Le sfide per le rinnovabili in un sistema che cambia

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Con gli attacchi alle rinnovabili si vuole fermare la generazione distribuita. Ora serve un’ottica di medio periodo. Siamo all’inizio di una profonda trasformazione del sistema energetico che, se gestita bene, porterà risultati positivi all’occupazione, all’ambiente e all’economia. L’editoriale di Gianni Silvestrini per la rivista QualEnergia.
Da Qualenergia.it, 17 maggio 2012

Il mondo italiano delle rinnovabili sta attraversando il momento più critico da quando è nato. La mancata uscita dei provvedimenti di attuazione del decreto legislativo 28/2011 per la produzione elettrica e termica, previsti per il mese di settembre dello scorso anno, ha provocato uno stato di fibrillazione tra le imprese coinvolte e in alcuni casi uno stallo delle attività, oltre a licenziamenti e chiusure. La diffusione semiclandestina delle prime bozze del quinto conto energia ha poi messo in stato di agitazione il comparto del fotovoltaico, una tecnologia che non era inclusa nei decreti precedenti. Anche sul versante dell’efficienza energetica regna l’incertezza. Non si sa se le detrazioni fiscali del 55% saranno mantenute nei prossimi anni e gli obiettivi sui certificati bianchi per i distributori di energia elettrica e gas scadono a dicembre, mentre occorrerebbe un nuovo target al 2020 per dare un orizzonte chiaro agli operatori.

Questa straordinaria precarietà ha indotto una straordinaria mobilitazione. ISES Italia e Kyoto Club si sono fatti interpreti della necessità di un salto di qualità nella risposta promuovendo la convocazione degli Stati Generali delle Associazioni delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. Così il 2 aprile, fatto unico nella loro storia, si sono riunite a Roma 23 associazioni che hanno evidenziato le principali criticità e si sono confrontate con i rappresentanti del Governo. Le risposte del sottosegretario De Vincenti del ministero dello Sviluppo economico e di Fanelli, sottosegretario al ministero dell’Ambiente, sono state incoraggianti in termini generali, arrivando anche a indicare la necessità di superare gli obiettivi europei del 2020, ma senza significative aperture nella ridefinizione dei decreti.

Da qui la manifestazione nazionale a favore delle rinnovabili, convocata per il 18 aprile insieme alla seconda riunione degli Stati Generali, per esercitare una pressione nei confronti del Governo e per replicare a una serie di attacchi alle rinnovabili comparsi recentemente sui media facendo chiarezza sui vantaggi di queste fonti. La gravità della situazione, insieme all’importanza acquisita dai comparti “green” nello scenario energetico, sottolineano la necessità di puntare a una rappresentanza unitaria in modo da potersi confrontare con maggiore autorevolezza con il Governo.

L’elemento scatenante ufficiale che ha indotto a mettere una stretta alle rinnovabili è quello dell’impatto sulle tariffe. Circa 8 miliardi di euro che si scaricano sulle bollette, una cifra destinata ad aumentare. Almeno in parte, questa situazione si è creata a seguito della crescita incontrollata del fotovoltaico in un momento in cui il MiSE non aveva ministro, per le dimissioni di Scajola.
Il problema esiste, dunque, e va gestito. Tutte le associazioni, del resto, si sono dette d’accordo per una riduzione controllata degli incentivi. Ma i tagli previsti e soprattutto l’introduzione dei registri anche per taglie limitatissime significano mettere in ginocchio il sistema e contro questo approccio il coro è stato unanime. L’impressione è che i registri rispondano a un approccio teorico di regolazione del mercato che non fa i conti con la realtà. Se lo scopo è quello di evitare che le installazioni sfuggano di mano, sarebbe sufficiente definire limiti massimi di potenza, superati i quali l’incentivo automaticamente passa a un livello inferiore: in questo modo il mercato si autoregolamenterebbe senza gli inutili intralci burocratici indotti dai registri, che peraltro limiterebbero notevolmente la bancabilità dei progetti.

Un altro elemento che ha visto tutte le associazioni concordi riguarda la necessità di un approccio integrato che consenta di valutare e di incentivare tutte le tecnologie, elettriche e rinnovabili, e i settori dell’efficienza energetica. E, ancora a monte, l’urgenza di definire una strategia energetica nazionale che indichi le scelte per il Paese nel breve come nel lungo periodo. Sembra grave il fatto che l’Italia navighi a vista avendo come riferimento gli obiettivi europei al 2020 ma senza scenari al 2030, 2050.

Numeri sotto la lente
Ma torniamo al peso degli incentivi, che merita un approfondimento e una contestualizzazione. Intanto, l’impatto calmierante dell’energia solare sulla formazione dei prezzi toglierà 1 miliardo alle bollette. Vanno poi conteggiate le riduzioni delle importazioni di gas grazie al boom dell’elettricità verde (3 miliardi di metri cubi in meno nel periodo 2008-2011 e 7 miliardi di euro in CO2 non emessa, con un risparmio per il Paese di 1,5 miliardi di euro). Inoltre i costi del Cip6, già diminuiti da 3,6 miliardi del 2006 agli attuali 1,2 miliardi, continueranno a ridursi. Un altro paio di miliardi verranno infine eliminati dalle bollette grazie alla liberalizzazione del mercato del gas. Come si vede, il fardello delle rinnovabili risulterà più che dimezzato. E diventerà ancor più leggero per il Paese, considerando le entrate per lo Stato in termini di IVA e di tasse pagate dalle migliaia di aziende che sono sorte.

Questo per quanto riguarda l’impatto sulle bollette. Ma c’è un altro elemento da considerare, i molteplici vantaggi che possono derivare da una larga diffusione delle rinnovabili per il nostro Paese sul medio e lungo periodo. Due recenti rapporti, uno dell’Università Bocconi l’altro di Althesis, calcolano un vantaggio netto per il Paese al 2030 compreso tra 30 e 76 miliardi di euro. Risultati analoghi vengono dalla Germania, che alla stessa data punta ad avere il 50% dei consumi elettrici soddisfatti dalle rinnovabili. Uno studio commissionato dal ministro tedesco dell’ambiente Norbert Röttgen ha valutato che per quella data l’elettricità verde costerà 7,6 centesimi al kWh, contro i 9 centesimi del kWh termoelettrico. Dunque la forte crescita dell’elettricità verde può essere gestita con intelligenza e con un vantaggio economico sul lungo periodo: nello stesso studio si prevede che la Germania supererà l’obiettivo del 35% di elettricità verde al 2020, arrivando al 40%.

Tornando alla preoccupazione per lo sviluppo delle rinnovabili, oltre al comparto dei consumatori c’è un altro settore che si è espresso con chiarezza, ed è la prima volta che ciò avviene in modo così palese. Parliamo dei produttori termoelettrici che temono sia l’erosione del mercato legata alla crescita della produzione di elettricità verde, sia l’impatto sui prezzi dell’elettricità che, specie nelle ore centrali della giornata, si riducono a causa dell’iniezione di energia solare. È una situazione che si è verificata anche in Germania dove tra il 2007 e il 2011, secondo l’Institute for Future Energy Systems, il prezzo dell’energia elettrica si è ridotto mediamente del 10% e del 40% nelle ore centrali della giornata. Risultato, un taglio dei guadagni degli operatori delle centrali convenzionali. «Lo sviluppo delle rinnovabili, unito alla stagnazione della domanda, sta rendendo difficile la copertura dei costi di produzione degli impianti convenzionali, mettendone a rischio la possibilità di rimanere in esercizio» ha dichiarato recentemente il presidente di Enel, Andrea Colombo. Naturalmente gli operatori tentano di rifarsi e c’è il concreto sospetto che le utilities alzino i prezzi nel tardo pomeriggio.

Sta di fatto che ci troviamo di fronte a un fenomeno totalmente nuovo. Negli ultimi 5 anni l’elettricità verde è passata dal 16% al 26% dei consumi. Quest’anno il solo fotovoltaico coprirà il 6% della domanda elettrica. Un cambiamento che obbliga le rinnovabili ad affrontare responsabilità maggiori e gli operatori tradizionali a ripensare le loro strategie. Tutto ciò in un contesto caratterizzato da una sovraccapacità di potenza elettrica che supera ormai i 110 GW a fronte di una potenza di punta pari a 56 GW. La forte presenza dei cicli combinati rappresenta un buon complemento alle rinnovabili non programmabili per la loro capacità di variare rapidamente la propria produzione. In questo quadro, d’altra parte, non si capiscono i progetti di realizzazione di nuove centrali e si può valutare appieno la follia che avrebbe rappresentato l’avventura nucleare.

Sfide aperte
La presenza ormai non marginale delle rinnovabili non programmabili pone nuove sfide agli operatori di questo settore. Ne è una prova il documento di consultazione 35/2012 dell’Autorità per l’Energia sulla responsabilizzazione dei produttori verdi rispetto ai costi di dispacciamento dell’energia elettrica, che finora erano stati socializzati. Sarà premiato chi riuscirà a prevedere con maggior accuratezza la propria produzione e andranno comunque considerati nuovi costi. In futuro questo potrebbe significare, accanto all’introduzione di sistemi previsionali sulla produzione verde, anche l’utilizzo di sistemi di accumulo dell’energia. Più in generale, si porrà il problema della gestione dell’elettricità prodotta, con un ruolo sempre più attivo rispetto al passato. Insomma, il maggior ruolo nel sistema elettrico comporterà l’assunzione di specifiche responsabilità.

