Ago 19
rassegna-stampaGente Veneta
Tratto da GENTE VENETA, n.31/2011, 19 Agosto 2011
Social housing e non solo. A un anno dall’insediamento del nuovo consiglio d’amministrazione, l’Immobiliare veneziana (Ive) mostra di voler giocare un ruolo di primo piano, oltre che poliedrico, nello sviluppo della Terraferma veneziana. Se i progetti per la residenza “sociale” (appartamenti in affitto per le famiglie non così bisognose da aver diritto all’alloggio pubblico e non così benestanti da poter accedere al mercato) procedono verso la realizzazione, altre partite si aprono, non solo sul fronte della residenza, ma anche della riqualificazione urbana.
Toniolo-Candiani. Sarà Ive, ad esempio, a guidare l’operazione di riqualificazione dell’area di Galleria Barcella, che prevede anche l’apertura del passaggio tra piazzetta Battisti, di fronte al Toniolo, e piazzale Candiani, attraverso il vecchio “cinema all’aperto”. Ive sta stipulando le convenzioni con i privati e pensando a una tempistica che non condizioni l’attività teatrale (si deve intervenire sull’impianto di condizionamento dell’aria).
Ospedale. Ive, ancora, è proprietaria di oltre 5 ettari confinanti con l’ospedale dell’Angelo. E’ in questo terreno che è stato progettato lo sviluppo della cittadella sanitaria, con servizi a supporto dell’ospedale e del centro per le terapie protoniche, con strutture per l’ospitalità (a pagamento e “sociale”) e per le associazioni. Ma siccome Comune e Ulss non riescono a mettersi d’accordo su chi deve comandare in questa partita, si apre un’altra possibilità che sa quasi di minaccia: «L’area può ospitare anche altre attività di interesse pubblico, come scuole (abbiamo avuto richieste in tal senso) e un ostello per la gioventù, vista la vicinanza alla stazione della metropolitana di superficie», rivela il presidente di Ive Alfiero Farinea. Così l’ospedale rimarrebbe senza area di espansione. Chi ha orecchi per intendere…
S. Giuliano. Sempre Ive piloterà lo sviluppo del Parco di S. Giuliano, forte della proprietà di quasi 4 ettari tra via Orlanda e l’area ex fosfogessi bonificata. E’ lì che il “piano Di Mambro” di metà anni Novanta prevedeva attività ricettive a servizio del parco: e le richieste ci sono. «Si lavora a un piano attuativo insieme ai privati proprietari di aree confinanti», spiega Farinea. «Ive è garanzia della qualità dell’intervento e dell’equilibrato inserimento nel contesto ambientale». Si farà quindi un bando per un concorso di idee. Le entrate che Ive riuscirà a realizzare saranno reinvestite nello sviluppo del parco: in particolare del Polo nautico.
Bosco di Campalto. Poco oltre, presso il bosco di Campalto già realizzato da Ive, la società comunale intende completare il percorso ciclabile proveniente da S. Giuliano, sul bordo lagunare. Si arriverà dunque in bici fino all’area verde di Campalto; da qui fino a forte Bazzera a Tessera. Prende dunque forma la rete ciclabile prevista dalla terza fase del Biciplan.
Chirignago e Favaro. Ma la principale novità riguarda la possibilità di riqualificare intere parti di città a partire dal patrimonio residenziale pubblico, sul modello di Altobello o delle Vaschette. «Il nostro intento è di ridurre al massimo il consumo di territorio», spiega l’assessore alle Politiche della Residenza e Patrimonio Bruno Filippini. «Stiamo pensando a due operazioni di questo tipo a Chirignago e a Favaro», il cui timone sarebbe appunto assegnato a Ive. Potrebbe passare per questa via la riqualificazione del complesso della “Pantera Rosa” di via Triestina: si abbatte, si ricostruisce, si completano le dotazioni, finanziando il tutto lasciando l’iniziativa anche ai privati.
Quartiere Pertini. Per il resto il presente di Ive è legato soprattutto al social housing. Si è concluso l’iter della bonifica al quartiere Pertini ed è stato rilasciato ad aprile il permesso di costruire. L’aggiudicatario (Dng, Zuanier Associati e Glass Architettura Urbanistica) sta terminando il progetto esecutivo e sta bandendo la gara per individuare il costruttore. Si prevede che i lavori inizino per fine anno e che ci vogliano tre anni per realizzare 159 abitazioni, di cui 52 da destinare al social housing.
