Gen 28
rassegna-stampaLa Repubblica
Progetto presentato a Livorno e elaborato dalla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. La flotta navigherà in acque e lagine per localizzare le sorgenti inquinanti
La Repubblica, 28 gennaio 2012, sezione AMBIENTE
Meno di due metri per 80 chili, abili fino a mare forza 3 e vento a 10 nodi, operative fino a 15 chilometri lungo i fiumi e a 20 sulla costa, con campionamenti fino a 50 metri di profondità. Sono le caratteristiche delle ‘barchette’ robotizzate del progetto ‘Hydronet’ della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che oggi è stato presentato a Livorno e durante la prossima settimana sarà sottoposto alla revisione conclusiva da parte della Commissione Europea.
Il progetto è stato coordinato dalla scuola Sant’Anna e svolto quasi interamente a Livorno, al Polo di ricerca delle tecnologie per il mare e la robotica marina, allo Scoglio della Regina, e vi hanno partecipato cinque istituzioni pubbliche di Italia, Svizzera, Slovenia e Israele e cinque aziende private (due italiane, una russa, una norvegese e una slovena). La ‘flotta’ è formata da 3 natanti e 5 boe ed è in grado di navigare anche in laghi e lagune. Nell’ultimo anno di progettazione, alla quale hanno collaborato circa 30 persone, in particolare sono state integrate negli scafi parti meccaniche, fluidiche ed elettroniche e i software necessari per controllare i robot. I sensori miniaturizzati sono capaci di rilevare diversi inquinanti: cromati, cadmio, mercurio, petrolio, idrocarburi. In ogni ambiente l’obiettivo della flotta robotizzata è anche quello di localizzare la sorgente inquinante.
Il Comune di Livorno, intanto, ha ufficializzato che nei prossimi mesi partiranno i lavori di riqualificazione della struttura principale dello Scoglio della Regina che diventerà una delle sedi del Polo di Logistica e Robotica marina, sede della Capitaneria di Porto e del Centro Interuniversitario di biologia marina. Il costo complessivo dell’operazione, che rientra nei progetti europei Piuss, sarà di oltre 7 milioni di euro.
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Gen 25
rassegna-stampaLa Repubblica
Le analisi dell’Arpat rilevano una concentrazione di tensioattivi in mare di 2-3 mg/litro nell’area intorno alla nave naufragata, più del limite consentito. Di solito nell’arcipelago il livello è zero
La Repubblica, 25 gennaio 2012, sezione AMBIENTE
ISOLA DEL GIGLIO – I detersivi e i saponi a bordo della nave Concordia si stanno sciogliendo nel mare cristallino dell’Isola del Giglio. All’ottavo giorno di controlli, e al tredicesimo che segue l’incredibile naufragio, il timore contaminazione diventa una certificazione scientifica: nelle acque attorno alla nave - quattro punti di controllo, a prua, a poppa e lungo le due fiancate - ci sono detersivi in quantità considerevole.
I test realizzati dal battello Poseidon, proprietà dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana, illustrano una concentrazione di tensioattivi di 2-3 milligrammi per litro. A bordo della Concordia, secondo una prima informazione girata all’Arpat dagli armatori della Costa, c’erano detersivi “per alcune centinaia di chili”. Tutto quello che nella notte del naufragio non era in bottiglie sigillate, ora si sta sciogliendo nel mare. E si teme che la pressione sul fondo della nave, appoggiata su un roccione di granito a 37 metri di profondità, possa far esplodere anche i prodotti chiusi.
Per avere un termine di paragone dell’inquinamento in corso, bisogna ricordare che il mare dell’Isola del Giglio ha una concentrazione standard di tensioattivi (detersivi) pari a zero. I livelli sono monitorati con costanza dall’Arpat. E ancora, il limite di 2 milligrammi di tensioattivi per litro - che ieri nelle acque davanti al Promontorio del Lazzaretto era stato superato - è quello definito per legge per gli scarichi industriali. In questo momento, grazie all’assurdo naufragio della Costa Concordia, l’immacolato Giglio ha un inquinamento superiore a quello delle aree industriali affacciate sul mare (Marghera a Venezia, Vado a Savona, Piombino in provincia di Livorno, per offrire degli esempi).
I primi otto giorni di controlli al Giglio non hanno accertato presenza di idrocarburi: olio e gasolio. Sono stati accertati solventi in quantità minime (a bordo della nave, è appurato, c’erano solventi e pitture). “I detersivi”, spiega Alessandro Franchi, dirigente dell’Arpat, “sono aggressivi in tempi rapidi, quando sono concentrati, ma hanno il vantaggio di disperdersi nel mare altrettanto velocemente”.