Se il mondo delle rinnovabili deve attrezzarsi, sull’altro versante le compagnie elettriche rischiano di essere spiazzate dalla rapidità della trasformazione del mercato, che può indurre una riduzione delle entrate e un offuscamento della loro posizione dominante. Per mantenere un ruolo importante dovranno diversificare le attività. Verrà premiata la capacità di interagire con la generazione rinnovabile. Potranno entrare nel mercato delle smart grid e degli accumuli. E naturalmente potranno avere uno spazio nella diffusione delle tecnologie verdi. In realtà, si tratta di accelerare la trasformazione di strategie che sono già in atto. Una cosa però è certa: il peso dei grandi gruppi, a iniziare da Enel, è destinato a diminuire. Almeno 350.000 impianti che utilizzano sole, vento, biomasse e acqua sono di proprietà di singoli cittadini, imprese, enti locali. E la quota è destinata a crescere. In Germania sono ben oltre 1 milione gli impianti non controllati dalle utilities. Il fotovoltaico in particolare sfugge più facilmente al controllo perché in molti casi le potenze sono di piccola taglia.

Il fatto che si avvicini rapidamente la grid parity e che quindi nel giro di 2-4 anni questa tecnologia potrà diffondersi senza incentivi apre scenari molto interessanti. In una fase di transizione il solare dovrà sopportare i costi di trasformazione della rete elettrica. Ma a un certo punto, grazie anche alla presenza di accumuli decentrati, gli investimenti privati consentiranno di fornire energia al Paese senza alcun peso per la collettività, evitando l’importazione di gas o carbone.
Una democratizzazione del sistema di produzione, che si sposa con l’aumento della sicurezza e con la competitività del Paese. Siamo all’inizio di una profonda trasformazione del sistema energetico che, se gestita bene, porterà risultati positivi non solo all’occupazione e all’ambiente ma anche all’economia e favorirà il controllo dal basso di un bene prezioso come l’energia.
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Il Senato a maggioranza per la mozione a favore delle rinnovabili

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“Il Governo non penalizzi un settore in crescita”, dicono i senatori approvando a larga maggioranza la mozione di Grande Sud in tema di rinnovabili. Ora il documento impegna il Governo su più fronti e innanzitutto a definire un sistema di incentivazione che garantisca nel nostro Paese una prospettiva di crescita di lungo termine.
Da Qualenergia.it, 17 maggio 2012

L’Aula di Palazzo Madama ha approvato a larga maggioranza e con parere favorevole del Governo la mozione di Grande Sud in tema di energie rinnovabili. Il documento impegna il Governo “a definire, in tempi rapidi e previo confronto con tutti gli operatori del settore, i decreti attuativi di incentivazione alle fonti rinnovabili (e il conto energia fotovoltaico) la cui mancanza sta creando una situazione di incertezza che penalizza fortemente un settore importante e innovativo della nostra economia; a determinare gli incentivi previsti in modo tale da armonizzarli con il livello di incentivazione adottato nei principali Paesi dell’Unione europea; a definire un sistema di incentivazione che garantisca nel nostro Paese una prospettiva di crescita di lungo termine, che consenta un maggior radicamento nell’economia reale e favorisca le ricadute positive sul sistema produttivo nazionale; a rendere ancor più trasparente l’impatto delle agevolazioni sui costi dell’energia elettrica di famiglie e imprese; a prevedere che il regime agevolativo permanga fino al raggiungimento di quote di produzione significative, anche per far fronte alla costante oscillazione dei prezzi dei prodotti petroliferi”.

“Un atto di indirizzo molto importante – commenta il senatore del movimento arancione Salvo Fleres – che sgombera il campo da ogni malcelato intento di cattive politiche per lo sviluppo delle energie rinnovabili. Il settore della produzione di energia pulita è una componente essenziale del tessuto economico del nostro Paese e del Meridione in particolare, politiche efficaci, regole certe e incentivi mirati non possono che favorirne la crescita, con inevitabili ricadute occupazionali positive. E in un periodo di così profonda crisi – conclude l’esponente del movimento arancione – sarebbe incomprensibile e delittuoso chiudere a possibili nuovi posti di lavoro, in special modo al Sud”.

“Con l’approvazione a stragrande maggioranza delle mozioni sulle rinnovabili, giunge una forte spinta a sostegno del settore e all’impegno delle Regioni che sono attualmente impegnate col Governo a discutere e migliorare i decreti, che allo stato attuale rischiano di minare la tenuta dell’intero comparto”, dicono i senatori del Pd Francesco Ferrante e Roberto Della Seta. Per i senatori “non è solo un problema di fondi da destinare, perché è  anche l’eccessiva burocratizzazione a pesare sull’impostazione data ai decreti. Oltre all’incentivazione elettrica, il Governo deve procedere poi con  l’emanazione dei decreti sull’incentivazione a energia termica e biometano. Proprio il biogas è una fonte strategica per la sua programmabilità, efficienza e flessibilità nei possibili utilizzi, dalla produzione elettrica a quella termica e all’autotrazione”.

Per la senatrice del Pd Anna Rita Fioroni, componente della commissione Industria, “con l’approvazione delle mozioni, avvenuta oggi a larga maggioranza, il Senato ha impegnato il Governo ad assumere, nell’ambito della nuova programmazione energetica e in riferimento agli obiettivi europei del pacchetto clima-energia, una serie di impegni che garantiscano, accanto all’efficienza energetica e a un sistema di incentivi sostenibile, una lungimirante politica industriale per il settore, che possa assicurare occupazione e competitività delle imprese”.

“Per la promozione delle fonti rinnovabili – aggiunge Fioroni – gli incentivi rimangono importantissimi e vanno resi stabili al fine di garantire la programmazione delle aziende per investimenti e finanziamenti. È giusta e opportuna quindi la richiesta di garantire un intervallo di tempo congruo per consentire alle imprese di adeguarsi alle previsioni dei nuovi decreti sulle rinnovabili elettriche, una volta che verranno finalmente adottati, il che avverrà comunque con netto ritardo”. “Ma gli incentivi – conclude la senatrice Pd – vanno adeguati anche per le fonti rinnovabili che sino a oggi non sono state incoraggiate a sufficienza. Penso alle rinnovabili termiche, per le quali si è sviluppata una filiera industriale di vero made in Italy”.

“Ora il Governo è impegnato a cambiare radicalmente il piano energetico nazionale, fondandolo non più sulle fonti fossili ma su quelle rinnovabili, tuttavia manca ancora una strategia complessiva in grado di equipararci al resto d’Europa”. Lo dice in una nota il senatore dell’Italia dei Valori Luigi Li Gotti, secondo il quale “c’è  però un silenzio assordante da parte del ministro per lo sviluppo economico sull’assenza del nostro Paese nel megaprogetto ‘Desertec’, capitanato dalla Germania, con l’utilizzo di sistemi tecnologici (solare e a concentrazione termodinamica) di invenzione italiana. Si tratta di un programma del valore di ben 400 miliardi di euro, del quale l’Italia rimane spettatrice, anziché essere protagonista”.
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Perché il biogas fa bene all’ambiente e all’agricoltura

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Pubblichiamo la lettera aperta del Presidente di FIPER, Walter Righini, che risponde alle critiche di Carlo Petrini sugli impianti a biogas nel nostro Paese. Il fondatore di Slow Food accusa questi impianti di procurare danni all’agricoltura e alla salute. La replica spiega perché il biogas invece promuove l’agricoltura sostenibile e l’economia.
Da Qualenergia.it, 16 maggio 2012

Dopo il pesante, e secondo noi poco documentato, attacco agli impianti a biogas in Italia di Carlo Petrini su Repubblica del 9 maggio, il Presidente di FIPER, Walter Righini, risponde con una lettera aperta, qui pubblicata, che ribatte, argomentando punto per punto, alle tesi espresse dal fondatore di Slow Food.

Caro Petrini,

colgo l’occasione dell’articolo pubblicato su Repubblica del 9 maggio su “Allarme mega-impianti biogas anche l’energia pulita può inquinare” per chiarire alcuni aspetti importanti sull’evoluzione degli  impianti a biomassa nel nostro territorio e condividere in un’ottica costruttiva una serie di riflessioni sul modello di filiera biomassa-energia che da anni stiamo cercando, con mille difficoltà, di portare avanti.

La  produzione di energia è rientrata negli anni a tutti gli effetti come attività agricola, soprattutto relativamente alla produzione di energia elettrica e termica da biomasse. Nei piani di sviluppo rurale, diverse sono le misure finalizzate ad appoggiare un modello di azienda agricola multifunzionale. In pratica un impianto a biogas o biomasse può rappresentare una fonte di integrazione del reddito per l’agricoltore. Dalla nostra costituzione, lavoriamo per promuovere un modello di filiera biomassa-energia sostenibile, che valorizzi le risorse locali e i sottoprodotti dell’agricoltura e della foresta, al di là delle mode e degli incentivi del momento. La sostenibilità della filiera si basa innanzitutto sull’impiego dei sottoprodotti che altrimenti andrebbero inutilizzati; nel biogas in particolare vengono impiegati: residui di coltura come sfalci, colletti di bietola, stocchi di mais, paglia, frutta di scarto; vegetali e foraggi di scarsa qualità; liquami e letami degli allevamenti; bucce di pomodoro, vinacce, sanse di oliva, scarti di macellazione, in aggiunta a colture energetiche dedicate, quali: cereali, colza, girasole, foraggi.

