Apr 23
rassegna-stampaLa Repubblica
Nel 2010, dopo il crollo del 2009, il dato certificato dall’Ispra è tornato a crescere del 2%. Ora il valore rispetto al 1990 è fermo a -3,5% mentre il Protocollo internazionale ci chiede un taglio del -6,5%
La Repubblica, 23 aprile 2012, sezione AMBIENTE
ROMA – Dopo il tracollo del 2009, provocato dalla ripercussioni della crisi finanziaria statunitense sull’economia reale, nel 2010 le emissioni italiane di gas serra sono tornate a crescere, facendo registrare un +2% rispetto all’anno precedente. A certificarlo è l’Ispra, l’ente del ministero dell’Ambiente predisposto a monitorare l’andamento delle emissioni e a comunicarlo all’Unione Europea.
La “ripresina” del 2010 ha portato il conteggio totale delle emissioni a un -3,5% in confronto con quelle del 1990, data presa a riferimento per calcolare gli obiettivi di riduzione fissati dal Protocollo di Kyoto. Per l’Italia il traguardo fissato a -6,5% dunque si allontana, ma, rileva l’Ispra in un comunicato, anche in considerazione dei primi dati relativi al 2011, “non è così distante”. Inoltre un aiuto al perseguimento degli obiettivi “potrà venire dal computo dei crediti derivanti dagli assorbimenti forestali 1, pari a 10-15 milioni di tonnellate annue, secondo quanto previsto dal protocollo di Kyoto. Un ulteriore contributo per colmare la differenza con l’obiettivo di Kyoto, sottolinea ancora l’istituto, “deriverà dai crediti derivanti dai progetti per l’abbattimento delle emissioni nei paesi in via di sviluppo già in corso”.
L’andamento delle emissioni, spiega poi Ispra, “è conseguenza della parziale ripresa dei consumi energetici e delle produzioni industriali, in particolare di quella dell’acciaio, dopo la crisi economica che ha avuto nel 2009 il suo momento più critico, ma anche della crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili e di un incremento dell’efficienza energetica”.
Tra il 1990 e il 2010, le emissioni di tutti i gas serra considerati dal Protocollo di Kyoto “sono passate da 519 a 501 milioni di tonnellate di CO2 equivalente: questa variazione è stata ottenuta principalmente grazie alla riduzione delle emissioni di CO2, che costituiscono l’85% del totale e risultano, nel 2010, inferiori del 2,1% rispetto a quelle del 1990″. Le emissioni di metano e di protossido di azoto, osserva ancora l’istituto, sono rispettivamente pari a “circa il 7,5% e il 5,4% del totale e sono in calo sia per il metano (-14,1%) che per il protossido di azoto (-27,2%). Gli altri gas serra, HFC, PFC e SF6, hanno un peso complessivo sul totale delle emissioni che varia tra lo 0,1% e l’1,7%. Le emissioni degli HFC evidenziano una forte crescita, mentre le emissioni di pfc decrescono e, quelle di SF6, mostrano un incremento meno marcato di quello registrato negli anni precedenti”.
I settori delle industrie energetiche e dei trasporti, ricostruisce ancora l’Ispra, “sono quelli che maggiormente contribuiscono alle emissioni totali rappresentando, insieme, più della metà delle emissioni nazionali di gas climalteranti”.
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Apr 18
rassegna-stampaLa Repubblica
Manifestazione di associazioni, lavoratori e imprese delle fonti pulite a Montecitorio per chiedere modifiche ai provvedimenti appena varati dal governo: “Troppa incertezza e burocrazia, così si uccide un intero settore”
La Repubblica, 18 aprile 2012, sezione AMBIENTE
ROMA – Prima la manifestazione di ambientalisti, operatori delle rinnovabili e sindacati che ha riempito piazza Montecitorio al grido di “salviamo le rinnovabili”. Poi l’inizio di uno scontro istituzionale tra governo e Conferenza Stato regioni che potrebbe riaprire la partita evitando il tracollo di un settore che vale più di 100 mila posti di lavoro. La protesta è cominciata ieri mattina, con un migliaio di persone davanti alla Camera per chiedere modifiche ai decreti attuativi per il fotovoltaico 1 e le altre fonti verdi 1 approvati la scorsa settimana dal governo. I provvedimenti, che passeranno al vaglio della Conferenza Stato Regioni, sono giudicati una minaccia per un settore industriale cresciuto enormemente anche in tempi di crisi.
“I decreti sulle rinnovabili devono essere corretti. Altrimenti si rischia una brusca frenata al loro sviluppo. Sarebbe un brutto errore, visti i buoni risultati già raggiunti dal punto di vista della produzione di energia pulita, crescita degli investimenti, nuova occupazione”, spiega Fabrizio Vigni, presidente degli ecologisti democratici. “L’italia deve accelerare, non frenare: puntare sulla green economy è essenziale per uscire dalla crisi e rilanciare l’economia. Va contrastata la campagna mediatica che cerca di impedire la costruzione di un nuovo modello energetico più ecologico, efficiente, distribuito”.