I biologi marini del battello oceanografico Poseidon nell’arco di un mese porteranno a compimento altri due tipi di test. Il primo, realizzato insieme all’istituto pubblico Ispra, si concentrerà sui sedimenti marini e su flora e fauna ittica. Il secondo, servendosi delle stazioni fisse di controllo posizionate all’Argentario, all’Isola d’Elba e al Parco dell’Uccellina, controllerà eventuali contaminazioni del mare nelle aree limitrofe all’Isola del Giglio.
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Gen 21
rassegna-stampaLa Repubblica
Angelo Bonelli, presidente del partito ambientalista, legge negli articoli 16 e 17 del decreto sulle liberalizzazioni un via libera alle trivelle in aree marine protette di prossima istituzione, come Pantelleria
La Repubblica, 21 gennaio 2012, sezione AMBIENTE
Trivellazioni, la protesta dei verdi “Un trucco, il ministro ora spieghi”
ROMA – “Sulle trivelle libere avevamo ragione noi: c’è un trucco. Il ministro Clini, che aveva smentito, ora deve dare spiegazioni. Chiediamo alle forze in parlamento di non svendere il territorio ai petrolieri”. E’ la denuncia dei verdi che leggono negli articoli 16 e 17 del decreto sulle liberalizzazioni un via libera alle trivelle in aree marine protette di prossima istituzione, come Pantelleria. “Le smentite che sono arrivate suonano come delle prese in giro”, ha denunciato il presidente dei verdi Angelo Bonelli. E ha aggiunto: “Con gli articoli 16 e 17 del decreto sulle liberalizzazioni sarà possibile fare trivellazioni petrolifere aree marine e naturali pregiate che sono aree marine protette di prossima istituzione come l’isola di Pantelleria, il canale di Sicilia e gran parte del territorio della Basilicata. Chiediamo alle forze politiche presenti in parlamento di stralciare immediatamente la materia delle trivellazioni per evitare di svendere larghe fette del nostro territorio e di quelle che stanno per diventare aree marine protette ai petrolieri”. E “chiediamo immediate spiegazioni al ministro dell’ambiente corrado clini: difenda il mare italiano dal petrolio e spieghi perché ieri ha smentito quando la norma sulla trivella libera esiste”.
Le aree marine protette di prossima istituzione sono al momento 17:
1) Costa del Piceno; 2) Isola di Gallinara; 3) Arcipelago Toscano; 4) Costa del monte Conero; 5) Capo Testa – Punta Falcone; 6) Golfo di Orosei – capo monte Santu; 7) Isole
Eolie;
Isola di Pantelleria; 9) Penisola Salentina; 10) Pantani di Vindicari; 11) Arcipelago della Maddalena;12) monti dell’Uccellina – formiche di Grosseto – foce dell’Ombrone Talamone; 13) Costa di Maratea; 14) Isola di Capri; 15) Isole Pontine; 16) monte di Scauri; 17) Isola di San Pietro.
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Gen 19
rassegna-stampaLa Repubblica
Verdi e ambientalisti insorgono contro le norme contenute nella bozza che su pressione delle agenzie di rating allentano i vincoli sull’estrazione di gas e petrolio anche in aree di pregio naturalistico: “Paese svenduto alle lobby”. La smentita di Clini: “Notizie prive di fondamento”
La Repubblica, 19 gennaio 2012, sezione AMBIENTE
ROMA – Ambientalisti in rivolta contro il provvedimento “trivella facile” contenuto nella bozza del decreto sulle liberalizzazioni 1 che il governo discuterà domani nel corso del Consiglio dei ministri. “La norma sulle trivellazioni – denuncia il verde Angelo Bonelli – rappresenta una vergogna senza precedenti. Ci auguriamo che il governo smentisca immediatamente le norme che prevedono la libertà di trivellare per la ricerca di petrolio in Italia, perché le bozze degli articoli 20-21e 22 rappresentano la svendita del territorio italiano alle lobby del petrolio che potranno trivellare, con un trucchetto legislativo, anche nelle aree marine protette”.
“Nell’articolo 21 inoltre – ricorda ancora il presidente del Sole che ride – viene ridotta la distanza per trivellare da 12 a 5 miglia; all’articolo 22 comma 1 si introduce una norma che prevede che l’attività di prospezione e coltivazioni di idrocarburi sia libera: siamo alla follia e dichiaro l’indignazione dei Verdi per una norma voluta dal ministro dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico”.