Via Mattuglie. Entro luglio si chiuderà invece l’iter del bando di progettazione per l’intervento di via Mattuglie, alla Gazzera. Dei 238 alloggi 12 saranno di Ater, 60 di Ive da destinare a social housing. L’operazione porterà con sé la conclusione dell’annosa questione della piazzetta della Gazzera, che si realizzerà abbattendo un condominio e spostando gli abitanti, appunto, in via Mattuglie; verrà anche costruita da Veritas una centrale per il teleriscaldamento. Anche in questo caso sono necessari tre anni per chiudere i cantieri.
Asseggiano. Per quanto riguarda, infine, Asseggiano, l’intervento è già stato aggiudicato alla Cir Costruzioni Spa e De Munari Costruzioni srl; ad aprile è stato approvato il piano attuativo e l’aggiudicatario è stato invitato alla firma del contratto. Che prevede 181 unità abitative, di cui 30 da destinare al social housing.
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Ago 12
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Da Energheia Magazine, 12 agosto 2011
Il GSE fissa meno vincoli sui prodotti in fase di brevettazione, al fine del riconoscimento della tariffa prevista per l’integrazione architettonica degli impianti fotovoltaici.
Ha pubblicato infatti la Revisione 1 della Guida.
La principale novita’ riguarda il brevetto richiesto per il sistema di montaggio dei componenti speciali: sono ritenuti ammissibili anche i prodotti che, avendo in corso la procedura di richiesta di concessione del brevetto alla data di presentazione della domanda al GSE, abbiano gia’ ottenuto dall’European Patent Office (EPO) il rapporto di ricerca, unitamente all’opinione preliminare sulla brevettabilita’ del prodotto con contenuto positivo.
Nei prossimi mesi il GSE pubblichera’ anche il catalogo delle soluzioni commerciali adottate negli impianti riconosciuti quali impianti integrati con caratteristiche innovative. (ANSA).
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Lug 19
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Tratto da GENTE VENETA, n.30/2011, 19 luglio 2011
Un parco a Giare, “trosi” da valorizzare, piazze da finire, turismo e altre attività economiche ecostenibili da sviluppare.
Ecco alcune delle proposte avanzate nei giorni scorsi, durante un incontro al Centro Anziani “La Bella Età” di Piazza Vecchia, dall’associazione Hilarius.
All’incontro con la cittadinanza, organizzato per discutere del Pat, il nuovo Piano di sviiluppo urbanistico di Mira, erano presenti anche il sindaco Michele Carpinetti, l’assessore Maurizio Barberini e un’architetto che proprio all’elaborazione del Pat ha dedicato il suo tempo.
“Gambarare sicura e naturale” è il concetto chiave proposto dall’associazione, che propone, per esempio, un parco territoriale a Giare: «Giare rappresenta la seconda risorsa per Mira dopo le ville, è un luogo unico ed un’area aperta e di barena, oltre che un’area naturalistica già tutelata dalla Comunità europea. Perciò chiediamo venga tutelata la cassa di colmata e l’entroterra con un parco territoriale».
Ma sarebbe opportuno anche recuperare le antiche vie di terra: «In questo periodo in cui la richiesta di una viabilità sicura e naturale si pone con tutta la sua urgenza – continuano a Hilarius – recuperare gli antichi trosi segnandoli tutti nel piano permette di mantenere la memoria storica dei luoghi e diventa l’occasione per avere a disposizione piste ciclabili immerse nel verde, inserite nel paesaggio ed anche un sedime stradale, già tracciato, da utilizzare con maggior vantaggio economico».
Oltre alla proposta di creare un bosco di città e un giardino di erbe officinali in prossimità di forte Poerio, l’associazione chiede anche la «sistemazione di Piazza delle botteghe a Piazza Vecchia, unica piazza del Comune di Mira con una moltitudine di attività attorno, che ora stanno aumentando di numero in controtendenza con il resto del Comune».
Sul fronte del lavoro, il “piano” per una Gambarare di qualità, delineato dall’associazione domanda «per tutta la frazione un’edilizia biocompatibile per favorire la quale si preveda la diminuzione del costo di un terzo sugli oneri di urbanizzazione a compensazione del maggior investimento».