L’incertezza imposta da un anno a questa parte dai due governi che si sono succeduti, insieme alla sempre più agguerrita concorrenza cinese, stanno già producendo i loro effetti, come segnalava ad esempio lo striscione portato a Roma dagli operai della Memc Merano (unica azienda italiana a produrre silicio policristallino per fotovoltaico) che ricordava tristemente il destino di “400 lavoratori in cassa integrazione”.
“Non manifestiamo contro i tagli agli incentivi, ma manifestiamo contro i tagli retroattivi agli incentivi – precisa il presidente dell’Anev Simone Togni – purtroppo nella bozza di decreto in discussione sono state introdotte retroattivamente delle previsioni e in particolare non viene più garantito il pagamento dell’energia elettrica che gli operatori dell’eolico hanno prodotto lo scorso anno”. “Questo atteggiamento – lamenta – è grave e configura un rischio default del nostro Paese”. “Il settore dell’eolico oggi conta 40.000 posti di lavoro nel nostro Paese. Con questi decreti ne sono a rischio già 5.000 nei prossimi due mesi, ai quali si aggiungeranno le ripercussioni sull’indotto. Dobbiamo far comprendere al governo che non investire sull’eolico vuol dire non investire sul futuro”.
Tra le associazioni erano presenti in piazza Anev, Aper, la nuova Assosolare e il Comitato industrie fotovoltaiche italiane. Tra gli ambientalisti, Greenpeace, Kyoto Club, Legambiente, Wwf. Ma a sventolare c’erano anche striscioni e bandiere di Cgil Fiom, Fim Cisl, Uilm. Attimi di tensione quando hanno cercato di inserirsi tra la folla anche quelle associazioni ambientaliste come Italia Nostra e Amici della Terra che avversano l’eolico in nome della tutela del paesaggio. Contro di loro è partito il coro di “buffoni, buffoni” e gli animi si sono scaldati, con qualche spintone che ha consigliato alle forze dell’ordine di intervenire per far spostare il piccolo presidio di contestatori.
Conclusa la mattinata, lo scontro sulle rinnovabili si è spostato nella sala romana dove si sono tenuti gli Stati generali delle rinnovabili. “Pollice verso di tutte fonti e tutte associazioni su decreti”, ha scritto Aper (Associazione produttori energia da fonti rinnovabili) sul suo account Twitter, raccontando in diretta la rivolta del popolo delle rinnovabili. La richiesta di Assosolare - ricordano i dirigenti Gianni Chianetta e Massimo Sapienza – è che il governo “convochi tavoli tecnici” perché alla fine “il governo dei tecnici non ha sentito i tecnici” prima di scrivere i contestati decreti.
“I decreti del Governo Monti sulle energie rinnovabili sono fatti male”, aggiunge senza troppi giri di parole Giancarlo Muzzarelli, assessore regionale alle Attività produttive dell’Emilia-Romagna, sempre agli Stati generali sulle rinnovabili. “E’ assurdo l’obbligo di fare un registro anche per i condomini. Dobbiamo stimolare l’economia, non mettere ulteriore burocrazia”. L’assessore emiliano-romagnolo ha poi assicurato alle imprese che le Regioni chiederanno al Governo “quattro o cinque modifiche ai decreti”, per cercare di “smontare le parti che non reggono”.
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Apr 17
rassegna-stampaLa Repubblica
Il ministro dell’Ambiente – alla riunione del Major Economy Forum - spiega come fare per innescare un rilancio delle finanze e dell’ecologia. Ora tocca al “popolo delle rinnovabili”
La Repubblica, 17 aprile 2012, sezione AMBIENTE
ROMA – La divaricazione è crescente. Da una parte gli Stati Uniti che hanno sorpassato la Cina negli investimenti sull’energia pulita, il Giappone che progetta il dopo Fukushima aumentando il peso dell’efficienza e delle fonti rinnovabili, l’Europa che fa dell’economia low carbon un asse strategico; dall’altra il governo Monti intrappolato nelle pastoie della burocrazia che frenano la spinta verso la generazione distribuita e il rilancio economico legato alle rinnovabili: un deficit di visione che rischia di ripercuotersi in modo più ampio sull’economia del paese.
E’ questo il quadro che emerge dalla riunione del Major Economy Forum che si è tenuta a Roma. Uno squilibrio, sottolineato dalla manifestazione del popolo delle rinnovabili che si terrà domani mattina davanti a Montecitorio, che il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha provato a ricomporre presentando al Cipe (Comitato interministeriale Per la programmazione economica) il Piano nazionale per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica.
E’ un progetto ambizioso: una road map verso il rilancio eco eco (economico ecologico) che prevede una riduzione delle emissioni di CO2 del 25% al 2020, del 40% al 2040, del 60% al 2060, dell’80% al 2050. Come fare a passare dalla fase attuale, una marcia indietro segnata dalla recessione, alla galoppata che permetterebbe di sviluppare il salto tecnologico richiesto? “Bisogna sviluppare le capacità del sistema Italia nel campo dell’innovazione, dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili”, spiega Clini. “I primi 200 milioni di euro messi a disposizione, con il Fondo rotativo del protocollo di Kyoto, per gli interventi di riduzione degli sprechi sono andati immediatamente esauriti. E’ un segnale positivo: vuol dire che il tessuto delle imprese è pronto a scattare: ha bisogno solo di una cornice di sicurezza delle regole e di una ragionevole liquidità. Noi andremo avanti mettendo a disposizione 250 milioni di euro all’anno dal 2013 al 2020 e proveremo a far crescere questa cifra”.