“Con queste norme aberranti – aggiunge Bonelli – avrebbero il via libera attività di trivellazioni nei nostri mari e in Basilicata a partire dalle aree marine protette e aree sensibili dal punto di vista ambientale. Pensiamo alle isole Egadi, a Pantelleria, alle Tremiti, allo stretto di Sicilia: basti pensare che società come la Np, Northern Petroleum, Audax, Eni, Edison, Shell, hanno presentato negli anni scorsi solo nel mare prospiciente la Sicilia richieste per oltre 1.000 kmq”.
In campo contro la possibilità che il provvedimento diventi legge anche Legambiente. “La Costa Concordia spiaggiata rischia di immergersi e inondare l’Arcipelago Toscano 2 di carburante. La situazione è grave e il rischio inquinamento è concreto”. “Eppure – sostiene l’associazione – nel pieno dell’emergenza, scopriamo che la bozza delle liberalizzazioni proposte dal governo prevede tre articoli mirati a concedere la possibilità di trivellare gas e petrolio in aree preziosissime del nostro Paese con un limite di distanza ridotto dalle 12 alle 5 miglia dalla costa. 3 Ma non solo: si prevede di aumentare gli investimenti in infrastrutture estrattive; si abbassano drasticamente i limiti per la trivellazione in mare e si liberalizza la ricerca di nuovi giacimenti. Fatto salvo per i limiti ambientali, che però non frenano il disastro in caso di sversamento”.
Nella bozza la necessità di introdurre questo alleggerimento ai vincoli è spiegata con il desiderio di “ottenere una buona valutazione da Standard & Poor’s e far alzare il rating”. Un aspetto, quest’ultimo, contro cui punta l’indice anche la parlamentare radicale Elisabetta Zamparutti. “Il governo – afferma – deve spiegare il costo ambientale delle misure che intende introdurre, a partire dalla riduzione, da 12 a 5 miglia dalla costa, del limite delle attività di ricerca e prospezione di idrocarburi. Non bastano le motivazioni economiche contenute nella relazione, meno che mai il riferimento ai parametri delle Agenzie di rating che considerano l’attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi un elemento di solidità economica”. “Questo modo di ragionare - prosegue - è inaccettabile in un mondo e in un Paese in cui il debito ecologico assume dimensioni gravi quanto quelle del debito pubblico”. Dura anche la presa di posizione del deputato del Pd Ermete Realacci: “Mi sembra che le agenzie di rating stiano già facendo abbastanza danni. Il via libera alle trivellazioni facili contenuto nelle pieghe del decreto liberalizzazioni è una vera e propria follia. Se poi, come sembra, tale decisione sia stata indotta al fine di alzare la valutazione dell’Italia da parte delle agenzie di rating, la follia raddoppia”.
Un coro di critiche che ha infine spinto il ministero dell’Ambiente a puntualizzare che “le indiscrezioni relative a norme sulle trivellazioni in mare per le ricerche petrolifere che sarebbero inserite nel cosiddetto decreto liberalizzazioni, sono prive di fondamento”.
Proprio in questi giorni il Wwf, Legambiente e altre organizzazzioni si stanno mobilitando contro i diversi progetti di estrazione di idrocarburi già in cantiere e ritenuti estremamente pericolosi. Una manifestazione nazionale, il “no trivella day”, è prevista sabato 4 a Monopoli, in provincia di Bari. La Puglia è infatti una delle regioni dove si sono concentrati gli appetiti delle multinazionali del petrolio. A scatenare le proteste 5, in particolare la possibile estrazione di greggio al largo delle Isole Tremiti 6. Ma i progetti che hanno mobilitato l’opposizione, compreso quello dell’ex ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, riguardano anche Pantelleria 7, la Val di Noto 8 e l’area di Crotone.
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Gen 16
rassegna-stampaLa Repubblica
Il presidente della Regione chiede “che venga regolato il passaggio in un’area di importante valore come l’Arcipelago Toscano”. Più dura la posizione del ministro dell’Ambiente: “Dobbiamo evitare che questi giganti del mare arrivino vicino ad aree ambientali sensibili”
La Repubblica, 15 gennaio 2012, sezione AMBIENTE
“Chiederò che venga regolato il passaggio delle navi in una area che ha un importante valore: bisogna istituire linee di navigazione chiare e sistemi di controllo”. Lo dice il presidente della regione Toscana, Enrico Rossi, all’isola del Giglio sottolineando che la navigazione “deve avvenire con regole più precise. Non si può andare a spasso così – aggiunge – soprattutto in un tratto di mare fortemente pregiato e antropizzato come è l’arcipelago Toscano. Bisogna evitare di consentire a navi di queste dimensioni di andare a spasso e provocare questi disastri”.