Infine «si favorisca il turismo di visitazione, valorizzando al meglio con normative adeguate le strutture che esistono già (trattorie, centro ippico, hotel Poppi) e prevedendo un’imprenditoria nuova (Bed and Breakfast, albergo diffuso) e sport d’acqua legati al Novissimo e al bacino Idrovia».
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Lug 18
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Tratto da GENTE VENETA, n.30/2011, 18 luglio 2011
Con l’inizio del mese di luglio è ripresa la pesca delle vongole di mare nel litorale Veneto. Dopo lo stop di 3 mesi, dettato dall’eccezionale moria dell’animale, la situazione sembra essere migliorata, ma per ritrovare l’equilibrio biologico senza uccidere l’attività servono interventi strutturali e un monitoraggio continuo dello stato del mare.
Da alcuni anni, infatti, la pesca delle venus gallina (la vongola di mare, anche conosciuta come “bevarassa”, diversa dalla vongola verace che vive nell’acqua salmastra della laguna) è in crisi. La causa è una moria eccezionale del prodotto verificatasi, a partire dal 2008, soprattutto nelle 30 miglia di costa che vanno dalla diga nord del Lido di Venezia fino alla foce del Tagliamento.
«In pochi mesi la vongola di mare è quasi completamente scomparsa in quella zona, che era la più pescosa del Veneto e dell’Adriatico» spiega Michele “Marchi” Boscolo, presidente del Cogevo di Chioggia. «Nel 2007 eravamo i maggiori produttori in Italia: nel nostro litorale si pescavano quasi 5 mila tonnellate di prodotto. Nel 2010 la quantità di pescato è scesa ad una cifra tra le 500 e le 750 tonnellate e oggi sono le zone di Fano e Ancona a fare la parte del leone». A raccontare lo stato di difficoltà della pesca delle vongole di mare, un’attività tradizionale della comunità chioggiotta, sono i pescatori del Cogevo (Consorzio Gestione Vongole) che hanno invitato stampa e autorità regionali ad un’uscita in mare simbolica lo scorso 4 luglio, giorno della ripresa della pesca dopo 3 mesi di fermo.
Le cause della moria? Incerte. Sulle cause di questa moria ci sono ancora molte ipotesi e poche certezze. I pescatori rifiutano le accuse di chi sostiene che la crisi sia dovuta ad un eccessivo sfruttamento del prodotto, risultato di una pesca non attenta alle condizioni di ripopolamento. «Da 6-7 anni abbiamo adottato un sistema di controllo della pesca per evitare gli sprechi» afferma il presidente. «Peschiamo sul venduto: ogni sera il Cogevo, in base alle vendite della giornata e alle richieste, decide quanto si dovrà pescare il giorno dopo. Tale quantità è divisa per il numero di imbarcazioni e il risultato, la quantità massima che ogni peschereccio potrà pescare, viene comunicato ad ogni azienda tramite sms». Ed è fissata una quantità limite: «Ultimamente è pari a 410 Kg al giorno per barca», continua Roberto Varagnolo, direttore del Cogevo di Chioggia. «Noi, però, ci limitiamo a circa 300 Kg per mantenere un prezzo adeguato. Al dettaglio, infatti, la vongola di mare costa 3-4 volte di più rispetto a quanto la vendono i pescatori: noi la scambiamo per 3 euro al Kg, mentre al mercato si vende a 11-12 euro al Kg».
Un’altra precisazione importante riguarda il metodo di pesca. «La pesca delle vongole di mare non avviene a strascico» spiega il direttore. «Si usa il turbo-soffiante: una pompa d’acqua alza i sedimenti dove si trovano le vongole e le raccoglie nella draga, le cui maglie hanno una larghezza tale da fermare solo gli esemplari adulti».
A Nord un tratto è ancora sterile. Ci sono poi delle attenzioni che i pescatori adottano per preservare la risorsa. «Non peschiamo sempre nelle stesse zone, ma ci spostiamo per permettere il ripopolamento» fa notare Michele Boscolo. «Inoltre, dopo aver constatato la moria abbiamo deciso di osservare dei periodi di fermo biologico, cioè di blocco totale della pesca, in genere della durata di due mesi. Per noi sono mesi in cui non percepiamo reddito e quest’anno abbiamo aggiunto un mese in più. Addirittura nella fascia costiera a nord non abbiamo più pescato da quando è iniziata la moria. Nonostante questo, quel tratto è ancora sterile».