L’incentivazione

L’attuale tariffa omnicomprensiva di 0,28 cent/euro/kWh ha permesso sicuramente un’accelerazione nell’avviamento di questi impianti sul territorio e ha creato i presupposti per consolidare la filiera di approvvigionamento mitigando gli effetti ambientali dello spargimento dei nitrati zootecnici sui suoli agricoli producendo energia elettrica rinnovabile e diminuendo l’impiego delle fonti fossili. Detta tariffa aveva però l’obiettivo, purtroppo, di incentivare la produzione di sola energia elettrica da biogas seguendo i criteri di sostenibilità della produzione di  energia da biomassa definiti dall’Unione Europea. Così si spiega il boom di impianti registrati tra il 2009-2011.

Noi stessi, in collaborazione con altre Associazioni del settore, abbiamo presentato ai Ministeri competenti uno studio “il biogas fatto bene” con indicazioni e proposte volte a una più corretta produzione di biogas e a una sua miglior utilizzazione. Infatti attualmente il vero problema per un sistema efficiente di produzione di energia da biogas consiste nel fatto che in Italia, a differenza di altri Paesi europei, viene premiata esclusivamente la produzione di energia elettrica.

Mentre il biogas può essere utilizzato per fornire anche energia termica (per esempio qualora connesso a una rete di locale di teleriscaldamento), energia elettrica (anche cogenerativa) attraverso la combustione in apposito motore, biocarburanti (purificando il biogas in biometano) per autotrazione. Ogni azienda agricola potrebbe essere attrezzata per fornire autonomamente tutto ciò, compresa la distribuzione in loco di carburante per autoveicoli. Completato il quadro normativo e regolatorio la valorizzazione in particolare del biometano attraverso la sua immissione nella rete del gas naturale potrà apportare importati benefici economici per l’intera nazione. È stata stimata una produzione potenziale di 7-8 miliardi di metri cubi di biometano con una potenzialità pari al 10% del fabbisogno nazionale.

Non male per un Paese come il nostro, dipendente dal gas russo e magrebino!

Chiaramente bisognerà superare il non facile ostacolo di accesso alla rete di distribuzione del gas. Nelle bozze del nuovo decreto sulle fonti rinnovabili elettriche, viene premiato l’impiego dei sottoprodotti di origine biologica e la cogenerazione. Il massimo dell’incentivo previsto è di 0,246 cent/euro/kWh per una potenza sino a 300 kW, utilizzando sottoprodotti di origine biologica e producendo contemporaneamente calore in co-generazione. Per impianti più grandi si scende sino a 0,101 cent/euro/kWh se in co-generazione.

Il “biodigestato”, un utile sottoprodotto

Il biodigestato di origine agricola, che tanto spaventa, rappresenta il residuo della fermentazione anaerobica di biomasse immesse nel processo ed è tutt’altro che un prodotto inquinante. Al contrario, ridistribuito sugli stessi terreni utilizzati per la produzione delle biomasse, svolge un’azione fertilizzante e ammendante, restituendo gli elementi della fertilità sottratti dalle piante con la coltivazione e riducendo altresì l’impiego di fertilizzanti chimici.

Il digestato non ha odore perché le particelle che lo producono restano all’interno del metano che viene utilizzato per la produzione di energia. È di fatto un letame al quale è stato tolto l’odore.

Attualmente siamo impegnati con il Distretto Agroenergetico Lombardo e con l’Università Agraria di Milano nello studio per la messa a punto di un concime derivante dall’utilizzo delle ceneri di combustione della biomassa vergine nelle centrali di teleriscaldamento (ammendante) unito al digestato proveniente dagli impianti di biogas agricoli.

Chiaramente per digestati provenienti da altre origini, per esempio da scarti di ristorazione, è necessario come da Lei indicato un processo di pastorizzazione del prodotto onde evitare ed eliminare ogni e qualsiasi pericolo.

Nella vicina Svizzera, a Pontresina, un impianto di biogas esiste e svolge un’importante azione per tutta la comunità ritirando e utilizzando gli scarti alimentari dei ristoranti e alberghi di Pontresina e S. Moritz. Le lascio immaginare quale importante risorsa potrebbe rappresentare e quali costi potrebbe ridurre nel nostro Paese a vantaggio dell’intera comunità l’impiego di questi sottoprodotti di cui l’Italia è ricca grazie al turismo adottando comunque tutte le sicurezze del caso.

La sostenibilità agricola

L’impiego dei terreni agricoli in Italia (fonte ISTAT) sono oltre 12 milioni gli ettari coltivati. Quelli riservati alla produzione di energia da fonti rinnovabili (biogas e biomasse) sono circa 196 mila. Saranno 225 mila nel 2015 quando si andrà a regime. Una percentuale pari all’1,8% della superficie intera coltivabile.

Accanto a questo dato non si deve dimenticare che per decenni la politica agricola comunitaria ha sovvenzionato, con il cosiddetto set aside, obbligando gli agricoltori a non coltivare sino al 10% della superficie agricola e così sarà, in misura ridotta, anche nei prossimi anni.

Il traffico veicolare

Il traffico veicolare che una centrale a biogas viene a generare, è quello derivante dal trasporto delle biomasse vegetali dal luogo di produzione al sito di impianto. Allorché si opera nell’ambito della filiera corta, il più della volte cortissima (5-10 km dall’impianto) si determina una sostanziale riduzione delle movimentazioni rispetto all’ordinaria gestione agricola. Lo spandimento del digestato solido e liquido ha la stessa incidenza sui trasporti dello spandimento del letame e certamente molto inferiore a quello dei concimi chimici.

Odore, no grazie!

Nessun odore. Questo perché le matrici stoccate sono coperte con teli appositi per evitare la fermentazione aerea. Se la biomassa fermentasse prima del conferimento nel digestore, l’azienda agricola perderebbe una quota significativa di ricavo! Quanto all’odore, che si percepisce in prossimità dei digestori non certo a chilometri di distanza, è quello tipico del trinciato (erba tagliata!) a volte misto all’odore del liquame. È il classico odore che si percepisce in tutte le aziende agricole. Ricordiamo però un vantaggio ecologico indiscutibile nell’utilizzo del biogas: impedire la diffusione nella troposfera del metano emesso naturalmente durante la decomposizione dei prodotti utilizzati.

La salute umana  e.Coli

Dispiace ancora una volta leggere un’affermazione non suffragata da dati scientifici. Chi ha scritto ciò ha solo cavalcato una notizia diffamatoria pubblicata in Germania dai detrattori del biogas. Gli interessi in gioco sono alti: 7.000 sono le centrali di biogas agricoli in esercizio in Germania con una capacità installata di 2,6 GW elettrici nel 2011, che rappresentano circa la metà della produzione europea di elettricità da biogas. Il biogas è stato completamente “prosciolto” da attribuzioni in questo senso e qualcuno ha anche ipotizzato che l’e.coli si fosse propagato dalle culture biologiche.

In conclusione, invitiamo il presidente Petrini a visitare uno dei nostri impianti di biogas per testare con mano i vantaggi che questa tecnologia permette di  conseguire nella promozione di un’agricoltura sostenibile a salvaguardia dell’ambiente e a favore dell’intera economia nazionale.

Siamo disponibili a un incontro/confronto diretto per meglio comprendere le rispettive posizioni rendendoci peraltro conto che in Italia, paese dei furbi, anche chi lavora con serietà e correttezza può essere danneggiato da alcuni comportamenti che riteniamo sia giusto denunciare e condannare.

Riteniamo però d’altro canto che non si debba fare di ogni erba un fascio.

Con stima
Walter Righini (Presidente FIPER – Federazione Italiana Produttori di Energia da Fonti Rinnovabil)

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Il fotovoltaico e la corsa a ostacoli della burocrazia

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La semplificazione burocratica e le rinnovabili sono lontani anni luce. Un racconto tecnico, e ai limiti del paradossale, di un tortuoso viaggio burocratico di un cittadino che decide di realizzare un piccolo impianto fotovoltaico da 3 kWp su tetto. L’articolo è a cura del Gruppo MSA, Movimento per lo Sviluppo Energie Alternative.
Da Qualenergia.it, 15 maggio 2012

Il faticoso percorso burocratico per la realizzazione di un piccolo impianto fotovoltaico è la dimostrazione di come in Italia burocrazia e rinnovabili siano ormai un binomio indissolubile. Nonostante la montagna di documenti da produrre e iter defatiganti oggi nel nostro Paese ci sono quasi 350mila impianti fotovoltaici. Come si è riusciti ad arrivare a questi risultati? Leggete fino in fondo questo interessante, utile e paradossale viaggio nella burocrazia e forse lo capirete.

Il signor Rossi decide di installare 3 kWp sul tetto della propria abitazione. Deve presentare il titolo abilitativo. E allora si inizi il viaggio con le autorizzazioni comunali.

Ogni Comune ha una propria regola e ovviamente una propria modulistica; oneri amministrativi diversi per non meglio precisati diritti di segreteria, diverse tempistiche e modalità di richiesta e di rilascio.

C’è spesso una notevole confusione nell’interpretare le linee guida nazionali sulle fonti rinnovabili e sul tipo di autorizzazione/abilitazione effettivamente idonea al tipo di impianto e di installazione da effettuare. Per esempio la CIL (Comunicazione Edilizia Libera) e titolo abilitativo “tipo” per una piccola installazione a uso domestico e che per legge dovrebbe potere essere presentata “anche per via telematica” (se solo i Comuni fossero TUTTI muniti di Pec che, sempre per legge, dovrebbero avere…) viene spesso complicata da esosissime richieste di documentazioni di ogni genere. Trattandosi di una “comunicazione che non richiede risposta” non si capiscono l’esigenza e la logica della presentazione di tali aggravi documentali.