Grimaldi Lines risponde che le regole ci sono, ma Rossi insiste: “Io chiedo che siano revisionate e verificate anche relativamente alla loro adeguatezza rispetto alle esigenze di un’area come quella dell’Arcipelago Toscano. Soprattutto mi pare che assieme a buone regole occorrano anche sistemi di controllo per reprimere i comportamenti non corretti. Questo chiedo con forza al ministro. Noi vogliamo che la navigazione aumenti ma nella sicurezza per i naviganti, per l’ambiente e per i cittadini”.
Il presidente Rossi ha poi voluto ringraziare i vigili del fuoco e tutti i soccorritori “per lo straordinario lavoro” che stanno facendo e i cittadini del Giglio. “Hanno fatto cose che nessuno pensava che in un paese così piccolo potessero esser fatte. Hanno ospitato 4 mila persone nel modo migliore e credo che l’Italia abbia fatto una bella figura”.
Sullo stop ai giganti turistici del mare è intervenuto anche il ministro all’Ambiente Corrado Clini: “Basta con la gestione di queste navi che vengono usate come se fossero dei vaporetti – ha detto – Questo non è turismo sostenibile ma è turismo pericoloso. Dobbiamo intervenire rapidamente e con decisione per evitare che queste grandi navi arrivino vicino ad aree ambientalmente sensibili”.
Domani sia Rossi che il ministro Clini parteciperanno a un vertice a Livorno. Originariamente la riunione era stata fissata per fare il punto sui fusti tossici perduti in mare la scorsa settimana, ma ovviamente si parlerà anche del naufragio della Costa Concordia.
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Gen 16
rassegna-stampaLa Repubblica
La Repubblica, 16 gennaio 2012, sezione PRIMA PAGINA
E la nave non va. Templi del consumismo, le super-navi entrate in scena negli ultimi anni somigliano più a uno dei colossali alberghi di Las Vegas che a una nave. Come a Las Vegas, navi con migliaia di postiletto vengono spacciate per lusso “esclusivo”, ma sono macchine per vacanze, che macinano i piaceri standardizzati di una finta opulenza. Vendono illusioni, spacciando per altamente personalizzato il più banale e commercializzato turismo di massa. Dare l’illusione del lusso tenendo bassi i costi: di qui la corsa al personale non specializzato, che all’occasione, si scopre, non solo non sa calare una scialuppa in mare ma nemmeno balbettare qualche parola d’inglese (così, pare, sulla Costa Concordia, affondata a pochi metri dal porto dell’isola del Giglio).
Il rito salutista del viaggio per mare miete vittime, solo qualche volta (per fortuna) in senso letterale come al Giglio. Altre volte, vittime sono i clienti, ma anche il paesaggio e l’ambiente. Come per contrappasso, queste navi “da crociera” fanno di tutto per somigliare a una città, anzi a una neo-città addensata in un grattacielo, con dentro shopping center e ristoranti, discoteche e cinema, negozi, palestre, teatri, casinò, piste di pattinaggio su ghiaccio, percorsi jogging, campi sportivi. Nulla, insomma, di più innaturale. Forse per questo il momento di gloria di queste navimonstre è quando possono esibire il più vicino possibile a una città di terra la loro pomposa arroganza di città-artificio.
Non c’è da stupirsi che il capitano della Concordia volesse avvicinarsi il più possibile all’abitato del Giglio: è quello che accade, più volte al giorno, con identiche navi che entrano nel bacino di San Marco sfidando con la loro mole pacchiana la millenaria basilica, i cavalli di bronzo strappati dai dogi a Bisanzio, il Palazzo Ducale. Anzi, allineandosi su campi e calli, e dando ai passeggeri l’insulso piacere di guardare Venezia dall’alto in basso. E le chiamano navi, così s’intitola un pamphlet di Silvio Testa della serie bemenerita “Occhi aperti su Venezia”.
Alte fino a 60 metri e oltre, molto di più dei nobili palazzi del Canal Grande, le navi penetrano nel cuore di Venezia per osservarne la bellezza, ma la oscurano e la offendono, alterandone la percezione anche per chi di noi è a terra, o in gondola, o su un vaporetto di linea.
Per esempio, la Voyager of the seas è alta 63 metri, lunga 311, larga 47, con 47 ponti; la Costa Favolosa, di poco più piccola, gareggia apertamente con Las Vegas proponendo repliche del palazzo imperiale di Pechino, del Circo Massimo di Roma, di Versailles. Intanto si alterano secolari equilibri portando la profondità delle bocche di porto da 9 a 17 metri (Malamocco), da 7 a 12 metri (Lido).
Viene allora il sospetto che le dighe mobili alle bocche di porto (MoSe) servano a incrementare questa stolta escalation anziché a salvare la città dall’acqua alta.