Ad oggi non è stata condotta alcuna ricerca specifica per capire le vere cause della moria delle vongole di mare: «Alcuni biologi marini e l’università di Padova hanno effettuato dei monitoraggi dello stato di salute generale del mare – riferisce ancora Michele Boscolo – senza giungere ad alcuna conclusione. L’anno scorso la regione Veneto ha finanziato un progetto pilota per il ripopolamento del litorale nord. Del prodotto seminale della costa chioggiotta è stato trasferito al largo di Cavallino, Jesolo e Caorle. Finora, questo lavoro non ha portato alla crescita del prodotto, anche se nel litorale vicino alla spiaggia c’è tanto seme. Se sopravvive l’anno prossimo avremo vongole mature. Finché l’Adriatico continuerà ad essere un cantiere aperto, però, la natura non potrà trovare l’equilibrio». In mancanza di una risposta scientifica da parte della biologia marina, i pescatori si sono affidati alla propria esperienza e hanno avanzato qualche ipotesi circa le cause della crisi. «Oltre all’inquinamento del mare – afferma Roberto Varagnolo – riteniamo che incidano negativamente anche i lavori di realizzazione delle dighe mobili alle bocche di porto (il Mose) e i ripascimenti, cioè i prelevamenti di sabbia dal fondale marino per riempire le spiagge delle zone balneari colpite dalle mareggiate. Questi interventi interferiscono con il processo di riproduzione e crescita della vongola».
Troppe barche, serve una riduzione. Un nuovo equilibrio tra economia e ambiente, tuttavia, richiede anche alcuni cambiamenti strutturali. «In Veneto ci sono 2 Cogevo – spiega Roberto Varagnolo – a Venezia e a Chioggia, per un totale di circa 160 aziende, cioè imbarcazioni, associate. Questo numero è rimasto lo stesso per 15 anni, mentre l’area di pesca si è notevolmente ridotta a causa della moria. Questo ha fatto aumentare la densità delle barche in mare, riducendo la resa della pesca». I pescatori chioggiotti chiedono alle istituzioni di essere aiutati a ridimensionare di almeno un 20% il consorzio delle vongole di mare. «Daremo un sostegno affinché alcuni smettano di fare impresa e vadano in pensione» risponde l’assessore regionale con competenze sulla pesca Franco Manzato. «È necessario diminuire la flotta per rendere meno intenso lo sfruttamento. Inoltre si devono rivedere gli interventi dell’Unione Europea, che adotta regolamenti comuni, senza tenere conto delle specificità locali. Hanno impedito l’utilizzo delle nostre reti tradizionali perché si sono basati sul pescato dei mari del nord, ma da noi il pesce è più piccolo».
Un “sos” all’Europa. Proprio dall’Europa, però, potrebbero arrivare i finanziamenti per il ritiro di alcune imbarcazioni. «I contributi per la demolizione delle barche vengono dal Fondo Europeo per la Pesca» spiega Claudio Redolfi, tecnico della Regione. «Tali finanziamenti sono suddivisi tra imbarcazioni per il tonno e quelle da pesca. Il ministero potrebbe far rientrare le vongolare tra le imbarcazioni da tonno perché sono meno e hanno una gestione particolare. In questo modo ci saranno più contributi disponibili».
Nel frattempo la pesca è ripartita, nella speranza che la notevole quantità di prodotto piccolo sopravviva e dia avvio al ripopolamento. «Per quest’anno sarebbe un risultato positivo pescare tra le 2mila e le 3mila tonnellate di vongole» afferma Michele Boscolo. «A settembre faremo un nuovo intervento di spostamento di prodotto seminale dalle zone dove è abbondante a quelle dove scarseggia. Siamo diventati allevatori pur di salvare un’attività che, da sempre, è stata tramandata di generazione in generazione, ma che oggi rischia di non dare più futuro ai nostri figli».
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Lug 11
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Tratto da GENTE VENETA, n.29/2011, 11 luglio 2011, sezione OPONIONI
In effetti è stata una non notizia: nei giorni scorsi, per bocca del ministro Calderoli, si è diffusa la notizia che la Finanziaria del Governo contenesse un taglio del 30% a tutti gli incentivi applicati alle energie rinnovabili.