Nel link “Rinnova” reperibile sul sito del GSE sono facilmente rintracciabili le vari tipologie di titoli autorizzativi/abilitativi necessari all’installazione di ogni tipologia di impianto. Perché i Comuni non vengono indirizzati al sito del GSE per la consultazione?

Se ci addentriamo nei meandri di tipologie di impianti leggermente più complicati, ci imbattiamo in una serie di Autorizzazioni più o meno originali che spaziano dalla SCIA (Segnalazione Certificata Inizio attività) alla PAS (Procedura Abilitativa Semplificata) alla DIA (Dichiarazione Inizio Attività). Veramente un percorso complicato e di difficile gestione da parte sia dei Comuni che dei tecnici che, troppo spesso, si ritrovano a perdere ore e ore nel drammatico tentativo di interpretare le logiche distorte di tecnici comunali che, persi nella non chiarezza delle direttive … interpretano a proprio modo.

Nel caso di vincoli di qualsiasi genere la situazione si complica oltremodo e occorre presentare ulteriore documentazione alle Sovrintendenze che impiegano tempi lunghissimi per esprimere il proprio parere. Spesso sfavorevole o con originali richieste.

Ma torniamo al Signor Rossi. Il suo tecnico è stato bravo e ha quindi presentato tutte le documentazioni e può quindi passare allo step successivo.

Il Comune che ha accettato la presentazione della CIL dovrà ora rilasciare un documento nel quale attesti che essa è “titolo idoneo” all’installazione dell’impianto. Un vero controsenso nel caso di edilizia libera, ma anche in tutti gli altri casi. Tra l’altro i Comuni hanno deciso di fare pagare il rilascio di questo documento attribuendone i costi all’apertura di una relativa istruttoria che in realtà non ha ragione alcuna di venire aperta. Crediamo che ogni commento in proposito sia assolutamente superfluo.

Questo rende impossibile per un comune cittadino districarsi da solo in questa selva oscura di carte, bolli e incertezze ed è quindi costretto a rivolgersi a un tecnico specializzato e molto agguerrito e da solo, questo, potrebbe essere sufficiente a demoralizzare buona parte dei  clienti e degli stessi tecnici.

Ma andiamo avanti. Superato il primo scoglio delle abilitazioni/autorizzazioni ci troviamo a fronteggiare il gestore di rete (spesso ENEL Distribuzione SPA, ma non sempre).

ENEL/Ente gestore della rete. La procedura ENEL/gestore di rete è composta di tre passaggi:

1) richiesta di preventivo (mediamente 4 documenti) si invia mediante posta elettronica certificata / portale Enel / raccomandata e serve per ottenere un semplice sopralluogo (che spesso non viene neppure fatto soprattutto quando la potenza dell’impianto è inferiore alla potenza già disponibile del cliente). Ovviamente questa richiesta si paga e molto: per i nostri 3 kWp sono 121 € iva compresa.

2) A seguito del sopralluogo (o non sopralluogo) viene rilasciata la TICA ovvero il preventivo di connessione vero e proprio che deve essere accettato dal cliente pagando ovviamente il corrispettivo relativo (altri 121 € ) .

Possiamo ora installare l’impianto FV da 3 kWp del nostro eroe. Ma per farlo funzionare il nostro gestore di rete dovrà allacciarlo.

3) Installato e allacciato, ora l’impianto è funzionante. Siamo a posto? Nemmeno per sogno. Dobbiamo tenerlo staccato perché ancora è necessario inviare un’altra decina di documenti al gestore di rete affiché venga a montare i gruppi di misura (i contatori) e ci rilasci l’agognato verbale di allaccio.

Tra i passaggi 2 e 3, intercorre una registrazione sul portale Terna (gestore della rete di trasmissione nazionale) da fare esclusivamente on-line. Le eventuali richieste di integrazione dell’ente distributore per i motivi più svariati e a volte fantasiosi sono dissimili tra Ente ed Ente in quanto ovviamente ogni distributore ha una propria modulistica e abitudini, anche semplicemente per interfacciarsi. E questo nonostante l’Autorità per l’energia abbia cercato di mettere inutilmente un po’ di ordine.

Questi passaggi necessitano da un minimo di 60 giorni circa per utenze domestiche sino a uno-due anni per grandi impianti localizzati in zone sfortunate.

Adesso che il nostro impianto funziona, e lo fa in modo egregio, resta da vincere la sfida dell’incentivo. Vediamo cosa dobbiamo fare con l’ente preposto, cioè il GSE.

Gestore dei servizi energetici. Con il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) si raggiunge la vetta della burocratizzazione del sistema. Procediamo alla registrazione sul portale GSE ed entro 15 giorni (solari, e ci mancherebbe altro) si deve caricare (assolutamente in PDF):

richiesta di concessione delle tariffe incentivanti
certificato antimafia
dichiarazione sostituiva dell’atto di notorietà
scheda tecnica dell’impianto
schemi elettrici di sistema
elaborati grafici di dettaglio
cinque fotografie (ben fatte e da diverse angolazioni)
elenco delle matricole dei moduli
elenco delle matricole degli inverter
dichiarazione di proprietà dell’immobile
autorizzazione alla costruzione dell’impianto
dichiarazione di idoneità del titolo autorizzativo
comunicazione del POD
verbali di istallazione dei contatori
certificato Censimp rilasciato da TERNA
certificati di ispezione di fabbrica per prodotti UE
fatture di acquisto
documento di identità del richiedente

Tutto ciò per un impianto fotovoltaico da 3 kWp!

In tutto questo le autocertificazioni, pur previste per legge come strumento di semplificazione, sono considerate prive di ogni validità, così come rimane lettera morta il divieto da parte di un ente pubblico di richiedere documenti già in possesso di un’altra amministrazione.

Ora, armati di pazienza, dobbiamo aspettare l’esito da parte del GSE. E questo sarebbe un lungo capitolo da affrontare in separata sede.

Il filo diretto con il GSE dura poi 20 anni non solo per la ricezione degli incentivi, ma anche per i rapporti di qualsiasi altra natura e non sempre risultano essere, come chi opera nel settore ben sa, assolutamente agevoli.

Se poi avessimo osato fare un impianto più grande, per esempio da 6,1 kWp, avremmo dovuto aggiungere altri documenti e se fosse stato da più di 20 kWp allora saremmo entrati nel girone dei dannati dell’UTF e delle Officine Elettriche (agenzia delle dogane) con tarature dei contatori e registri quotidiani da compilare copiando per benino (a mano su di un registro timbrato ) i dati dei contatori, pagamento dei diritti di licenza annuale, e pagamenti di addizionali sulle accise per tutta l’energia autoconsumata.

Poi per gli impianti in sola vendita o di potenza rilevante sopra i 20 kWp una volta all’anno saremmo costretti a compilare il cosiddetto “Fuel Mix” che altro non è che una comunicazione di produzione e/o per la comunicazione di “consumo” che altro non è che la trasmissione delle produzioni e consumi fatti alle Dogane (altro ente con cui si instaura un rapporto a vita, solo per impianti sopra i 20 kWp).

Conclusioni

Il nostro eroe ha ora il suo impianto fotovoltaico e ha avuto la fortuna di avere dei tecnici che sapevano cosa fare e che si sono fatti in quattro per rispettare tempi e leggi. A chi sostiene che la burocrazia è necessaria e serve per evitare “furbate“ vorremo domandare se dopo aver letto quanto riportato continui a ritenere che un Paese possa sostenere tanta inutilità per fare un prodotto di pubblica utilità come un impianto di produzione energetica alimentato da fonti rinnovabili.

E se facessimo lo “spread” reale tra Italia e Germania sulla burocrazia potremmo vedere che in Italia servono (mal contati) circa 40 documenti diversi per un impianto da 3 kWp, mentre in Germania sono di fatto 2 (avete letto bene 2). Per non parlare del contenimento dei costi.

E per controbattere alla tesi di chi asserisce che se la burocrazia fosse effettivamente troppo onerosa e di difficile attuazione non si sarebbero installati così tanti impianti e così tanta potenza, la risposta è che solo con l’incredibile determinazione, la costanza e la capacità di tecnici e di aziende riunitisi in gruppi nati sul web a margine di uno stato di necessità si è stati in grado di far fronte alle mutevoli e repentine variazioni legislative e normative (a volte anche in corso d’opera). Si è creata una rete di collaborazione e di supporto quotidiani a titolo assolutamente gratuito e volontario stravolgendo le normali regole di concorrenza a favore di una solidarietà mai vista prima d’ora.

Le proposte di semplificazione sono state fatte a più riprese in tutte le sedi, ma a oggi anche per il futuro quinto conto energia paiono rimanere lettera morta (anzi con il registro si ottiene un’ulteriore devastante complicazione), ma si sente soprattutto la mancanza di un coordinamento generale o ancor peggio si percepisce la netta volontà di frenare questo settore con innumerevoli ostacoli che rallentano la corsa ma che alla lunga uccidono il corridore.