Un gruppo di Facebook Fuori le maxinavi dal bacino di San Marco raccoglie crescenti adesioni ma non smuove le autorità; invano Massimo Cacciari, da sindaco, aveva provato almeno ad escludere le navi più grandi. Invano lo Spiegel denunciò il problema in un duro articolo di Fiona Ehlers (21 febbraio 2011), premiato dall’Istituto Veneto. Invano Italia Nostra, in un appello poi accolto dall’Unesco, ha protestato contro queste degenerazioni che annientano la forma caratteristica della città e la sua vita civile. Paolo Costa, ex sindaco e ora presidente dell’autorità portuale, propugna invece il senso unico a San Marco per incrementare il traffico delle super-navi. Un milione e mezzo di turisti l’anno, dopo aver gettato su Venezia un distratto sguardo dall’alto, scendono e si aggirano comprando qualcosa sulle bancarelle, pagando una qualche tassa d’accesso. Di fronte a tanto beneficio, pazienza se Venezia muore. Il denaro prima di tutto, in luogo di tutto.
E la nave (una di queste navi) non va, a Venezia. Lo hanno gridato ieri i manifestanti alle Zattere, accogliendo la Magnifica con striscioni come Big Ship You Kill Venice, e urlando «Sei troppo grande per questa città». All’orribile impatto visivo si unisce infatti un significativo incremento della torbidità delle acque, ma anche il rischio di collisioni e di sversamento di idrocarburi nel cuore della città, un rischio che cresce col numero delle mega-navi che vi sono ammesse (2000 transiti nel 2011).
Nessuno ha calcolato gli effetti della pressione di migliaia di tonnellate d’acqua sulle fragili rive di Venezia.
Nessuno ha offerto dati sull’inquinamento da polveri sottili (500 tonnellate scaricate dalle navi a Venezia nel 2010); o sulla presenza in laguna di benzopirene, altamente tossico. Nessuno sa dire se l’incidenza di malattie tumorali che potrebbe avere questa causa sta crescendo in questi anni, anche se il Registro dei tumori segnala a Venezia un «eccesso significativo di neoplasia del polmone» ( i dati nell’opuscolo di Silvio Testa). Il terribile incidente del Giglio sta attirando molta attenzione, ma a Venezia un simile incidente fu sfiorato il 23 giugno 2011, quando la nave tedesca Mona Lisa, lunga “solo” 200 metri, per un errore di manovra si incagliò a pochi metri dalla Riva degli Schiavoni.
Dobbiamo aspettare qualcos’altro, perché le autorità del porto e del Comune pongano fine alla chiassosa sarabanda di navi “magnifiche” e “favolose”, ma nocive alla più preziosa e fragile città del mondo?
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Gen 16
rassegna-stampaLa Repubblica
Dopo il naufragio il problema è svuotare le cisterne dalle 2.400 tonnellate di olio combustibile molto denso che, se disperso, potrebbe avere conseguenze pesantissime sull’ecosistema. Il ministro dell’Ambiente: “L’area interessata dipende dalle correnti: l’Isola del Giglio, l’intero arcipelago, forse la costa”. Piccole chiazze nella zona del naufragio
La Repubblica, 16 gennaio 2012, sezione AMBIENTE
ROMA – Dopo il naufragio della Costa Concordia, mentre si affievoliscono le speranze di trovare i dispersi 1, scatta l’allarme inquinamento e si teme il disastro ecologico. “Il rischio ambientale per l’Isola del Giglio è altissimo. L’obiettivo è evitare che il carburante esca dalla nave: stiamo lavorando su questo. L’intervento è urgente, abbiamo fretta”, dice il ministro dell’Ambiente Corrado Clini. I pericoli legati allo svuotamento delle cisterne della nave “sono concreti, perché 2.400 tonnellate di carburante non sono facili da gestire. Stiamo con il fiato sospeso”, aggiunge. E nel tardo pomeriggio, al termine del vertice in prefettura a Livorno, Clini annuncia che il Consiglio dei ministri dichiarerà lo stato di emergenza per l’area interessata.
Chiazze di combustibile “leggero”. I rischi di cui parla il ministro sono molto concreti e già in mattinata gli elicotteri che hanno sorvolato la zona del naufragio hanno segnalato qualche chiazza di combustibile attorno alla Costa Concordia: stando alle prime informazioni, si tratta di combustibile “leggero” attribuibile a diesel o ad acque reflue di sentina, in grado di evaporare.
Sul posto sono intervenuti i piccoli mezzi del servizio anti inquinamento del ministero dell’Ambiente con panni assorbenti. Attorno alla Concordia sono stati posizionati 100 metri di materiale di contenimento per prevenzione. Ma la preoccupazione maggiore è per il combustibile “pesante” della nave che al momento risulta al sicuro.