Un’altra misura indicata nel pacchetto è il sostegno alle fonti rinnovabili fino al raggiungimento della cosiddetta grid parity, cioè l’equivalenza di costo al momento dell’immissione in rete. Per l’eolico e il fotovoltaico, le due rinnovabili di nuova generazione più mature, è un traguardo molto vicino. Ma – come ricorda Clini – per permettere che a beneficiarne sia l’industria nazionale si dovranno alleggerire, senza far venire meno le norme di protezione paesaggistica, le pastoie burocratiche che frenano le imprese.
Nel pacchetto di interventi per la road map figurano anche la carbon tax, che esclude solo i settori industriali già obbligati all’acquisto dei permessi di emissione di CO2 dalla direttiva Emission trading, e l’estensione fino al 2020 del credito di imposta del 55% – già applicato all’efficienza energetica nell’edilizia – a tutti gli investimenti mirati alla riduzione dell’intensità di carbonio.
Infine due misure destinate a pesare positivamente anche sul bilancio energetico. La prima è una modifica delle modalità di trasporto con l’obiettivo di ridurre il ruolo della gomma (e dell’aereo) aumentando quello del ferro (più economico da tutti i punti di vista).
La seconda è la gestione del patrimonio forestale non solo come “pozzo” in grado di catturare le emissioni di carbonio, ma anche come motore per la produzione di biomassa a fini energetici e biocombustibili di seconda generazione. Uno sviluppo del territorio legato alla gestione anti dissesto.
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Apr 13
rassegna-stampaLa Repubblica
Il senatore del Pd Ferrante denuncia gli effetti paradossali di una norma contenuta nei provvedimenti appena varati dal governo. Critiche anche per la scomparsa della misura che premiava la sostituzione dell’amianto con pannelli fotovoltaici
La Repubblica, 13 aprile 2012, sezione AMBIENTE
ROMA – La fretta, si sa, è cattiva consigliera, ma a volte prendersela con calma non è detto che aiuti. Il decreto sulle rinnovabili extra fotovoltaico 1è stato finalmente presentato mercoledì dal governo dopo un ritardo di ben sei mesi sui tempi previsti, ma contiene una clamorosa svista che rischia di vanificare uno dei principali obiettivi del provvedimento, ovvero l’incentivazione di una filiera italiana del settore.
A denunciare l’errore è il senatore del Pd Francesco Ferrante, membro della commissione Ambiente di Palazzo Madama. “I decreti sulle rinnovabili così come sono non vanno”, spiega riferendosi anche al Quinto conto energia partorito dai ministri Passera, Clini e Catania. “Uno svarione che va corretto nel decreto sulle rinnovabili non fotovoltaiche – precisa – è quello che riguarda il minieolico, perché i produttori italiani costruiscono pale di aerogeneratori da 55 KW e quindi il registro dai 50 KW favorisce sostanzialmente quelli più piccoli, prodotti in Cina. Effetto davvero paradossale – commenta Ferrante – e forse frutto di ignoranza per chi, anche nel governo, nel criticare il sistema di incentivazione delle rinnovabili puntava il dito contro l’assenza di una filiera totalmente italiana.”
Anche ieri, intervenendo al videoforum di Repubblica Tv 3, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini aveva ribadito che la linea guida dei due nuovi provvedimenti è quello di chiudere la fase di incentivi a pioggia, dando invece aiuti mirati “verso tecnologie che possano essere prodotte e sviluppate in Italia”. ll settore eolico nel suo complesso al momento impiega in Italia circa 30.000 unità che, stando alle proiezioni contenute in uno studio realizzato da Anev (Associazione nazionale energia dal vento) e Uil, potrebbero arrivare entro il 2020 a circa 67.000 occupati in totale, tra diretti e indotto. Nello specifico il minieolico, sostiene Carlo Buonfrate, presidente del consorzio Cpem, ha in Italia un potenziale “valutato in circa 1.000 MW con una produzione di 1,5 – 2 TWh”. “Inoltre – aggiunge – per il solo 2012 una recente ricerca ha stimato per questo mercato un giro d’affari di 50-60 milioni di euro, ripartiti in 10 milioni di euro per la piccolissima taglia (1-5 kW), 30 milioni di euro alla taglia 20-60 kW, 20 milioni di euro per gli impianti da 60-200 kW”. Soldi che con il nuovo decreto rischiano però di finire in gran parte alle imprese straniere. Ma non è l’unico paradosso contenuto negli ultimi provvedimenti del governo.