Gruppo MSA, Movimento per lo Sviluppo Energie Alternative (tecnici e installatori del settore delle rinnovabili)
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Piani d’Azione Energia Sostenibile da non tenere nel cassetto

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Prima edizione del Premio A+CoM per i migliori Piani d’Azione energia sostenibile (SEAP) presentati alla Commissione europea nel 2010-2011. Hanno partecipato 55 Comuni. Il Comitato tecnico e scientifico, costituito da Alleanza per il Clima e Kyoto Club, assegnerà i premi il 26 maggio Firenze, nell’ambito di Terra Futura.
Da Qualenergia.it, 15 maggio 2012

Con la sua iniziativa “Patto dei Sindaci” la Commissione europea propone agli enti locali un rapporto diretto chiedendo il loro aiuto per realizzare gli obiettivi “3×20″ e nello specifico, il primo dei tre obiettivi, ridurre entro il 2020 del 20% le emissioni di CO2. Per gli enti locali firmatari del Patto significa fare uno sforzo non indifferente per cominciare a uscire dall’economia e dalla società del fossile. Un passo che non sarà risultato di una politica business as usual, ma richiede una forte volontà politica, una pianificazione intelligente e capacità di know how e finanziarie per implementare le azioni previste.

Rimane vero però che il primo passo, deliberata l’adesione al Patto dei Sindaci da parte del Consiglio comunale, è quello di fare un Piano. L’ufficio del Patto dei Sindaci a Bruxelles e il JRC, Joint Research Center della Commissione, hanno elaborato una struttura piuttosto precisa per impostare il Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile (SEAP) con l’obbligo di presentarlo entro 12 mesi dopo l’adesione. Tra un po’ saranno 2.000 i firmatari italiani, il che significa che nell’arco di un anno ci dovrebbero essere 1.000 SEAP. Attualmente sono 450, documenti con precise indicazioni sui consumi energetici attuali, le corrispondenti emissioni, le azioni a breve e medio termine con i relativi responsabili per l’attuazione, la strategia finanziaria nonché le quantificazioni delle riduzioni previste. Uno sforzo collettivo di inestimabile valore per portare avanti la svolta energetica in Italia.

Per quanto le linee guida del Patto dei Sindaci per l’elaborazione del Piano siano precise, rimangono ovviamente larghi spazi di come fare. Ci sono piani elaborati in modo schematico e piani che riflettono un impegno vissuto dell’ente locale a fare un passo nella propria “coscienza energetica”, acquisire e organizzare dati e informazioni, ragionare in maniera concertata con vari uffici interni e diversi stakeholder circa le azioni che si stanno iniziando e quelle che si intendono cominciare per migliorare la sostenibilità dell’Amministrazione e della città tutta. Due reti italiane che lavorano per la protezione del clima a livello locale, Alleanza per il Clima e Kyoto Club, a fine 2011 hanno indetto un Premio proprio per dare visibilità a questi piani di eccellenza. Piani d’azione che promettono di costituire il primo passo in un processo verso l’energia sostenibile e non un prodotto che rimarrà sul sito internet del Comune e in un cassetto di qualche scrivania.

Il bando di concorso per A+CoM, dove CoM sta per Covenant of Mayors, il Patto dei Sindaci appunto, ha avuto una risposta sorprendente. Alla prima edizione di questo premio annuale erano candidabili i Piani d’Azione energia sostenibile consegnati alla Commissione europea nel 2010 e 2011, quasi 250. Hanno fatto domanda per una delle quattro categorie del premio (in base alla popolazione: sotto cinque, venti, novantamila abitanti e sopra) 55 Comuni ritenendo che il loro piano fosse il migliore. Dopo un lavoro impegnativo del comitato tecnico e scientifico, tutto è pronto per la premiazione il 26 maggio alla Fortezza da Basso di Firenze, nell’ambito di Terra Futura.

Chi saranno i premiati? Si saprà in quella mattinata. Quello che però si può raccontare è la profonda impressione che hanno fatto agli esperti i tanti Comuni piccoli e medi che con poche risorse umane ed economiche hanno elaborato piani molto validi che alimentano la speranza fondata che il loro impegno proseguirà con l’implementazione nei prossimi anni.

Sarebbe presuntuoso pensare che queste comunità piccole e medie potranno fare da sole. Per poter agire avranno bisogno di una pianificazione energetica complementare delle Regioni e del Governo che in un autentico approccio di multi-level governance dovranno recepire questo grande patrimonio di dati e progetti per rispondere dall’alto, con politiche mirate di sostegno, a quello che sta per crescere con una forte progettualità e volontà dal basso.
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L’ETS e la competizione tra rinnovabili e fossili in Italia

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Nel 2011 le emissioni dei settori ETS in Europa sono scese del 2%, ma le debolezze del sistema restano: eccesso di permessi che si traduce in prezzi della CO2 troppo bassi. Sul mercato elettrico questo comporta il paradosso che il carbone regge la concorrenza delle rinnovabili meglio del gas. E con una carbon tax?
Da Qualenergia.it, 16 maggio 2012

Nonostante la modesta ripresa economica avvenuta nel Continente, le emissioni delle fabbriche e delle centrali elettriche europee che partecipano all’emission trading system (EU ETS) nel 2011 hanno diminuito le loro emissioni del 2%, ha comunicato ieri la Commissione europea. Un risultato positivo che però potrebbe essere decisamente migliore se l’ETS riuscisse a garantire prezzi della CO2 abbastanza alti da stimolare misure di riduzione aggiuntive. Rimane infatti un eccesso di permessi a emettere e i prezzi della CO2 sono stracciati. Tra le conseguenze di questo c’è anche il fatto che, specialmente in Italia, nella concorrenza con le rinnovabili, il carbone resta più competitivo rispetto al gas, frenando la transizione in atto.

Dietro al discreto risultato del 2011 per l’ETS (emissioni del 2% sotto i livelli del 2010) si nascondono infatti dati che mostrano bene le debolezze di questo meccanismo. Come prima cosa va sottolineato che una parte rilevante della riduzione delle emissioni non è stata fatta “in casa”, cioè in Europa, ma nei Paesi in via di sviluppo: il 7% del totale dei permessi resi è stato infatti ottenuto sfruttando meccanismi di compensazione (quelli previsti dal Protocollo di Kyoto) che non sempre si sono dimostrati trasparenti (Qualenergia.it, Il CDM e quelle riduzioni di gas serra ‘finte’).

Ma soprattutto a minare l’efficacia dell’EU ETS è l’eccesso di permessi in circolazione, che sta portando a prezzi della CO2 troppo bassi: siamo sotto i 7 euro/ton. Un problema che è stato messo in evidenza nel corso della presentazione dei dati anche dalla Commissaria Connie Hoedegaard.
Come si vede dai numeri resi noti ieri, il volume dei permessi emessi, ma rimasti inutilizzati, è aumentato di 450 milioni nel corso del 2011: questo significa che dal 2008 sono stati messi in circolazione oltre 900 milioni di permessi in più rispetto a quelli che sono stati effettivamente utilizzati.

Un boomerang, dato che il meccanismo consente alle industrie di tenere per sé il proprio surplus di permessi e usarli nella fase successiva dell’ETS, quella che inizierà il 1° gennaio 2013. Dopo la ripresa economica, questi permessi saranno perciò disponibili per le imprese, sottraendo un incentivo rilevante agli investimenti rivolti a ridurre le emissioni. Proprio per evitare questo – ha fatto sapere la Hoedegaard – la Commissione sta indagando la possibilità che nella prossima fase dell’ETS vengano trattenute quote di permesso per ridurre l’oversupply.

Intanto i prezzi della CO2 non adeguatamente alti stanno avendo una particolare conseguenza sul nostro sul nostro mercato elettrico (aspetto rilevato anche da Giuseppe Artizzu, a.d. di Cautha, in un suo intervento di prossima pubblicazione su Qualenergia.it). Sta infatti accadendo che la concorrenza delle rinnovabili, specialmente del fotovoltaico durante il picco di domanda diurno, spinge spesso fuori mercato gli impianti a gas anziché quelli a carbone (Qualenergia.it, Picco prezzo kWh ‘anti-rinnovabili’, l’Autorità indaga). Proprio il basso prezzo dei permessi a emettere (ovviamente assieme all’alto prezzo del gas, specie in Italia) fa sì che gli impianti a cicli combinati a gas, che hanno emissioni nettamente inferiori, producano a costi maggiori rispetto a quelli a carbone, i più inquinanti in termini di CO2. Quando la concorrenza delle rinnovabili è alta, vengono così fatti fermare impianti a gas mentre quelli a carbone restano accesi.

Questo, oltre a dare notevoli problemi a chi ha investito in nuovi impianti a ciclo combinato, non ha senso rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione del sistema elettrico e potrebbe diventare un problema anche per lo sviluppo delle rinnovabili. Le fonti pulite non programmabili come eolico e fotovoltaico, infatti, convivrebbero bene con impianti flessibili e dalla produzione rapidamente modulabile come i cicli combinati a gas, ma è quasi impossibile farle coesistere su grossi volumi con impianti rigidi e dalla produzione poco modulabile come le centrali a carbone.

Una soluzione a questo problema potrebbe venire dalla carbon tax, già annunciata dal Governo. Nel Ddl ‘delega fiscale’, approvato ad aprile, si parla di un carico fiscale che colpirà i combustibili fossili in base al loro contenuto di carbonio, tassando maggiormente i più inquinanti e i proventi recuperati saranno usati per finanziare le energie pulite. Una novità che potrebbe penalizzare il carbone a favore del gas e delle rinnovabili, ma che per ora resta solo un’ipotesi vaga e ancora tutta da scrivere.
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I paradossi dei decreti rinnovabili esposti al Senato

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Il futuro delle rinnovabili dipenderà dalle modifiche che le Regioni proporranno per i decreti del V conto energia FV e sulle rinnovabili elettriche e da quanto il Governo sarà disposto ad accoglierle. Pubblichiamo l’appello all’esecutivo del sen. Ferrante in cui si sintetizzano i punti critici dei decreti e della politica governativa sulle energie pulite.
Da Qualenergia.it, 10 maggio 2012

Come i lettori di Qualenergia.it sanno questi sono giorni fondamentali per il futuro delle rinnovabili. Moltissimo dipenderà dalle modifiche che le Regioni proporranno per il quinto conto energia fotovoltaico e il decreto sulle rinnovabili elettriche e da quanto il Governo sarà disposto ad accoglierle. A tal proposito pubblichiamo l’appello all’esecutivo del senatore Francesco Ferrante, che nel suo intervento di oggi in Aula sintetizza i punti critici dei decreti e in generale della politica governativa sulle energie pulite.