Grandi rischi per l’ecosistema. L’area interessata “dipende dalle correnti: sicuramente l’Isola del Giglio, probabilmente l’intero arcipelago, forse la costa. Dipende da come si muove il mare”, spiega Clini. Le operazioni sono in corso, i sommozzatori lavorano all’interno della nave, “a loro altissimo rischio” la situazione è tale, infatti, che un eventuale spostamento del relitto potrebbe avere conseguenze disastrose. E la nave questa mattina ha cominciato a spostarsi. Il coordinamento dei soccorsi ha dovuto sospendere le ricerche ed evacuare i sub di vigili del fuoco e capitanerie. Al momento la Concordia si è spostata di nove centimetri sulla verticale e 1,5 in orizzontale.
Tra l’altro, l’olio combustibile usato come propellente per le navi è estremamente denso e potrebbe avere conseguenze pesantissime sull’ecosistema. “Stiamo lavorando – aggiunge il ministro dell’Ambiente – dobbiamo fare in fretta, perché se la situazione meteorologica cambia, la situazione potrebbe farsi più grave”. Il ministro aveva lanciato la proposta di limitare il passaggio delle navi nelle zone più sensibili. “Si tratta di una norma di buonsenso – spiega – il buonsenso infatti suggerisce che se il valore principale che dobbiamo tutelare è quello del nostro patrimonio naturale e paesaggistico, che poi è anche una risorsa fondamentale per il turismo, dobbiamo evitare che il nostro patrimonio venga messo a rischio”.
Quanto tempo sarà necessario per rimuovere la Concordia e il carburante non è certo. “Non sono in grado di rispondere – dice Clini – la rimozione della nave dipende dalle condizioni della nave stessa. Se galleggiasse avremo uno scenario diverso e tempi più stretti”.
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Dic 27
rassegna-stampaLa Repubblica
La Shell minimizza la portata dell’incidente, ma secondo gli ambientalisti si aggrava il bilancio del guasto che lo scorso 20 dicembre ha provocato lo sversamento di almeno 40 mila barili di greggio
La Repubblica, 27 dicembre 2011, sezione AMBIENTE
LAGOS – E’ arrivata in prossimità delle coste nigeriane la marea nera provocata la scorsa settimana dallo sversamento di 40.000 barili di greggio dal campo petrolifero offshore di Bonga, nel Golfo di Guinea, a circa 75 miglia al largo del Delta del Niger.
L’avaria dell’impianto, di proprietà della Shell Nigeria exploration and production company (Snepco), una delle filiali della multinazionale anglo-olandese in Nigeria, sarebbe avvenuta “nel corso di operazioni di routine di trasferimento del greggio da una Floating production storage and offtake vessel (Fpso) verso una petroliera”.
La fuga, secondo quanto riferito dall’azienda, si sarebbe prodotta da una condotta che è stata “chiusa e depressurizzata, interrompendo il flusso si petrolio”. Nel frattempo il greggio, secondo quanto denunciato dall’associazione ambinatlista nigeriana Environmental Rights Action, ha raggiunto però la riva all’altezza dello stato di Bayelsa e del Delta del Niger. “La Shell dice che si sono sversati 40.000 barili e che la produzione è stato chiusa, ma noi non ci fidiamo di loro perché gli incidenti del passato dimostrano che l’azienda nasconde costantemente le quantità e gli effetti della sua negligenza”, spiega il direttore di Era Nnimmo Bassey. “Abbiamo allertato i pescatori e le comunità costiere – aggiunge – perché si guardino in giro. Questo si aggiunge semplicemente alla lista delle atrocità ambientali della Shell nel delta del Niger”.
Le preoccupazioni dell’associazione ambientalista sono confermate dalle immagini satellitari fornite dal monitoraggio indipendente Skytruth: la macchia nera si estende infatti per una lunghezza di 70 km e attualmente occupa 923 km quadrati. Ciò vuol dire che la pesca dell’intera zona – e quindi di gran parte dell’economia locale che si basa sostanzialmente sull’attività ittica – rischia di essere compromessa in modo irreversibile.
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Dic 21
rassegna-stampaLa Repubblica
CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA. Il tribunale di Lussemburgo ha confermato la validità del meccanismo che sottopone anche i voli intercontinentali alle quote previste dal mercato delle emissioni. Soddisfazione del Commissario Hedegaard: “Ora gli americani rispettino le regole”
La Repubblica, 21 dicembre 2011, sezione AMBIENTE
BRUXELLES – Dopo l’industria, anche il traffico aereo dovrà dare il suo contributo nella lotta contro i cambiamenti climatici. La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha confermato infatti oggi la validità dell’introduzione (a partire dal prossimo gennaio) del settore aereo nel mercato europeo delle quote di CO2. I giudici di Lussemburgo hanno quindi rigettato il ricorso presentato dalle compagnie aeree statunitensi. “L’applicazione del sistema di scambio delle quota di emissioni all’aviazione non viola né i principi di diritto internazionale consuetudinario né l’accordo ‘cieli aperti’”, dichiara la Corte.
