Mose pronto nel 2015; il 3 marzo via al varo dei cassoni

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Tratto da GENTE VENETA, n.5/2012, 4 Febbraio 2012

Inizia il 3 marzo il viaggio dei cassoni che ospiteranno le paratoie contro l’“acqua granda”. Prende il via una fase nuova dell’operazione Mose. Una fase che inizierà dalla bocca di porto del Lido.
All’inizio del prossimo mese, infatti, l’enorme cantiere realizzato nella conca di navigazione sul lato di Treporti comincerà ad essere allagato. Passeranno nove settimane e a quel punto comincerà il viaggio vero e proprio di questi alloggiamenti in cemento armato verso la loro destinazione definitiva.
Il punto sui lavori condotti dal Consorzio Venezia Nuova è stato fatto sabato scorso durante un dibattito promosso dalla parrocchia dei Frari. Una delle molte e partecipate iniziative che la comunità parrocchiale realizza nel teatro-patronato.
Flavia Faccioli, responsabile della comunicazione del Consorzo Venezia Nuova, scandisce le prossime tappe e le loro modalità. I cassoni, ad uno ad uno a partire da quello di spalla da collocare accanto all’isola artificiale da poco terminata, saranno trainati da un catamarano, che si sposterà tramite un sistema di cavi nel canale di bocca.
Il mezzo li trasporterà fino al punto di posa dove ogni elemento sarà zavorrato e calato all’interno della trincea, creata sul fondo del canale. Attraverso delle guarnizioni sarà comunque garantita l’impermeabilità della galleria che unirà il sistema degli alloggiamenti e che consentirà il percorso in asciutto da una parte all’altra della bocca di porto.
A quel punto, nel maggio del 2013, cominceranno ad essere installate le paratoie, cui è collegato l’elemento maschio della cerniera, mentre l’elemento femmina è solidale al cassone posto nel fondale.
La previsione è che a metà del prossimo anno la bocca di porto del Lido possa essere pronta per le prime prove di funzionamento delle dighe mobili.
L’intero sistema di barriere alle tre bocche di porto dovrebbe essere ultimato entro il 2015 per essere funzionante in maniera ordinaria nel 2016: il tutto se i finanziamenti statali non si faranno attendere: l’ultima tranche da 380 milioni, da poco arrivata, ha permesso di non rallentare i lavori. Ma si tratta di soldi stanziati nell’ormai lontano 2008. E l’imperativo, oggi, è chiudere – bene e in tempi ragionevoli – quest’opera fondamentale per Venezia.
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Davvero se le grandi navi non passassero per San Marco perderemmo le crociere?

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E’ il momento di decidere. Di valutare una volta per tutti vantaggi, costi, rischi e benefici. A caldo, sì. Con il relitto della Costa Concordia a fare da testimone silenzioso e tragico di un dibattito su cui a Venezia ci si divide da anni.
Tratto da GENTE VENETA, n.3/2012, 23 Gennaio 2012

“Via le grandi navi” dicono ambientalisti e comitati. Lontani i grattacieli galleggianti dalle acque del centro storico, lontane dal Bacino di San Marco (dove si arenò nel 2004 la “Mona Lisa”), dal canale della Giudecca, dalla punta della Dogana, dal Molino Stucky, dalle case di Sacca Fisola e di Santa Marta. Via perché pericolose, perché l’errore umano – condito con la stupidità – sono sempre in agguato. Via perché….

No, ribatte il Porto: le navi da crociera sono sicure, Venezia non corre alcun rischio. E soprattutto questo è un comparto strategico per l’economia locale. Non si possono estromettere le navi dalle acque veneziane…
Valutare costi e benefici allora, lasciando che sia però il Comune di Venezia a dire l’ultima parola e a decidere, come chiede da tempo, in rappresentanza della città e dei suoi cittadini.

Valutare se effettivamente il tragitto compiuto è sicuro al 100%, se l’impatto sull’equilibrio ambientale della laguna e architettonico della città è davvero esente da conseguenze. Valutare se è ancora accettabile che giorno e notte queste navi riversino in atmosfera lo smog equivalente a quello di 14mila auto. Considerare anche il rumore, perché no? Valutare se è ancora accettabile che le feste a bordo, con i loro concerti a tutto volume, deroghino sistematicamente dal regolamento comunale, che imporrebbe il silenzio dalle 23… Considerare tutto, anche l’eventualità di uno sversamento di carburante in laguna.

Valutare costi e benefici di uno spostamento delle navi da crociera a Marghera. Capire se davvero dirottarle lungo il canale dei Petroli significherebbe perdere una preziosa clientela, non più attratta dal passaggio spettacolare offerto dal Bacino di San Marco. Davvero le crociere diserterebbero Venezia per questo? Eppure negli altri porti non c’è spettacolo: a Bari come a Istanbul o altrove il momento dell’approdo non ha alcun fascino, ma le crociere non cambiano rotta per questo. E Venezia ha ben altro da offrire che la semplice cartolina immortalata dall’alto…
Anche per questo è arrivato il momento di preservarla fino in fondo.
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Dai cocci di vetro arriva la ricchezza

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Tratto da GENTE VENETA, n.1/2012, 09 gennaio 2012