Signor Presidente, signori Sottosegretari, colleghi, noi oggi discutiamo di un settore industriale, quello delle rinnovabili, che ha svolto una funzione anticiclica in questi ultimi mesi e in questi ultimi anni, in cui la crisi economica sta mordendo in maniera molto forte la realtà industriale ed economica di questo nostro Paese, nonché le famiglie e i cittadini. Esso è stato praticamente l’unico che in questi ultimi due anni è stato in grado di creare sviluppo, economia e nuova occupazione.

Mi rivolgo al Governo da parlamentare della maggioranza che sostiene questo Governo e che ne ritiene utile e fondamentale l’azione di risanamento di questo Paese, dicendo che però su questo punto state facendo un errore e uno sbaglio molto gravi, che possono mettere in discussione proprio quella funzione anticiclica positiva che il settore delle rinnovabili ha rappresentato in questi mesi. Perché? Perché voi siete partiti da una preoccupazione condivisa da tutti i parlamentari e da tutti nel Paese (mi arrogo il diritto di dirlo), cioè il fatto che gli incentivi per le rinnovabili, che com’è noto non pesano sul bilancio dello Stato, ma pesano sulle bollette elettriche che pagano cittadini ed imprese, non andassero fuori controllo ed oltre un certo limite determinato e quindi non pesassero in maniera eccessiva, oltre a quello che già fanno, sulle bollette che pagano appunto cittadini ed imprese.

Questo è un obiettivo condiviso. Peccato che però voi, per raggiungere questo obiettivo, abbiate scelto uno strumento, i decreti attuativi del decreto Romani (che avete emanato e che in questi giorni sono in discussione presso la Conferenza Stato‑Regioni), che nei fatti rischia di uccidere quel settore, che tanti effetti positivi non solo ambientali, ma anche economici ed occupazionali, ha avuto in questo nostro Paese.

Perché? Perché voi avete pensato di tenere sotto controllo la massa totale degli incentivi utilizzando lo strumento dei registri. Ho elencato almeno sette grossi paradossi che questi decreti rappresentano; il primo è proprio quello costituito dalla questione dei registri. Il Governo, che si è presentato agli italiani come quello che avrebbe dovuto semplificare le procedure con cui cittadini ed imprese hanno rapporti con lo Stato, che sappiamo bene essere uno dei problemi più gravi che ha il sistema Paese nel suo complesso, quello stesso Governo, invece di semplificare quel settore che ha prodotto effetti positivi in questi ultimi anni, lo complica di molto, con un impaccio ed un appesantimento burocratico, quello dei registri, che di fatto renderà molto difficili, se non impossibili, gli investimenti in questo settore, perché si tratterebbe, prima di avere la sicurezza che gli incentivi verranno concessi a coloro che poi presenteranno gli impianti, di fare tutti gli investimenti che portano alle autorizzazioni e alla possibilità di farli. Come sa bene chiunque abbia rapporti con il mondo del credito e con le banche nel nostro Paese, questa procedura rende di fatto impossibile ogni concreto investimento.

Passo ora al secondo paradosso. Il Governo dice giustamente in molti casi – lo dice anche l’Autorità per l’energia ed ha ragione – che si potrebbe fare molto di più sull’efficienza energetica, utilizzando le rinnovabili termiche, quelle non elettriche. Io condivido l’idea che si potrebbe fare molto di più, però mi chiedo e vi chiedo: perché mai allora non sono stati ancora emanati i decreti sulle rinnovabili termiche, che dovevano essere emanati entro settembre dello scorso anno e che ancora si attendono? E vi chiedo, per cortesia, di farlo rapidamente e di farlo però, contrariamente a quanto è stato fatto con i decreti sulle elettriche, successivamente ad un confronto con le associazioni del settore, che possono dare utili consigli.
Per altro, sulla questione del termico, c’entra anche un altro ritardo francamente ormai troppo eccessivo che il Governo ha accumulato: quello riguardante il biometano che, di nuovo, può essere un utilissimo contributo a tutti i vari settori (trasporti, rinnovabili termiche e rinnovabili elettriche), ma peccato che ancora stiamo aspettando che l’Autorità per l’energia elettrica e il gas impartisca le specifiche tecniche per poter immettere il biometano nella rete, cosa che avrebbe dovuto fare già dal luglio del 2011.

Terzo paradosso: grazie al quarto conto energia sul fotovoltaico, quello che verrebbe superato dal decreto sulle rinnovabili che avete proposto alle Regioni, si è attivata finalmente una procedura di bonifica dei tetti dall’amianto che questo Paesi aspettava da oltre vent’anni, da quando esiste la legge sull’amianto, e non è necessario che io racconti ai colleghi e al Governo quanti danni alla salute ha comportato il suo utilizzo nel nostro Paese. Ora, grazie al premio previsto nel Quarto conto energia sono stati bonificati qualcosa come 13 milioni di metri quadri di tetti sull’amianto. Ebbene, nel Quinto conto energia che avete proposto quel premio sparisce e questo a me sembra un paradosso da correggere.

Ancora: si fa un gran parlare in queste settimane, in questi mesi, giustamente, del fatto che le piccole e medie imprese italiane hanno un problema molto grave di crediti nei confronti dello Stato che non riescono a riscuotere. Anche il Governo, che noi appoggiamo, con il sottosegretario De Vincenti e lo stesso Ministro Passera, molte volte hanno ribadito che occorre affrontare e risolvere questo problema. E allora mi domando perché in questo decreto che avete proposto alle Regioni prospettate addirittura di rinviare il rimborso dei certificati verdi a quelle aziende che lo dovrebbero riscuotere a giugno di ogni anno, rispetto a quelli che hanno venduto l’anno precedente. Nel decreto prevedete addirittura un rinvio di questo rimborso, mettendo veramente a rischio, se non in ginocchio, molte aziende che contano su di esso.

E ancora, sul Conto energia, voi giustamente – ho detto in premessa che il mio Gruppo lo condivide – partite dal presupposto che dobbiamo evitare di sprecare soldi e non dobbiamo pesare troppo sulla bolletta elettrica. Per quanto riguarda il fotovoltaico, siamo già arrivati a spendere oltre 5 miliardi e mezzo di euro. Questo è quanto spendiamo oggi con le bollette elettriche per sostenere gli incentivi. Una cifra ingente, soprattutto se confrontata con il Paese leader da questo punto di vista, che è la Germania, che ne spende circa 9, anche se va tenuto presente che quel mercato elettrico è circa il doppio del nostro. Comunque, noi che spendiamo oltre 5 miliardi siamo ad un livello molto importante.

Ora, in Germania questa cifra la spendono da vent’anni e non se ne lamentano affatto perché sanno che così hanno creato un settore industriale che è leader del mondo, ma comunque, a fronte di quei 5 miliardi e mezzo di euro, è bene evitare che cresca ancora eccessivamente perché non possiamo pesare sulle bollette. Però, voi suggerite di fermarci a 6, contrariamente a quanto affermava il decreto Romani che prevedeva una forchetta tra i 6 e i 7 miliardi di euro. Io vi invito a riflettere su questo: il rischio è che se ci fermiamo troppo presto ammazzando il settore industriale che il fotovoltaico fa, rischiamo di spendere per vent’anni 5 miliardi e mezzo di euro o 6 miliardi di euro in maniera improduttiva. Se invece si arrivasse a rispettare i patti e arrivare a quei 7 miliardi di euro che permetterebbero a quel settore di arrivare con le gambe in piedi alla grid parity ,cioè nel momento in cui non avrebbero più bisogno di nuovi incentivi, quei 7 miliardi non sarebbero più improduttivi, ma arriverebbero a costituire un pezzo importante del settore industriale.

Concludo con gli ultimi due paradossi: il primo è quello che riguarda il made in Italy. Tutti diciamo che bisogna spingere sulla tecnologia italiana. Voi stessi avete detto che in questi anni abbiamo finanziato l’estero, il che non è poi così vero perchè anche sul fotovoltaico oltre il 50 per cento è tecnologia italiana, ma per premiare la tecnologia italiana va previsto qualcosa nel decreto che invece non c’è. Infine partendo da una base d’asta troppo bassa (5 MW è troppo poco) si va a finire che si premiano soltanto le grandi aziende e non quel tessuto di piccole e medie che fa davvero – come sempre abbiamo detto – il tessuto economico del nostro Paese.