Nel 2008, Bruxelles ha deciso di obbligare tutte le compagnie aeree che volano nei paesi della Ue – incluse quelle straniere – di acquistare l’equivalente del 15% delle loro emissioni di CO2 a partire dal primo gennaio 2012, prevedendo anche sanzioni. Un provvedimento contro cui le compagnie Usa avevano fatto ricorso, ritenendolo “discriminatoria”.
“Sono ovviamente molto soddisfatta di vedere che la Corte ha concluso che la direttiva Ue è pienamente compatibile con il diritto internazionale”, ha commentato il commissario Ue al Clima, Connie Hedegaard. “Le compagnie aeree Usa – ha scritto il commissario su twitter – hanno sfidato la legge Ue in un tribunale. Dopo la sentenza chiara e cristallina di oggi, ora l’Ue si aspetta che le compagnie statunitensi rispettino le norme europee, come l’Ue rispetta le leggi Usa”.
Soddisfazione è stata espressa anche dai parlamentari europei della Commissione Ambiente, secondo cui le nuove regole non comporteranno rincari importanti dei biglietti aerei. Secondo l’eurodeputato tedesco Peter Liese (Ppe) relatore della legge in questione “secondo i nostri calcoli, l’aumento del prezzo di un volo fra l’Europa e la costa orientale dovrebbe essere meno di un euro”. “Le compagnie e i cittadini Usa devono rispettare le regole Ue, come tutti gli altri” ha aggiunto il presidente della Commissione Ambiente, il tedesco Joe Leinen. Entusiasta anche la coalizione di sei organizzazioni ambientaliste da Usa e Gran Bretagna, secondo cui la decisione di oggi chiarisce che con questa norma “non si viola la sovranità nazionale di altre nazioni”.
Dal 2003 Bruxelles ha istituito un sistema di scambio di quote di emissioni di gas a effetto serra per combattere contro i cambiamenti climatici. Inizialmente, questo non includeva il trasporto aereo, che è stato successivamente integrato con la direttiva 2008/101 che l’effettiva entrata in vigore del computo delle emissioni aeree a partire dal prossimo primo gennaio. Tra dieci giorni, quindi, tutte le compagnie aeree, comprese quelle dei paesi extra-Ue, dovranno acquistare e restituire quote di emissioni per i loro voli con partenza da o arrivo in aeroporti situati nell’Ue.
Diverse associazioni e compagnie aeree americane e canadesi hanno quindi impugnato le misure di trasposizione della direttiva in Gran Bretagna, secondo cui queste violerebbero la Convenzione di Chicago, il Protocollo di Kyoto, l’Accordo “Open skies”, e alcuni principi di diritto internazionale consuetudinario in quanto queste tenderebbero ad applicare il sistema di quote di emissioni al di là della sfera di competenza territoriale dell’Ue. Ma nella sua sentenza la Corte “conferma la validità della direttiva che include le attività di trasporto aereo nel sistema di scambio di quote di emissioni”.
Se a compiere l’atto formale del ricorso alla Corte Ue sono state le compagnie americane, il malumore per la nuova normativa Ue è in realtà molto più vasto. Nei mesi scorsi anche quelle cinesi hanno contestato il provvedimento, minacciando ritorsioni commerciali contro l’Europa e in particolare contro l’Airbus. Ma ostili sono pure le compagnie europee, a cominciare proprio da Alitalia che nei mesi scorsi aveva chiesto al governo di bloccare la legge. “Comporterebbe un impatto pesante e insopportabile per il prossimo anno”, spiegava l’amministratore delegato RoccoSabelli. “E’ una legge sbagliata, con obiettivi condivisibili, ma criteri incoerenti” in quanto “Alitalia che ha la flotta più giovane d’Europa e meno emissioni sarebbe la più penalizzata”. Proteste che avevano trovato il favore dell’allora sottosegretario ai Trasporti e alle infrastrutture Aurelio Misiti: “Sospenderemo la legge fino a quando non l’avremo migliorata e modificata, ma con gli stessi obiettivi di ridurre le emissioni”, aveva assicurato.