Una “bufala”, visto che nell’arco di una giornata è arrivata la smentita dei ministri Romani e Prestigiacomo.
Sta di fatto, però, che per una giornata intera il mondo non più piccolo delle energie rinnovabili in Italia è stato in subbuglio. Ma, soprattutto, si rinnova l’idea che ci siano forze significative che restano scettiche circa un’accelerazione “ecosostenibile” delle politiche energetiche.
Così è passata in secondo piano – anzi nella quasi completa oscurità – la notizia che la Giunta provinciale di Bolzano ha emanato un documento programmatico che ha tutti i numeri per diventare un modello virtuoso a livello nazionale e internazionale.
Bolzano, per esempio, si ripromette di arrivare, entro il 2050, a soddisfare il 90% del fabbisogno di energia del territorio grazie a energie rinnovabili (sole, acqua, vento, calore della terra, biomasse…).
E non è che Bolzano sia una provinciuola lontana, buona solo per le gite in montagna e per le mele: da parecchi anni è apripista di azioni concrete e di successo. Casaclima insegna. E parla il fatto che già oggi la percentuale di fabbisogno energetico coperto da energie rinnovabili tocchi il 53%, contro un dato nazionale del 12%.
Intanto Bolzano punta sull’efficienza, che vuol dire evitare di sprecare energia e usarla al meglio. Significa, per esempio, che in una zona dal clima freddo si riesce a scaldare cento metri quadri di abitazione per un’invernata con una spesa di combustibile pari a 100 euro. Cioè la decima parte della spesa media per un alloggio nel Veneziano. E a Bolzano gli efficienti non sono pochi.
In questo modo l’Alto Adige si assume la responsabilità (e la parola responsabilità va sottolineata) di attivare politiche adeguate alla tutela del clima e della natura. Senza per questo che l’economia ci rimetta. Anzi.
Ma la discussione animata da Calderoli ha oscurato anche un’altra notizia, che in prima battuta ha un valore negativo, ma che, a guardarla bene, dà un segnale buono. Martedì scorso il Parlamento europeo ha detto no all’innalzamento a -30% (contro il -20% attuale) all’obiettivo di riduzione delle emissioni inquinanti entro il 2020.
Il voto è stato contrario, ma a sostenere la misura ecologica erano Paesi forti e moderni come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania (il che fa ben pensare per il futuro). Noi eravamo “quieti”, Paesi più poveri erano contrari.
E la Germania, favorevole all’obiettivo ecologico ma anche locomotiva della ripresa europea, è quello stesso Paese che nel decennio 2000-2010 ha installato sul proprio territorio l’81% della nuova potenza elettrica da fonti rinnovabili (il 14% da centrali a gas e solo il 5% da carbone; e di recente la Merkel ha detto addio al nucleare). E se guardassimo di più ad altoatesini e tedeschi?
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Apr 28
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Tratto da GENTE VENETA, n.18/2011, 28 aprile 2011, sezione OPINIONI
«Abbiamo deciso di adottare la moratoria, per chiarire la situazione giapponese e tornare tra due anni a un’opinione pubblica conscia della necessità nucleare»: lo ha detto martedì scorso il presidente del Consiglio, rinnovando e chiarendo la scelta del Governo a favore dell’energia nucleare.
Ragionare e scegliere prescindendo dalle emozioni è sempre cosa buona. Ma anche aldilà dall’effetto Fukushima, c’è da rispondere ad alcune questioni essenziali. Come questa: anche le centrali di ultima generazione non sono a rischio zero. E la fantasia della natura o, ancor più, della malvagità umana, ha dimostrato in questi anni di non aver confini. Allora può aver senso accettare un rischio notevolmente basso a fronte di un vantaggio significativo. Ma qual è questo vantaggio? Dovrebbe essere economico: un’energia a costi più bassi se derivata dall’atomo anziché da altre fonti. Ma lo stesso ministro Tremonti ha detto pubblicamente, pochi giorni fa, che l’energia nucleare è economicamente conveniente solo se non si calcolano i costi di smantellamento delle centrali e di smaltimento delle scorie.