Nel Quinto conto energia per il fotovoltaico, denuncia ancora Ferrante, oltre a aspetti critici che rischiano di vanificare “gli ottimi risultati raggiunti in termini di riduzione di CO2, posti di lavoro e in prospettiva di riduzione delle tariffe energetiche”, ci sono anche “evidenti storture incomprensibili di dettaglio come ad esempio il fatto che non sia stato confermato il sistema premiante per chi, installando moduli sui tetti, li bonifichi dall’amianto che da decenni continua ad essere un killer silenzioso e sempre più pericoloso per l’ambiente e la salute”.
La misura contenuta nei conti energia precedenti e ora sparita nell’ultimo aggiornamento del decreto, ricorda il senatore del Pd, “ha consentito negli ultimi anni di bonificare circa 12 milioni di metri quadrati di tetti, che erano ricoperti di amianto e che ora invece ospitano 1100 megawatt di energia elettrica pulita”. “Lo smaltimento corretto dell’amianto è operazione abbastanza costosa – sottolinea – e l’incentivazione legata all’installazione del fotovoltaico è un sistema virtuoso che ha sostanzialmente sopperito a 20 anni di vuoto normativo, cioè da quando il materiale è stato dichiarato fuorilegge, ma senza prevedere l’obbligo di bonificare gli edifici”
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Apr 12
rassegna-stampaLa Repubblica
Il ministro parla a Repubblica.it del dimezzamento degli incentivi. E dice: “Per ridurre il costo della bollette bisogna intervenire sui costi fissi che non c’entrano nulla con l’elettricità”
La Repubblica, 12 aprile 2012, sezione AMBIENTE
ROMA – Adeguare gli incentivi per le rinnovabili ai loro reali costi di produzione, crollati nel giro di pochi anni grazie alle innovazioni tecnologiche e all’economia di scala resa possibile dalla loro diffusione. Una correzione di rotta rispetto al passato che spazzando via facili guadagni e rendite di posizione sarà in grado, grazie ad aiuti mirati “verso tecnologie che possano essere prodotte e sviluppate in Italia”, di garantire il futuro ad un settore industriale sempre più importante.
Sono state queste secondo, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, le linee guida che hanno mosso il governo nel varare ieri i nuovi decreti per il sostegno al fotovoltaico (Quinto conto energia) e le altre fonti verdi. Intervenendo questa mattina ad un videoforum su RepubblicaTv, Clini ha ribadito che i costi in bolletta non c’entrano e non sono certo le energie pulite a rendere la corrente elettrica italiana una delle più care d’Europa. Rispondendo alle tante domande arrivate dai lettori del sito sulla scorta delle novità presentate ieri insieme ai colleghi Corrado Passera e Mario Catania, il ministro ha chiarito che “per ridurre il costo della bolletta occorre fare altre cose, bisogna intervenire sulla struttura della bolletta, togliendo oneri che non c’entrano nulla con la produzione di elettricità e modificando la rigidità del sistema elettrico basato su grandi centrali con costi fissi che dipendono poco da elettricità messa in rete”.
“La preoccupazione più importante - ha aggiunto - è stata la salvaguardia posti di lavoro, per questo lo schema presentato ieri cerca di orientare gli incentivi verso tecnologie che possano essere prodotte e sviluppate in Italia e sostenere così una filiera produttiva molto importante”. “A chi ha cercato di bloccare questi meccanismi – ha avvisato ancora Clini – faccio notare che l’occupazione nel settore delle rinnovabili è ormai più importante di quella in settori tradizionali che sono stati in parte proprio di ostacolo allo sviluppo delle rinnovabili.”
Un evidente riferimento all’Enel, accusata dalle associazioni di categoria di aver fatto pesanti azione di lobby sul ministero dello Sviluppo economico per strappare nuove norme in grado di frenare la cescita delle fonti pulite, temuta in quanto capace di rendere marginali e quindi poco redditizzi i grandi impianti tradizionali.
“Il tema - ha spiegato ancora Clini – è quello di creare le condizioni effettive per una vera competizione nel sistema eneregetico italiano tra fonti rinnovabili e centrali tradizionali e in questo senso l’accesso alla rete (controllato dall’Enel, ndr) rappresenta ancora un problema”. “Il conflitto tra due sistemi si risolve cambiando le regole”, ha precisato ancora il ministro, e procedendo a quella trasformazione della rete verso la “smart grid” per adeguarla alla produzione di energia distribuita, “così come ci chiede l’Europa e come abbiamo iniziato a fare in collaborazione con il ministro Profumo”.
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Apr 12
rassegna-stampaLa Repubblica
Un report del Pew Charitable Trusts certifica il ruolo delle fonti pulite nella nostra economia: “Hanno già attratto fondi per 28 miliardi di dollari”. Ma in molti temono che con i nuovi incentivi varati ieri il futuro sarà molto complicato
La Repubblica, 12 aprile 2012, sezione AMBIENTE
ROMA – Se davvero l’articolo 18 rappresenta un grosso ostacolo agli investimenti, come hanno sostenuto sino ad oggi i paladini della sua cancellazione, c’è un importante settore industriale dove nessuno sembra essersene accorto. L’Italia, secondo quanto certificato dall’ultimo rapporto dell’americana “The Pew Charitable Trusts”, un’organizzazione dedita al miglioramento delle politiche pubbliche stimolando la partecipazione alla vita civile, è infatti il paese leader a livello mondiale in quanto a capacità di attrarre fondi per lo sviluppo delle energie rinnovabili.