Fa eccezione invece EasyJet, che con una nota “accoglie con piacere la decisione della Corte Europea” in quanto “ritiene l’ETS (emission trading scheme, ndr) un valido sistema che premia le compagnie aeree efficienti da un punto di vista ambientale, proprio come la stessa EasyJet che opera con una delle flotte dell’industria più giovani, moderne ed efficienti da un punto di vista delle emissioni. Crediamo che questo sia un approccio efficace nei confronti della sfida ambientale, più delle tasse locali come quelle sui passeggeri”.
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Dic 21
rassegna-stampaLa Repubblica
Il rapporto 2011 di Euromobility: tante possibilità ma progetti ancora in fase embrionale. Poche le auto e le bici ‘condivise’ tra i cittadini, mentre in Europa si investe su queste alternative. E così nel nostro Paese le polveri sottili uccidono ottomila persone ogni anno
La Repubblica, 21 dicembre 2011, sezione AMBIENTE
CAR SHARING, bike sharing, mobilità alternativa. Se i problemi del trasporto pubblico potessero essere risolti con le parole, l’aria delle città italiane sarebbe pulita come quella degli alpeggi: l’offerta è varia e abbondante. Ma se si va a verificare cosa c’è dietro il lifting verbale arriva la sorpresa. A Roma le auto condivise (car sharing) sono 105 per 2,7 milioni di abitanti: difficile immaginare che, con tutta la buona volontà, possano essere una soluzione per il traffico. Sempre a Roma le biciclette condivise (bike sharing) sono 120, sempre per 2,7 milioni di abitanti.
“Con questi numeri come aspettarsi una soluzione ai problemi?”, si chiede Lorenzo Bertuccio, direttore di Euromobility, l’associazione che ha curato l’edizione 2011 dell’indagine sulla mobilità sostenibile 4 nelle principali 50 città italiane.
Una classifica che vede un gruppo di testa formato da Torino (che tuttavia non riesce a mantenere l’aria abbastanza pulita da rispettare la legge), Venezia, Milano, Brescia e Parma.
Insomma il Nord vince la gara, ma è una gara priva di eccellenze. Perché nessuno ha creduto realmente in una sfida che nel centro Europa trova investitori disposti a scommettere: trasporto pubblico decoroso ed efficiente, spazio alle bici, sostegno ad auto a basso impatto ambientale, conti in pareggio grazie al road pricing.
Gli organizzatori dello studio fanno notare che a Bruxelles ci sono 2.500 bici collettive con 180 stazioni, a Parigi oltre 20.000 bici con 1.800 stazioni, a Lione 4.000 con 340 stazioni, a Barcellona oltre 6.000 bici con 428 stazioni, a Siviglia 2.500 bici con 250 stazioni, a Londra oltre 6.000 bici con 400 stazioni. In Italia solo a Milano dispone di un numero con 4 cifre: 1.400 bici.
E non va meglio con il car sharing. A Bruxelles ci sono 227 auto per 140.000 abitanti. A Brema (Germania) 167 auto per 547.000 abitanti, a Monaco 345 auto per 841.000 abitanti. Ecco i numeri del car sharing in Italia nel 2010: 113 a Torino, 105 a Roma, 86 a Milano, 73 a Genova, 47 a Venezia, 36 a Palermo. Sembrano flotte aziendali, più che un parco auto cittadino.
Difficile poi, se sommiamo a questi dati i tagli progressivi e drastici al servizio pubblico, stupirsi del fatto che viviamo in città in cui - secondo i dati Oms - ci sono più di ottomila morti anno solo per le polveri sottili, e solo nelle principali 13 metropoli. Appena 19 città sulle 50 esaminate sono in regola per le PM10.
Anche i mobility manager non aumentano rispetto all’anno precedente: solo 41 le città in cui è presente almeno un mobility manager. Mancano a Campobasso, Cagliari, Catanzaro, L’Aquila, Latina, Pescara, Livorno, Sassari e Taranto.
Il rapporto esamina anche la qualità dell’aria delle città italiane per quanto riguarda le polveri sottili. Ancona ha registrato il maggior numero di superamenti (140 rispetto ai 35 consentiti), seguita da Torino (131). La media annuale di PM10 più elevata si è registrata a Torino (50 microgrammi al metro cubo, superiore al limite consentito di 40), seguita da Ancona (48,4) e Napoli (48.0). L’aria più buona si respira invece a Genova, dove si sono registrati solo 5 superamenti, e a Potenza, che ha una media annuale di 22 microgrammi al metro cubo.
“I cittadini spesso si dimostrano più maturi dei loro amministratori: l’83% è ad esempio convinto che la diffusione del bike sharing può essere un valido contributo alla riduzione del traffico e dell’inquinamento in città e circa l’80% vorrebbe una flotta di biciclette anche nella propria città”, osserva Riccardo Canesi, presidente di Euromobility.
Link all’articolo per leggere i rapporti
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