Termino il mio intervento rivolgendo un appello al Sottosegretario. Oggi il Parlamento vi rivolge l’appello a cambiare strada da questo punto di vista, a cogliere le richieste non solo delle Regioni, che vi stanno rivolgendo nelle ultime ore in Conferenza Stato‑Regioni, ma anche quelle più lungimiranti provenienti dalle associazioni del settore, riunitesi negli Stati generali delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, per dare davvero un futuro al nostro Paese, al contempo industriale e ambientale.
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Novità V conto energia: non partirà prima di ottobre

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Secondo rumours provenienti dalla Conferenza Stato Regioni il nuovo conto energia non partirà prima del 1° ottobre, facendo così slittare di tre mesi la possibile data di entrata in vigore. In arrivo altre piccole novità sul decreto? A Solarexpo il GSE ritiene invece che la data di entrata in vigore possa andare anche oltre.
Da Qualenergia.it, 10 maggio 2012

Minime novità sul V conto energia al vaglio della Conferenza Stato Regioni di ieri. Una è che non partirà prima del 1° ottobre 2012. Così sembrano raccontare alcuni voci attendibili. L’entrata in vigore del decreto potrebbe essere posticipata di 3 mesi, quindi non più a partire dal 1° luglio, ma dal 1° ottobre. Una possibilità poi non così lontana dalla data di entrata in vigore più probabile già oggi, prima della modifica della Conferenza: secondo noi, il limite dei 6 miliardi di euro di incentivi per il FV si potrebbe raggiungere entro la fine di agosto o ai primi di settembre, alla luce anche del fatto che nel secondo trimestre si assisterà a un’accelerazione delle installazioni.

Un’altra piccola novità, poco probabile in verità, è che ci possa essere un limitato innalzamento del tetto del cap annuale di incentivi fino a un massimo di 100 milioni di euro (quindi 6,6 mld). I Ministeri forse hanno recepito alcune piccole modifiche con il “Made in Europe” che entra tra i criteri di priorità per l’accesso ai Registri e la possibilità di riconoscere un bonus per impianti con componentistica ‘Made in UE’ sopra i 100 kW di potenza. Per la sostituzione dell’amianto con il fotovoltaico sembrerebbe ritorni il premio, questa volta di 3 centesimi per kWh (cumulabile con il premio Made in UE in caso di una riduzione del 10% della tariffa base degli incentivi).

Un’altra ipotesi al vaglio è quella di porre un limite diverso per i registri per impianti a seconda che il beneficiario sia privato o pubblico. Nel primo caso il limite del registro resterebbe di 12 kW, mentre per l’impianto pubblico verrebbe portato a 50 kW. Un distinguo proposto dall’Anci che comunque cambia poco nella sostanza.

Almeno per la data di entrata in vigore del quinto energia, queste notizie mutano leggermente lo scenario prospettato dal GSE nel convegno e question time di questa mattina a Solarexpo sul Conto energia. La previsione sull’evoluzione della spesa per gli incentivi al fotovoltaico illustrata da Gerardo Montanino, direttore operativo del GSE, fa prevedere che difficilmente il V conto energia entri in vigore prima della metà di settembre, ma che invece possa tardare fino a metà dicembre. Addirittura esiste l’eventualità che il limite di spesa venga raggiunto poco dopo la fine di novembre – ha detto il direttore del GSE – e dunque che il nuovo decreto parta nel 2013.

Tutto ruota, come sappiamo, intorno al raggiungimento del tetto di spesa di 6 miliardi. Secondo la bozza attuale del quinto conto energia, il nuovo regime incentivante, infatti, entrerebbe in vigore un mese dopo il superamento di quella soglia. Difficilmente infatti (come viene fatto notare anche nei commenti a pagina 3 della misteriosa prima bozza di conto energia che pare sia uscita dal pc di una dipendente Enel) si sarebbe potuto stabilire una data precisa per la fine del quarto conto, decisione che sarebbe stata contestata per motivi legali; l’unico modo per sostituirlo con il quinto era aggrapparsi a quel tetto di spesa indicativo di ‘6-7 miliardi’, cui fa riferimento il decreto del conto energia uscente.

Montanino ha spiegato oggi a Verona che “al momento, stando al contatore GSE, siamo a una spesa di circa 5,6 miliardi (5,654 oggi, ndr), ma la crescita della spesa sta rallentando nettamente e in alcuni casi addirittura ‘va all’indietro’, come quando a certi grandi impianti vengono riconosciuti incentivi minori di quelli richiesti”. Il responsabile del GSE ha fatto l’esempio di quegli impianti contigui su uno stesso terreno che riceveranno l’incentivo in base alla somma delle loro potenze e non alla taglia dei singoli impianti.

Altro fattore che fa girare più lentamente le rotelle del contatore, ha spiegato Montanino, è la moria di impianti che, accettati nel registro, non stanno però riuscendo a rispettare i tempi per essere completati e dunque accedere agli incentivi del quarto conto. Sembra che sia di circa il 60%. La spesa aggiuntiva attesa dal registro dunque potrebbe essere di soli 35 milioni anziché di 70 come inizialmente previsto.

Quando la soglia dei sei miliardi sarà raggiunta, comunque, non può saperlo nemmeno il GSE, che infatti, come abbiamo visto, lascia aperta una finestra temporale abbastanza ampia. Molto poi dipenderà da quello che succederà per gli impianti che si costruiranno in questi mesi, sui quali l’ente non ha un esatto monitoraggio. Un’impennata nei volumi di installazioni, dovuta a una volata per riuscire a rientrare nel quarto conto energia, potrebbe far arrivare prima al tetto di spesa e dunque al nuovo conto, ma per Montanino questo è “poco probabile”. A impedirlo, spiega, “anche la difficoltà nell’accesso ai finanziamenti che nel settore si sta riscontrando per realizzare impianti che non si è sicuri rientrino nel nuovo o nel vecchio conto energia”. Insomma, un cane che si morde la coda.
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Il messaggio delle Associazioni: “Non affossiamo le rinnovabili”

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Dalle Associazioni un messaggio alle Regioni che devono fornire il loro parere sui decreti per le rinnovabili e il fotovoltaico. Se ne parla nel corso dell’evento di apertura di Solarexpo & Greenbuilding “Stati Generali delle Energie Rinnovabili e dell’efficienza energetica in Italia”. Presente il Ministro dell’Ambiente, Corrado Clini.
Da Qualenergia.it, 09 maggio 2012

Gli “Stati Generali delle Associazioni delle Rinnovabili e dell’Efficienza Energetica” hanno presentato alla Conferenza Stato-Regioni specifici emendamenti sui decreti ministeriali delle rinnovabili elettriche e del quinto conto in energia fotovoltaico, attualmente in esame, con l’obiettivo che possano tenere conto delle richieste che provengono dal mondo delle imprese che oggi in Italia occupano oltre 100mila addetti.

Le richieste sono state presentate ieri in una conferenza stampa a Roma e oggi, nel corso dell’evento di apertura di Solarexpo & Greenbuilding, “Stati Generali delle Energie Rinnovabili e dell’efficienza energetica in Italia”, che avrà luogo alla Fiera di Verona alle 14,30 (Auditorium Verdi), con la presenza del Ministro dell’Ambiente, Corrado Clini.

Presentiamo qui il messaggio inviato alle Regioni che ha accompagnato gli emendamenti condivisi ai due decreti e che racchiude in sintesi le proposte degli “Stati Generali” sul settore.

NON AFFOSSARE LE RINNOVABILI E L’EFFICIENZA ENERGETICA. CAMBIARE RESPONSABILMENTE IL SISTEMA ENERGETICO

Siamo in una fase delicata e cruciale dello sviluppo delle rinnovabili in Italia e di trasformazione dell’intero sistema energetico. Le rinnovabili hanno coperto il 26% della produzione elettrica nazionale nel 2011 e si sono espanse anche nel settore della produzione di calore. Gli interventi sull’efficienza energetica hanno inoltre garantito significativi risultati negli ultimi anni, mentre ancora sensibile è il ritardo nel settore dei trasporti. Queste dinamiche hanno favorito la rapida crescita di un nuovo comparto imprenditoriale con oltre 100.000 posti di lavoro, in netta controtendenza con l’attuale fase di crisi.

Siamo tutti consapevoli che occorre adeguare il sistema di incentivi, ma questo passaggio va realizzato con interventi intelligenti, in grado di accompagnare le varie fonti verso la competitività. In questo modo si favorisce la crescita dell’occupazione e, in prospettiva, si assicura un guadagno economico per la collettività, si aumenta la sicurezza energetica del paese, si riducono le emissioni di gas climalteranti.

La ridefinizione delle modalità di supporto alle rinnovabili e all’efficienza, se gestita male, rischia di mettere in ginocchio l’intero settore. Le proposte di decreti inviate alle Regioni, fotovoltaico e rinnovabili  elettriche, sono purtroppo inadeguate e fortemente penalizzanti. La sensazione è che sia prevalso un atteggiamento punitivo nei confronti di un comparto che sta dimostrando concorrenzialità con le fonti fossili e sta mettendo in difficoltà gli operatori elettrici tradizionali.

Il comparto delle imprese energetiche verdi, vista la gravità della situazione, ha avviato un coordinamento tra le varie Associazioni per confrontarsi con maggiore efficacia con le istituzioni e per modificare provvedimenti che potrebbero essere letali. Si sono così costituiti gli “Stati generali delle rinnovabili e dell’efficienza energetica”, che nel corso di due incontri a Roma in aprile hanno discusso le criticità principali contenute nei decreti “elettrici” e hanno presentato le proposte per il settore termico e dell’efficienza ai rappresentanti di Ministeri e Regioni.

Gli Stati generali delle rinnovabili e dell’efficienza energetica hanno condiviso le proposte di emendamento ai due primi Decreti in vista della Conferenza Stato-Regioni e che il 9 maggio saranno discussi al SolarExpo a Verona alla presenza del ministro dell’Ambiente Clini.