“Negli ultimi cinque anni, nessun paese membro del G20 ha registrato tassi di crescita più alti di quelli dell’Italia, che oggi è leader nel mondo per i livelli degli investimenti in proporzione alla sua economia”, si legge nel report appena pubblicato. Secondo il direttore del Pew’s clean energy program, Phyllis Cuttino, “l’Italia oggi è quarta nella classifica dei G20 per gli investimenti nell’energia pulita, è prima nel tasso di crescita degli investimenti su cinque anni, è prima nell’intensità degli investimenti ed è sesta nella capacità di energia rinnovabile installata per una quota di 28 GW”.
Nel complesso, rivela ancora lo studio, gli investimenti in energia pulita hanno raggiunto su scala globale la quota record di 263 miliardi di dollari americani nel 2011 (più 6,5%). Gli Stati Uniti rimangono al primo posto tra le nazioni del G20 (investimenti per 48 miliardi). Con 45,5 miliardi la Cina rimane un fulcro importante dell’energia pulita. Al terzo posto la Germania con 30,6 miliardi di dollari. La capacità di generazione di energia pulita installata nel 2011 è salita alla quota record di 83,5 GW portando a 565 GW il totale a livello globale (pari al 50% della capacità di generazione di energia nucleare al mondo).
In Italia, spiega ancora il “Pew Charitable Trust”, c’è stato “un aumento complessivo del 38,4% negli investimenti in energia pulita per una quota record di 28 miliardi di dollari americani” e il nostro paese “ha continuato a distinguersi come uno dei mercati del solare più dinamici al mondo”. Quasi tutti gli investimenti privati (24,1 miliardi di dollari) – sottolinea lo studio – sono confluiti “nello sviluppo dell’energia solare, promuovendo l’installazione di quasi 8 GW (Gigawatt) di capacità di generazione, di cui oltre la metà destinata a piccoli progetti commerciali, ma anche una quota record di 2,2 GW destinata ad impianti su larga scala”. Questi “sostanziali incrementi” della capacità, conclude il rapporto, sono stati “stimolati dalle continue incentivazioni all’energia pulita”.
Cuttino precisa però che “mentre altre nazioni europee hanno apportato tagli significativi agli incentivi alle energie rinnovabili a causa delle pressioni sul bilancio, l’Italia ha salvaguardato i propri programmi di incentivazione con l’auspicio di stimolare la crescita economica. La sfida per l’Italia sarà perseguire le politiche in grado di offrire sicurezza a lungo termine agli investitori sul mercato in questo periodo di austerity fiscale”. Affermazione che fotografa lo stato delle cose fino a ieri, ma che con la presentazione nei nuovi decreti sulle rinnovabili 2 rischia di non essere più vera.
All’indomani del varo dei due nuovi provvedimenti (Quinto conto energia per il fotovoltaico e nuovi incentivi per tutte le altre fonti verdi), da associazioni di categoria e organizzazioni ambientaliste si solleva infatti un coro di preoccupazioni sul futuro del solare in Italia. “Un ennesimo cambiamento, il quarto in quattro anni, rischia seriamente di mettere il settore in ginocchio”, commenta la Cgil con particolare riferimento al taglio di 3 miliardi l’anno agli incentivi per le rinnovabili. Il sindacato, attraverso il responsabile nazionale energia, Antonio Filippi, sottolinea come “la precedente normativa prevedeva invece un incremento di 6 miliardi all’anno, adesso il taglio maggiore viene applicato al solare fotovoltaico, con un meno 35%, e in misura minore alle altre fonti rinnovabili per un meno 15%”. Inoltre, prosegue, “prevedere che anche piccoli impianti (12kw) debbano obbligatoriamente iscriversi al registro è un appesantimento burocratico che va in forte contraddizione con la volontà dichiarata dal governo di semplificare l’economia”.
Ermete Realacci, responsabile Green economy del Pd, auspica che i decreti interminsteriali licenziati ieri vengano migliorati in sede di Conferenza stato regioni, anche se spiega di apprezzare l’innalzamento degli obiettivi nazionali di elettricità da fonti pulite per il 2020 dal 26% imposto dall’Ue a un più ambizioso 35%. In particolare, sottolinea Edoardo Zanchini di Legambiente, occorre “rivedere i decreti con una regia che deve coinvolgere anche il Gse e l’autorità per l’energia, in modo da evitare che la pressione dei grandi produttori termoelettrici abbia il sopravvento, ma soprattutto, occorre intervenire sui registri previsti per gli impianti e sui tetti annui alle installazioni, che impediscono ogni certezza agli investimenti, tanto da rendere assolutamente utopistica la promessa del ministro Passera per cui dovremmo anticipare gli obiettivi europei al 2020″. Scettico anche il Wwf. “Il governo – afferma l’organizzazione del Panda – nel presentare i nuovi decreti sugli incentivi alle rinnovabili, dichiara fumosamente obiettivi che però non persegue, al di là della battaglia condivisibile e chiara condotta dal ministro dell’ambiente, Corrado Clini: è quindi legittimo il dubbio che il gioco di qualcuno sia quello di mettere i bastoni tra le ruote sulla strada per il passaggio dai combustibili fossili a un modello energetico fondato sulle rinnovabili e sull’efficienza energetica”.