Non ha più senso, allora, scommettere sullo sviluppo delle energie rinnovabili? E investire, come ha deciso di fare la Germania della signora Merkel, perché entro 10-15 anni una parte consistente del nostro fabbisogno sia coperto da energia ricavata da fonte rinnovabile? In fin dei conti, anche la prima centrale nucleare italiana del nuovo corso non sarà pronta prima del 2025…
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Apr 08
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Tratto da GENTE VENETA, n.15/2011, 8 Aprile 2011
Avolte può bastare la cosa più semplice: una riga gialla tracciata per terra, al bordo della strada. Altre volte si può puntare alla pista ciclabile (ma non basta che sia bella: serve per spostarsi…). Altre ancora conviene impegnarsi sul cambiamento di cultura e abitudini. Infine si può lavorare, con fantasia e intelligenza, per recuperare i vecchi sentieri di campagna, magari sfruttando i finanziamenti europei…
Sono numerose le vie da percorrere – non esiste la soluzione unica e perfetta – per dare risposta positiva alla domanda uscita domenica scorsa, all’Ecomuseo di Mira, dai cittadini: «Ci piacerebbe molto andare di più in bici, o anche a piedi, negli spostamenti fra casa e scuola. Ma…».
Il mezzo di trasporto cambia alle medie. Ma… ci sono alcune difficoltà molto pesanti, segnala la maggior parte dei 1600 e più miresi intervistati dal Comitato Sicurezza Stradale Genitori. La ricerca, presentata domenica scorsa, è stata condotta sia fra i genitori degli alunni delle elementari, sia fra i ragazzi che frequentano le scuole medie.
Ne risulta, per esempio, che più del 60% dei bambini vengono accompagnati a scuola in auto dai genitori, e che la loro percentuale è leggermente crescente negli anni.
Tra i ragazzi delle medie, invece, automobile e bicicletta (quindi tragitti in autonomia) si equivalgono, ma parecchio utilizzati sono anche l’autobus e gli spostamenti a piedi.
Alle medie – dato curioso – le ragazze sono assai poco cicliste: solo il 20% va a scuola o vi torna pedalando: la metà rispetto ai coetanei maschi.
La domanda di cambiamento sta nel fatto che il 67% dei genitori interrogati desiderano cambiare mezzo di trasporto, e quasi tutti opterebbero per la bicicletta. A patto che, però, le strade divengano più sicure.
E la pericolosità della situazione viaria attuale è mostrata da un dato precoccupante: quasi il 20% dei ragazzi delle medie dichiara di aver avuto un sia pur piccolo incidente durante gli spostamenti casa-scuola. Per quasi tutti si è trattato di un incidente mentre viaggiavano in bicicletta.
Gli interventi in vista. «Non possiamo pianificare a prescindere da percorsi sicuri e piste ciclabili», ha affermato il sindaco Michele Carpinetti, presente all’incontro. E ha ricordato gli interventi in via di realizzazione, per una ciclabilità sicura, di qui fino alla fine del suo mandato. Ma Mira gli chiede di accelerare…
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Apr 06
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Gente Veneta, 06 aprile 2011, sezione LETTERE
Ho letto l’intervista pubblicata su Gv del 26/03/11 all’ingegnere nucleare Vincenzo Romanello, il quale ha più volte ribadito il concetto che la contrarietà di molti al nucleare sarebbe motivata dall’ignoranza su questa complessa materia, e dalla eccessiva sovraesposizione dei problemi sorti in questi giorni alla centrale di Fukushima in rapporto a tanti altri creati dal terremoto e dallo Tsunami giapponese. Ne ho ricavato l’impressione che, secondo l’ingegner Romanello, noi comuni mortali, incompetenti in materia, dovremmo lasciare agli esperti come lui, il diritto di esprimere pareri sulla questione. Ci basti sapere che un punto di vista statistico abbiamo più probabilità di morire nel sonno che a causa di un disastro nucleare. Nel corso dell’intervista è stata citata la sciagura del Vajont. Questo mi sembra un buon esempio di come gli esperti non abbiano a suo tempo tenuto in considerazione opinioni, critiche e paure della gente comune, incompetente e probabilmente contraria al progresso con, ahimè, le conseguenze che tutti noi conosciamo. Oltre a questo, sono rimasto colpito dalla sicumera di alcune affermazioni, quale ad esempio sulla convenienza economica dell’energia nucleare. La valutazione va fatta su tutto il processo. Compresi i costi necessari per lo smantellamento e la messa in sicurezza delle centrali giunte al termine