La prima richiesta che gli Stati generali rivolgono con forza al Governo è che vengano emanati rapidamente, previa consultazione con le parti interessate, sia il decreto sulle rinnovabili termiche atteso dal settembre scorso sia la definizione degli obiettivi dei certificati bianchi al 2020, che quelli relativi alla definizione delle norme per l’immissione in rete e la promozione del biometano (in assenza dei quali sistanno bloccando, di fatto, le opportunità di sviluppo per questo settore, che presenta significative potenzialità per le rinnovabili elettriche, termiche ed anche per i trasporti).

Sul fronte dell’efficienza energetica e delle rinnovabili termiche sono ingenti i benefici che si potrebbero avere sia sul fronte occupazionale che della riduzione delle emissioni inquinanti, con una spesa molto ridotta, mentre la promozione del biometano potrà dare importanti risultati anche nel settore dei trasporti.

Sull’elettrico, invece, a preoccupare le Associazioni non sono tanto i tagli degli incentivi, comunque in alcuni casi particolarmente penalizzanti, quanto l’aumento del peso della burocraziache i Decreti introdurrebbero, quando al contrario andrebbe alleggerita come avviene in molti altri paesi. In particolare,è unanime la richiesta di abbandono del sistema dei registri e dei limiti annui allo sviluppo delle diverse tecnologie, da sostituire con un meccanismo di riduzione della tariffa che si autoregoli in funzione del volume di installazioni; si garantirebbe lo stesso risultato con strumenti di mercato evitando un approccio dirigista che avrebbe l’unico risultato di bloccare la bancabilità dei progetti.

Per quanto riguarda il fotovoltaico, si propone di aumentare, anche se non di molto, il plafond di spesa previsto. In particolare si dovrebbe tornare al limite di 7 miliardi, già indicato nel quarto conto energia, che consentirebbe a questa tecnologia nel medio termine di riuscire a camminare sulle proprie gambe garantendo l’installazione di migliaia di MW senza incentivi. Per accompagnare il passaggio al nuovo regime si chiede inoltre un periodo transitorio di tre mesi dalla data di raggiungimento del limite di spesa previsto. Proprio per costruire un percorso del fotovoltaico verso la grid parity che sia ad impatto zero in bolletta, si deve dare la possibilità di usufruire dello scambio sul posto anche agli impianti sopra i 200 kW come percorso alternativo agli incentivi.

Per spingere gli interventi più utili e innovativi, occorre ripristinare i premi previsti dal quarto conto energia per gli interventi più costosi, come gli impianti a concentrazione e lo smaltimento dell’amianto. Allo stesso modo si dovrebbe prevedere un premio per impianti realizzati con almeno l’80% di materiali realizzati in Europa e comunque vanno individuate opportune forme di incentivazione a sostegno e sviluppo dell’industria nazionale. Inoltre occorre, come nell’attuale conto energia, classificare gli impianti su fabbricati rurali, come edifici  visto che saranno tutti accatastati e soggetti ad IMU.

Sul versante delle altre tecnologie rinnovabili per la produzione elettrica, si chiede l’innalzamento della potenza per l’accesso ai registri a 250 kW e l’incremento del contingente annuo per le varie fonti (separando le  biomasse dal biogas e scorporando i rifiuti dal decreto) che risulta largamente inferiore ai ritmi di crescita realizzati in questi anni. Inoltre i premi previsti per biomasse e biogas con particolare riferimento agli impianti di potenza inferiore ad 1 MW vanno semplificati al fine di renderli accessibili, fermo restando il raggiungimento gli obiettivi ambientali e di efficienza.

Vanno elevate le soglie per l’accesso alle aste ad almeno 20 MW (e 50 MW per l’eolico)e va aumentato il tempo consentito di costruzione per impianti più complessi. Va rivisto il meccanismo di transizione dai certificati verdi alla tariffa e il posticipo delpagamento dei certificati verdi da parte del GSE.

Queste proposte permettono di continuare nello sviluppo delle tecnologie rinnovabili consentendo, al contempo di tenere sotto controllo l’impatto in bolletta. I decreti, al contrario, porterebbero a ridurre gli incentivi da 12,4 a 11,2 miliardi di euro, con un taglio del 10%,  ma con modalità di applicazione devastanti. Infatti, a fronte di un limitato impatto sulle tariffe, come osserva anche l’Autorità dell’Energia, si frenerebbe la crescita delle rinnovabili (secondo l’ultimo rapporto di Deutsche Bank, non si raggiungerebbero gli obiettivi al 2020) e si metterebbe in ginocchio uno dei pochi settori che si erano sviluppati in questo periodo di crisi.

Gli Stati Generali chiedono quindi che nella Conferenza Stato Regioni si tenga conto delle richieste che provengono dal mondo delle imprese.
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L’industria del fotovoltaico, dalla crisi al consolidamento

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In 10 anni entrati nel mercato moltissimi operatori, con una capacità produttiva di circa 55 GW, il doppio rispetto alla domanda. Il rapido calo dei prezzi del 70% in 3 anni, con una produzione concentrata in Asia. La conseguenza è la crisi di molti produttori europei e USA, ma inizia anche così l’assestamento di un settore.
Da Qualenergia.it, 08 maggio 2012

“Con un mercato fotovoltaico in piena maturazione, con crisi ripetute di crescita, l’industria procede spedita verso una fase di profonda ristrutturazione. La stessa incertezza normativa può accelerare o rallentare questo processo, ma in entrambi i casi procura un danno al settore produttivo, che ha bisogno di orizzonti temporali più ampi per investire. Tuttavia i fondamentali di lungo periodo per il settore a livello mondiale sono molto positivi soprattutto alla luce della veloce riduzione dei costi, della crescita di nuovi mercati e di altri sempre meno dipendenti dai sussidi”. Questa è in sintesi è la valutazione di Guido Agostinelli, analista di mercato di Syntegra Solar che ha esposto, nel corso della quarta edizione di Italian PV Summit di Verona, alcune riflessioni su uno scenario in rapido mutamento dal punto di vista dell’industria fotovoltaica.

Gli effetti di questa evoluzione del settore saranno caratterizzati nel breve periodo – secondo Agostinelli – da casi di insolvenza, da un incremento di acquisizioni e fusioni di aziende produttive, riposizionamenti, ristrutturazioni, cambiamenti di business model, ecc., con l’obiettivo di razionalizzare al meglio l’offerta e arrivare ad una fase di consolidamento del settore nel suo complesso che potrà essere più sostenibile e redditizia.

Le difficoltà del settore fotovoltaico nascono da una tumultuosa entrata nel mercato negli ultimi 10 anni di numerose aziende, con una capacità diventata rapidamente troppo elevata rispetto alla domanda, che a sua volta è rimasta circoscritta in pochi mercati con incentivi particolarmente attraenti, anche se con normative spesso in bilico. Oggi la capacità produttiva di celle FV arriva a circa 55 GW (4,5 GW/mese), cioè circa il doppio della domanda (intorno ai 27 GW) e per il 40% è costituita dai primi 15 produttori al mondo, con un livello di competizione tra i più elevati nell’intera filiera, così come per la parte relativa alla produzione di moduli. Nel complesso, nella parte a monte della filiera (dal lingotto al modulo) ci sono oltre 160 operatori, e i primi 40 coprono l’80% del mercato.

C’è da aggiungere poi un calo dei prezzi di oltre il 70% in soli tre anni, che da una parte ha portato ad una notevole crescita di installato, con vantaggi per i consumatori, ma dall’altra anche ad una stagnazione se valutiamo il mercato in termini di giro di affari. Si accresciuto poi lo squilibrio tra una domanda mondiale concentrata nell’Unione Europea (65%) e una produzione di moduli localizzata soprattutto in Asia (in Cina per il 45%). Dal lato della domanda la quota europea tuttavia è destinata a ridursi tra il 40 e il 50% entro il 2015 e tutto il comparto tenderà a riequilibrarsi.

Quali saranno le strategie che le aziende adotteranno per sopravvivere, secondo l’analista di Syntegra Solar? Ci si muoverà su più fronti: miglioramento ed ottimizzazione della fase produttiva, incremento del rendimento dei prodotti, verso un nuovo focus su specifici segmenti di mercato ed altro ancora.

Sulle strategie e le prospettive del settore una valutazione di Andrew Beebe, Chief Commercial Officer di Suntech: “un quadro regolatorio stabile e una crescente cooperazione internazionale sono elementi fondamentali per lo sviluppo del fotovoltaico. Il libero scambio e la concorrenza sono presupposti importanti per generare innovazione e creare posti di lavoro nel settore dell’energia solare. Al momento assistiamo quindi con soddisfazione anche al rafforzamento della cooperazione economica tra Italia e Cina, e al supporto di entrambi i paesi alla crescita di un settore dinamico come quello del solare a livello globale”.

Intanto il mercato mondiale che ha una potenza cumulata di circa 70 GW (realizzata in soli 11-12 anni), di cui 51,7 GW nell’Unione Europea, si appresta a tagliare tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo la soglia dei 100 GW installati, ha annunciato Reinhold Buttgereit, segretario generale dell’EPIA (European Photovoltaic Industry Association). Ma forse il segnale più significativo del cambio di paradigma del sistema energetico europeo è riscontrabile nel dato sull’evoluzione della nuova potenza installata per le varie tecnologie per la produzione elettrica: sono quasi 22.000 i nuovi megawatt fotovoltaici installati nell’UE nel corso del 2011; per il gas si arriva intorno ai 9.000 MW, al netto delle dismissioni, e per il carbone a meno di 2000 MW. Per il nucleare, quasi solo dismissioni nel corso del 2011 (- 6.200 MW). E questo trend si registra ormai da circa un decennio.
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