Molto duri i commenti delle associazioni imprenditoriali. “La revisione degli incentivi alle rinnovabili – sostiene Simone Togni, presidente dell’Anev, l’associazione degli industriali del vento – non lascia scampo, soprattutto all’eolico e il vero ‘capolavoro’ del provvedimento riguarda i certificati verdi”. “Gli interventi – profetizza ancora Togni – porteranno al fallimento del 75-85% degli impianti”. Previsioni fosche anche da Valerio natalizia, presidente di Gifi-Anie, associazione che raccoglie una parte delle imprese fotovoltaiche. “Con il decreto firmato ieri invece di disinibire lo sviluppo sostenibile del settore sono state poste le basi per il rapido dissolvimento della filiera nazionale”, denuncia. “Il fotovoltaico – aggiunge – subisce una battuta di arresto che mette a rischio decine di migliaia di posti di lavoro. Già annunciata la cassa integrazione per centinaia”.
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Apr 05
rassegna-stampaLa Repubblica
L’allarme era scattato dopo una fuoriuscita di fumo alle 12,20 ma i pompieri sono intervenuti e hanno risolto la situazione in poco meno di un’ora. Secondo un portavoce della società Edf, che gestisce la centrale non vi sono feriti e l’impianto è in sicurezza
La Repubblica, 05 aprile 2012, sezione AMBIENTE
PARIGI – Due principi di incendio sono divampati nella centrale nucleare di Penly, nella Seine-Maritime, ovest della Francia, in un locale situato nell’edificio dove si trova il reattore numero due che si è spento automaticamente quando è scattato l’allarme.
Gli incendi sono stati spenti, senza feriti e “senza alcuna conseguenza per l’ambiente”, ha detto un portavoce della società Edf, gestore dell’impianto, in un comunicato pubblicato sul sito della centrale. “Le squadre e i mezzi della centrale sono stati mobilitati e un’equipe di intervento è entrata nel locale per ispezionare l’insieme delle installazioni, e constatare che non ci fossero altri fuochi”.
I pompieri, precisa Edf, sono intervenuti “in seguito a una fuoriuscita di fumo”, segnalata alle 12,20, e hanno dichiarato i principi di incendio spenti alle 13,15. Del fatto sono state subito informate l’Autorità di sicurezza nucleare, la Prefettura regionale dell’Alta Normandia e la Commissione locale di informazione.
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Apr 04
rassegna-stampaLa Repubblica
L’associazione ha preso in esame la spesa media di una famiglia con un contratto in fascia protetta da 3Kw, pari a 494 euro l’anno. E ne è venuto fuori che il 59,5% va per la produzione in centrali a metano, petrolio e carbone. Gli aumenti non sono quindi colpa degli incentivi per fotovoltaico, eolico, biomasse
La Repubblica, 04 aprile 2012, sezione AMBIENTE
Le fonti rinnovabili frenano il caos climatico, tolgono di mezzo un po’ di smog, evitano le sanzioni europee e producono fatturato facendo crescere l’occupazione. Ma, afferma l’Autorità per l’energia, rappresentano una voce di costo in preoccupante aumento. Per misurare il peso di questa preoccupazione Legambiente ha passato ai raggi x una bolletta da 494 euro l’anno, la media di una famiglia con un contratto in fascia protetta da 3Kw.
La prima sorpresa è venuta da questo primo scorcio del 2012. Dall’inizio dell’anno l’aumento del prezzo del petrolio ha prodotto – nota Andrea Poggio, vicedirettore di Legambiente – un aumento di 49 euro sulla bolletta media, mentre neppure un euro di aumento è stato finora imputato a carico delle rinnovabili. Nei prossimi mesi c’è da attendersi uno scatto di 20 euro per le rinnovabili, ma non è da escludere una nuova crescita anche della quota da petrolio.
Forse il problema riguarda il passato, la bolletta così come si è andata strutturando negli anni? Vediamo. Il 59,5% di ciò che paghiamo va a compensare l’energia prodotta dalle centrali a metano, petrolio e carbone (sono escluse da questa voce le rinnovabili). Per questa parte della bolletta è significativo l’aumento del gas: più 40% dal 2010.
Poi c’è un 14% destinato ai servizi di rete: dalla distribuzione alle misurazioni. Il 13,5% sono tasse e Iva sui beni e servizi (Iva che si paga anche sugli incentivi sebbene non siano né beni né servizi). Un altro 13% va a imprecisati oneri generali di sistema.
