petrolifera beneficia di circa metà di questi sussidi e l’altra metà va a beneficio del carbone e dell gas in misura quasi uguale. Con la mobilitazione odierna, i promotori della mobilitazione lanciano anche la sottoscrizione di un appello (www.fermiamoilcarbone.it): «Ci rivolgiamo a tutti, anche a coloro che subiscono il ricatto occupazionale, ovunque in Italia vi siano progetti di ritorno al carbone, per rifiutare tutti insieme la contrapposizione tra lavoro ambiente e salute».
Alla manifestazione, che prenderà il via alle 14, sarà presente anche il presidente dei Verdi Angelo Bonelli: «Domani sarò alla manifestazione di Adria perché una politica energetica pulita, amica dell’ambiente e meno costosa per i cittadini e le imprese è possibile. Duemila MW di energia prodotta da carbone (ossia quelle che verrebbero prodotte nella Centrale Enel di Porto Tolle, nel Parco del Delta del Po) equivalgono ad almeno 10 milioni di tonnellate di anidride carbonica immessa nell’atmosfera oltre che a milioni di tonnellate di polveri sottili, vere e proprie polveri killer che inquinano l’aria e l’agricoltura».
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Ott 27
rassegna-stampaTerra
AMBIENTE. La Regione approva una risoluzione che sostiene la manifestazione del 29 ottobre contro la centrale di Porto Tolle.
Da Terra, 27 ottobre 2011, sezione AMBIENTE
L’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna ha approvato una risoluzione, sottoscritta anche dalla consigliera regionale dei Verdi Gabriella Meo, con la quale esprime piena condivisione delle motivazioni e degli obiettivi alla base della manifestazione nazionale contro la riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle e per lo sviluppo condiviso e sostenibile, indetta dal Comitato Delta Bene Comune il prossimo 29 ottobre ad Adria, in provincia di Rovigo, in occasione della giornata di mobilitazione nazionale contro il carbone. Il 12 luglio scorso l’Assemblea aveva già approvato una risoluzione che impegnava la giunta regionale a mantenere la netta contrarietà della Regione Emilia-Romagna al progetto di riconversione, attivandosi in tal senso in ogni sede competente, e a chiedere un piano alternativo per lo sviluppo economico del Delta, rilanciando turismo, agricoltura e pesca, cercando quindi di preservare l’ecosistema del fiume Po e la qualità dell’aria senza danneggiare, e anzi favorendo, le attività economiche sostenibili.
«Con questo voto – spiega la consigliera Meo – abbiamo voluto esprimere la nostra condivisione alle motivazioni e agli obiettivi espressi dagli organizzatori della manifestazione». Infatti, la centrale a carbone, se verrà realizzata, causerà l’emissione, in un solo anno, di 10 milioni di tonnellate di CO2 (4 volte le emissioni di Milano), di 2800 tonnellate di ossidi di azoto (come 3.5 milioni di auto), di 3700 tonnellate di ossidi di zolfo (più di tutti i veicoli in Italia), che inevitabilmente provocheranno il peggioramento della qualità dell’aria anche nelle vicine province emiliano-romagnole di Ferrara e Ravenna. Come chiarisce l’appello che è stato diffuso dagli organizzatori della manifestazione, la scelta di incrementare l’uso del carbone per la produzione di energia elettrica è una scelta nociva e sbagliata, soprattutto oggi che i cambiamenti climatici costituiscono una minaccia per il futuro del pianeta e le fonti rinnovabili, insieme all’efficienza energetica, rappresentano l’alternativa efficace e praticabile.
La combustione del carbone in centrali elettriche rappresenta, infatti, la più grande fonte “umana” di inquinamento da CO2, più del doppio di quelle a gas. La giornata del 29 ottobre è rivolta a tutti, anche a coloro che subiscono il ricatto occupazionale, nel Polesine e ovunque in Italia vi siano centrali a carbone o progetti di costruzione di nuove centrali o di ampliamento di quelle esistenti, per rifiutare la contrapposizione tra lavoro ambiente e salute, cominciando invece a costruire un lavoro dignitoso, una società basata sull’interesse comune e non sugli interessi di poche lobby, sulla possibilità di un futuro per tutte e tutti. Il 29 ottobre anche i Verdi e la consigliera Meo saranno ad Adria per partecipare alla manifestazione e per sostenere le ragioni di uno sviluppo condiviso e sostenibile per il delta del Po.
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