del ciclo produttivo. In Gran Bretagna, ad esempio, per provvedere a eliminare 39 reattori, 5 impianti di riprocessamento del combustibile e alcuni siti di ricerca ormai abbandonati, sarebbero necessari circa 81 miliardi di Euro (stime effettuate nel 2005). Una massa colossale di denaro, di cui peraltro la Gran Bretagna, in profonda crisi finanziaria e costretta a comprimere fortemente ogni voce del proprio bilancio, oggi non dispone neanche in piccola parte. (vedasi “Cento anni per staccare l’atomo” – Il Sole 24 ore del 31/01/2011) Link: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-31/cento-anni-staccare-atomo-063742.shtml?uuid=AaLiqT4C&fromSearch. Un altro suggestivo esempio è stato quello della quantità delle scorie radioattive: un volume pari ad una lattina di birra se un uomo per tutta la vita utilizzasse solo energia nucleare! Non so a che tipo di scorie si riferisca l’ingegner Romanello, ma da Rai News 24 del 21/03/11 apprendo che solo in Italia abbiamo circa 77.000 metri cubi di materiale radioattivo che non ha ancora avuto la sua definitiva e sicura destinazione, essendo stoccata talvolta semplicemente dentro ad alcuni capannoni. Ma dev’essere un’anomalia, perché, come l’ingegner Romanello ci spiega, basta trovare un bel deserto senza acqua dove portare tutte le scorie opportunamente incapsulate e il problema è risolto. Dei costi di questa operazione e dei rischi durante il trasporto però non se ne accenna neppure … Ma mi rendo conto che questo mio ragionamento è del tutto inutile: sono e resterò un incompetente ignorante che si fa delle opinioni senza l’utilizzo della ragione, come la gran parte degli italiani.
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Apr 01
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Tratto da GENTE VENETA, n.14/2011, 1 Aprile 2011
La parola d’ordine è riciclare, in tutti i modi e con tutti i materiali possibili. Anche Venezia si mette in riga, per potenziare quel 35% di raccolta differenziata (a livello di tutto il Comune) che per l’assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin è ancora troppo poco: «Intanto portiamo da tre a sei giorni la raccolta porta a porta nel centro storico – ha detto l’assessore – inoltre a Fusina si creerà un vero e proprio distretto con impianti più che raddoppiati: serve un cambiamento capillare perché tutta la città faccia un salto di qualità. Se facciamo più differenziata il sistema costerà meno».
È una considerazione che si inserisce all’interno di un percorso “eco-sostenibile” più articolato, avuto inizio con il protocollo d’intesa con i commercianti per l’eliminazione a partire da dicembre scorso dei sacchetti non biodegradabili per l’asporto di merci e alimenti e che continua con una nuova iniziativa che coinvolge ancora una volta artigiani ed esercenti veneziani: l’alga carta, amica della Laguna.
L’alga, un materiale innovativo ed ecocompatibile, che negli ultimi anni infesta la laguna e ne provoca la deossigenazione, diventa materia prima di un prodotto di uso comune come la carta: da qui nasce la carta per gli imballaggi che verrà distribuita tra 500 operatori (cento fogli per ogni operatore) del Comune veneziano nell’arco dei prossimi dieci mesi. La ricetta è questa: una buona percentuale di alghe fresche e una piccola percentuale di cellulosa, che ci si augura di ridurre sempre più, per l’amalgama.
Ne esce un materiale che non può sostituire la funzione del prodotto “carta” e che è ancora costoso da produrre essendo di nicchia, ma vuole essere una provocazione a trovare sempre nuove risorse e soluzioni per ridurre, recuperare e riciclare gli imballaggi.
L’iniziativa è parte integrante del progetto “3-ciclo” promosso da Artambiente s.c.r.l., Confartigianato Venezia e Confesercenti della Provincia di Venezia, in collaborazione con la Cna della Provincia di Venezia, e sostenuta dal Conai – Consorzio Nazionale Imballaggi, nato per attuare un sistema integrato di gestione basato sul recupero e sul riciclo dei rifiuti di imballaggio.
C’è anche un secondo scenario alle porte che partecipa al progetto “Spesa leggera” in collaborazione con l’assessorato all’Ambiente, un secondo prodotto di riutilizzo: una eco-shopper, una borsa in tessuto non tessuto, il Tnt, che artigiani ed esercenti veneziani distribuiranno a loro volta alla loro clientela, e che rappresenta un ulteriore intervento di carattere sperimentale a favore della tutela dell’ambiente.