Infine arriviamo agli incentivi per le rinnovabili: sono il 10% per fotovoltaico, eolico, biomasse. Mentre un altro 2% va al Cip6: si tratta delle fonti ufficialmente “assimilabili alle rinnovabili”, ma in realtà questa voce copre gli aiuti destinati a raffinerie, inceneritori, acciaierie, impianti a carbone. A chiudere, un altro 1,2% va al nucleare (ricerca e smantellamento delle vecchie centrali).
“Da questi numeri risulta evidente che imputare alle rinnovabili la colpa degli aumenti delle bolletta significa prendersela con un falso bersaglio”, commenta il senatore del Pd Francesco Ferrante. “Per far risparmiare le famiglie, senza bloccare di colpo il meccanismo degli incentivi facendo crollare un intero settore produttivo e aumentando la disoccupazione, la strada è un’altra. Bisogna eliminare dalle bollette elettriche i 4 miliardi di euro l’anno che paghiamo per gli oneri impropri e per l’Iva ingiustamente conteggiata. E rendere più flessibile la rete per evitare gli sprechi che oggi incidono pesantemente sul costo dell’energia”.
Il bilancio dell’investimento sulle rinnovabili va considerato, come tutti gli investimenti, nel medio periodo. Secondo lo studio dell’istituto Althesys, il calcolo costi-benefici per i soldi spesi in energia pulita dà un beneficio economico netto al 2030 che arriva a 37 miliardi. A patto di portare a termine il percorso: se si interrompesse a metà – cioè prima di raggiungere nel giro di pochi anni la grid parity – resterebbero gli oneri e si perderebbe il beneficio prodotto dalla creazione di un sistema produttivo nazionale.
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Apr 03
rassegna-stampaLa Repubblica
Risparmi per 37 miliardi di euro in venti anni. Grazie al fotovoltaico nel 2011 la quotazione dell’energia nei periodi di punta è scesa del 10%
La Repubblica, 03 aprile 2012, sezione AMBIENTE
Il diagramma, basato su dati certificati, non lascia dubbi: il fotovoltaico ha fatto scendere di un buon 10 per cento il costo dell’elettricità più cara, quella del picco diurno. E la tabella successiva offre la conseguenza logica di questo aumento di concorrenzialità, che si somma all’offerta energetica immessa sul mercato dal vento, dall’acqua, dalla geotermia, dalle biomasse. Nel 2011 le fonti rinnovabili hanno consentito un risparmio sul prezzo dell’elettricità all’ingrosso pari a 396 milioni di euro. Una cifra che si moltiplica fino a quasi cento volte calcolando i vantaggi che si potranno ottenere nei prossimi 18 anni.
Sono i dati contenuti nell’Irex Annual Report 2012 curato dall’Istituto Althesys, uno studio che verrà presentato oggi a Milano, proprio nel momento in cui la polemica sugli incentivi alle rinnovabili ha raggiunto l’acme e ambientalisti, sinistra e imprenditori del settore sono in rivolta contro l’ipotesi di un taglio draconiano del sostegno all’energia pulita che porterebbe alla chiusura dell’intero settore in Italia.
“Noi non vogliamo entrare nel merito di giudizi politici, ci limitiamo a fornire dati”, premette Alessandro Marangoni, l’economista che guida Althesys. “E i dati indicano con chiarezza un effetto positivo delle fonti rinnovabili sul sistema Paese in tutti gli scenari tracciati, anche se il traino è ovviamente più netto in quello in cui gli interventi sono più spinti”.
Il rapporto costi-benefici
L’analisi si basa sulla classica comparazione costi – benefici in una proiezione che somma gli effetti dal 2008 al 2030. Sul lato dei costi figurano due voci. La prima è data dagli incentivi che servono a coprire il differenziale tra il prezzo dell’energia convenzionale e quello delle rinnovabili, uno scarto che diminuisce man mano che aumenta la competitività delle varie fonti (ad esempio per il solare è già previsto l’azzeramento degli incentivi tra 4 anni). La seconda voce di costo è rappresentata dalle strettoie della rete elettrica: essendo calibrata su poche grandi centrali comporta, nel nascente sistema decentrato, tassi di spreco che verranno eliminati entro il 2020.
Sul lato dei benefici la lista è più lunga. Si comincia con i ricavi diretti che mostrano un rapporto 1 a 3 tra quelli legati al valore degli impianti e dei servizi e quelli determinati dalle retribuzioni (le rinnovabili sono labour intensive). Poi si passa ai vantaggi economici generati dall’abbattimento delle emissioni (l’anidride carbonica ha un preciso valore di mercato, la riduzione degli altri inquinanti comporta benefici in termini di mancato aggravio per i costi sanitari e le ore di lavoro perse). E si conclude con la diminuzione del rischio energetico: il sole, il vento, la geotermia sono prodotti in casa, il prezzo resta fisso e nessuno può chiudere il rubinetto.
Il guadagno finale: 37 miliardi
Sommando costi e benefici si ricava un saldo positivo che vale, al 2030, tra i 21,8 e i 37,7 miliardi di euro. Ma se questa è la situazione come mai, all’interno del governo, c’è chi parla di un onere prodotto dalle rinnovabili pari a 150 miliardi di euro?