Le piccole e medie imprese commerciali e artigiane hanno un ruolo speciale sul territorio, in quanto sono uno strumento per comunicare con il consumatore e per veicolare messaggi: un altro esempio significativo è l’iniziativa denominata “Oltre il 90°: i minuti di recupero”. Si tratta della diffusione di buone pratiche tra gli organizzatori di feste, sagre, fiere e gli ormai tradizionali happy hour: in queste occasioni c’è solitamente un’elevata produzione di rifiuti di plastica, che può essere ottimizzata attraverso l’utilizzo di posateria, bicchieri, piatti fatti con materiali biodegradabili o compostabili come il mater BI o il PLA.
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Feb 28
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Tratto da GENTE VENETA, n.7/2011, 28 Febbraio 2011
MESTRE. Il Biciplan si rimette in moto. Dopo un anno circa di stop dovuto da un lato al passaggio elettorale e dall’altro alla mancanza di un chiaro quadro economico, Asm ha ripreso di gran lena il suo lavoro. Tanto da aver già pronto il progetto per l’itinerario 14 del Biciplan, andato in gara la scorsa settimana. Per 560 mila euro (salvo ribassi) si collegherà la stazione Fs di Carpenedo, attraverso via S. Maria dei Battuti, via Fradeletto, viale Vespucci, il quartiere S. Teodoro, al parco di S. Giuliano. Le imprese avranno un mese di tempo per presentare le loro offerte, tra due mesi potranno aprire i cantieri, altri sei mesi di lavori e l’itinerario può essere pronto: si va a fine anno.
Congiungendo gli spezzoni già esistenti (che verranno comunque riqualificati) ci sono circa 1,5 km di nuova pista da realizzare. In più saranno sistemati marciapiedi e aiuole: a farsi strada, insomma, non sono solo le bici ma anche la riqualificazione urbana.
La progettazione, per la verità, era nei cassetti da un po’. Ma quando l’assessore alla Mobilità Ugo Bergamo si è insediato, con la nuova Giunta Orsoni, ha trovato un grosso scoglio da superare, riguardante i finanziamenti. In precedenza, infatti, era sì stato affidato ad Asm il compito di realizzare gli itinerari del Biciplan, assegnando teoricamente le entrate derivanti dalla sosta a pagamento sulle strisce blu. In pratica, però, il Comune continuava ad esigere un canone per la concessione in gestione di quel servizio di riscossione (500 mila euro all’anno) che tagliava le gambe al Biciplan. Bergamo, insieme al vicesindaco e assessore al Bilancio Simionato e all’assessore ai Lavori pubblici Maggioni, ha fatto ripartire il piano, mettendo sul piatto 12,5 milioni di euro nei prossimi 4 anni, tra proventi delle strisce blu, mancata riscossione di canoni da Asm e nuove risorse (500 mila euro all’anno) ritagliate dal bilancio comunale. Il nuovo piano della sosta, con l’aumento delle tariffe sulle strisce blu, fa sì che arrivino risorse fresche da trasformare in chilometri di piste (20 sono quelli che saranno realizzati nei prossimi 4 anni). Nel frattempo Bergamo ha concordato con le Municipalità le priorità degli interventi da mettere in programma, fissando una tabella di marcia condivisa.
Il primo effetto è proprio lo sblocco dell’itinerario 14 del Biciplan. E sta intanto procedendo con la progettazione di una parte dell’itinerario n. 11 (via Indri-Monte Cervino) e di altri interventi al Lido e a Pellestrina; inoltre, a seconda di quello che arriva prima sulla linea di traguardo, potrebbe andare in gara o il proseguimento di via Gatta, o via Trieste o via Altinia.
Intanto il Comune, attraverso i Lavori Pubblici, continua a lavorare per quello che è di sua pertinenza (in linea di massima gli interventi che godono di finanziamenti da parte del Ministero). E’ in gara il secondo lotto del Terraglio, che porterà le bici fino alla Favorita, all’incrocio con via Pennello: per l’estate partiranno i lavori. Con il rifacimento della rotonda del Sirio (Quattro Cantoni) anche la pista ciclabile avrà un suo spazio, collegata da un lato con via Circonvallazione, dall’altro con la Castellana. (P.F.)
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