“E’ un calcolo clamorosamente sbagliato: a questa cifra si arriva moltiplicando per i 20 anni di durata del conto energia la differenza tra quello che oggi si riceve attraverso gli incentivi e l’attuale valore di mercato dell’elettricità”, risponde Massimo Sapienza, presidente di Asso Energie Future, una delle associazioni di settore. “Ma è inverosimile che il costo del chilowattora resti bloccato per 20 anni. E’ molto probabile invece che nel giro di pochi anni il prezzo di mercato crescerà fino a superare il valore degli incentivi, che invece resta bloccato per tutto il periodo: da quel momento in poi le rinnovabili costeranno meno dei fossili”.
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Apr 03
rassegna-stampaLa Repubblica
Opportuna e necessaria un’equilibrata revisione dell’intera disciplina degli incentivi, soprattutto per quanto riguarda il fotovoltaico. Ma sarebbe un doppio delitto, contro l’economia e contro l’ambiente, affossare il settore, privandolo di certezze normative o bloccando il processo in atto
La Repubblica, 03 aprile 2012, sezione AMBIENTE
NESSUNO può dare lezioni di economia al professor Monti e al suo governo, ma - come avvertiva già Luigi Einaudi - “chi cerca rimedi economici a problemi economici è su falsa strada”. E dunque, se è ancora vero che “il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale”, la questione dell’energia e in particolare delle energie rinnovabili supera la dimensione strettamente economica, perché coinvolge l’ambiente, l’aria che respiriamo, la qualità della vita e quindi la salute di tutti noi.
In un Paese in cui paghiamo il prezzo della benzina più alto di tutt’Europa, a causa delle accise che risalgono alla guerra di Abissinia (1935), alla crisi di Suez (1956) o al disastro del Vajont (1963); lo stesso Paese in cui gli incentivi statali destinati dal ‘92 alla produzione di energia da fonti rinnovabili o “assimilate” sono finiti nelle casse delle aziende che gestiscono inceneritori di rifiuti o impianti a carbone e addirittura nelle tasche dei petrolieri, evidentemente il problema è tutt’altro che economico. Qui si tratta, piuttosto, di politica industriale, ambientale e sanitaria. Ma anche di politica europea, posto che l’Italia s’è impegnata a rispettare il “pacchetto clima-energia” con gli obiettivi fissati dall’Ue per il 2020: e cioè, a ridurre del 20% entro quella data le emissioni di gas serra, a realizzare il 20% di risparmio energetico e infine ad aumentare del 20% la produzione da fonti rinnovabili.
Oggi, rispetto a quest’ultimo traguardo, siamo più o meno a metà strada, intorno al 10%. Ma molto resta ancora da fare. Eppure, mentre da una parte dobbiamo risparmiare, ridurre gli sprechi e i consumi in nome dell’austerità, e dall’altra dobbiamo cercare di alimentare la ripresa e il lavoro, questo sarebbe proprio il momento più propizio per procedere decisamente sulla via maestra della “Green economy”, ribattezzata ora “Green Italy” dal titolo accattivante di un libro pubblicato recentemente da Ermete Realacci. Una scelta obbligata, non un’alternativa possibile o un optional.
All’interno dell’economia “verde”, quello dell’energia pulita è uno dei pochi comparti che hanno svolto finora una funzione anticiclica nella congiuntura internazionale, favorendo la nascita di nuove aziende e la creazione di posti di lavoro. È vero che il sistema degli incentivi ha prodotto distorsioni, abusi, speculazioni. Ed è opportuna e necessaria perciò un’equilibrata revisione dell’intera disciplina, soprattutto per quanto riguarda il fotovoltaico.
Ma sarebbe un doppio delitto, contro l’economia e contro l’ambiente, affossare il settore, privandolo di certezze normative o bloccando il processo in atto. Non a caso, secondo i dati forniti dalla stessa associazione, nel 2010 le fonti alternative ci hanno consentito di risparmiare 61 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, riducendo in proporzione le emissioni di CO2 e quindi l’inquinamento atmosferico.
Sono ormai il 95%, come documenta Legambiente, i Comuni che in rapporto alle caratteristiche naturali del territorio hanno adottato un mix di tutte le fonti rinnovabili in tutt’Italia: da 500 che erano sei anni fa, sono arrivati a 7.986, per un totale di circa 400 mila impianti disseminati nella Penisola. Sta cambiando o è già cambiata, insomma, la struttura del sistema energetico italiano. Si va verso un modello di autonomia energetica, di produzione sempre più diffusa e distribuita. Un’energia, dunque, anche più democratica.
Mai come in questo campo il valore prioritario dell’Ambiente, fondato sulla cultura del limite, appare a tutti gli effetti il motore e allo stesso tempo il regolatore di uno sviluppo sostenibile. E deve diventare perciò “Politica generale”, come predicò bene Walter Veltroni al suo esordio da segretario del Pd al Lingotto di Torino, salvo poi perdersi in cattivi razzolamenti. Se proprio vogliamo essere più tedeschi dei tedeschi sull’articolo 18 e sui licenziamenti, non si vede perché dovremmo essere meno tedeschi dei tedeschi sulle energie rinnovabili.
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