E’ la nuova Marghera che si fa strada, che rinasce – neanche tanto metaforicamente – dalle proprie ceneri, facendo fruttare i punti di forza che l’hanno resa grande per decenni. Stavolta la sua ricchezza viene dai rifiuti. Rifiuti “buoni”, pronti a diventare nuova materia prima.
Nell’Ecodistretto di Fusina, voluto dall’amministrazione comunale per concentrare le attività industriali del riciclo (si veda GV 28/2011), sta per arrivare accanto agli impianti di Veritas già presenti un nuovo “inquilino”. Si tratta di uno dei leader europei del riciclaggio del vetro, la Paté, che ha appena stretto un accordo con Veritas per realizzare un impianto in grado di trattare 250 mila tonnellate di rottame di vetro, quanti cioè ne produce in un anno mezzo Triveneto. Entrano cocci ed esce “vetro pronto al forno”, una materia prima seconda usata per produrre nuovo vetro, con costi e consumi inferiori rispetto all’utilizzo delle materie prime tradizionali: fonde infatti a una temperatura più bassa rispetto alle sabbie.
Da Vetrital a Ecoricicli. Ancora nel 2009 il Gruppo Veritas aveva rilevato la società Vetrital in crisi: «Se non fossimo intervenuti», spiega Alberto Ferro, presidente di Ecoricicli, «avremmo rischiato, oltre a danni occupazionali, anche il fermo della raccolta differenziata». Ecoricicli Veritas – è il nuovo nome dell’azienda – ha un impianto per la lavorazione del rottame di vetro a Musile di Piave. Si voleva da un lato migliorare la qualità del vetro trattato; dall’altro iniziare a mettere dei mattoni di qualità nell’Ecodistretto di Fusina.
La ricerca di un partner tecnologico per sviluppare la filiera del vetro ha dato i suoi frutti. Si sono presentati i due principali gruppi europei e un raggruppamento di imprese italiane, che insieme pesano quanto un terzo dell’intero mercato nazionale. La scelta è caduta sul gruppo francese Paté, secondo (di poco) in Europa nel riciclo del vetro, proprietario di otto impianti tra Francia, Paesi Bassi e Germania. David Paté, il fondatore e direttore generale del gruppo che ha preso il suo nome, è un ex dentista che ha fatto la fortuna riciclando il vetro. Ora dalla joint venture tra francesi e veneziani è stata costituita la Ecopaté srl, per il 60% di Paté Sas e per il 40% di Ecoricicli Veritas.
Verso il nuovo impianto di Marghera. Dal 1° gennaio 2012 i nuovi partner hanno iniziato a operare nell’impianto di Musile; entro il primo semestre di quest’anno ne miglioreranno la tecnologia in modo da renderlo il più avanzato d’Europa, e quindi del mondo. La produzione passerà da 114 mila a 174 mila tonnellate. Ma siccome il sito produttivo di Musile non può crescere oltre un certo limite, nel frattempo prepareranno il progetto del nuovo impianto che si costruirà a Fusina, pronto entro il primo trimestre 2013: entro il 2014 sarà pronto ed entrerà in funzione fra tre anni esatti. Musile a quel punto o chiuderà o si specializzerà in qualche particolare lavorazione.
I punti forti di Marghera. Spostare l’attività a Marghera, poi, è vantaggioso sotto tanti punti di vista. Intanto si possono avere economie di scala (si pensi ai servizi ausiliari a questo genere di impianti). Poi quello che è di scarto per una filiera può essere materia prima per un’altra: è il caso, ad esempio, degli inerti, per i quali si sta mettendo a punto un apposito impianto. Infine ci sono le banchine per le navi e i binari per i treni: se ne può avvantaggiare il trasporto di materiali poveri come questi, troppo costosi se effettuati solo su gomma. Sono, guarda caso, gli stessi punti di forza che hanno favorito lo sviluppo di Porto Marghera: ieri nella petrolchimica o nell’industria dell’alluminio, oggi nel recupero della materia.
A servizio del Prosecco. Nello specifico, poi, Marghera non è così lontana dalle aziende che producono bottiglie, che a loro volta non possono essere lontane da chi le riempie, ad esempio di vino, che viene poi esportato in tutto il mondo. Non è solo una battuta quella del sig. Patè, che ha detto che dopo le bottiglie per lo champagne vuole fare quelle per il Prosecco. Prosit.
E’ per questo che il mercato legato al rottame di vetro, da noi, ha un futuro. «L’Italia, e in particolare il Nordest, è un importatore di questa materia prima seconda, specie dalla Germania», ricorda Alberto Ferro. «E’ più il vetro che utilizziamo per realizzare bottiglie, che poi vengono mandate in giro per il mondo, che quello che viene raccolto dalle nostre case. L’impianto che si farà a Marghera sarà il più avanzato e uno dei più grandi di questo genere». Crescerà anche l’occupazione: dai 12 dipendenti attuali si arriverà a 30.
E ora carta, plastica e inerti. Nel frattempo sono stati aperti i bandi per individuare altre aziende interessate a investire nel riciclo in altri ambiti, come la carta (tre le aziende che si sono già fatte aventi) e la plastica. L’impianto per trattare gli inerti è già pronto, aspetta solo l’autorizzazione della Provincia per entrare in funzione. «Migliorerà il trattamento degli scarti degli altri processi», spiega l’assessore all’Ambiente del Comune di Venezia Gianfranco Bettin. «E’ la frontiera più avanzata: lavorare sugli scarti estremi. Siamo già pronti: è la burocrazia che è indietro».
Cultura del riciclo e nuova Marghera. L’iniziativa di Ecopaté, spiega Antonio Paruzzolo, assessore veneziano alle Attività produttive, «è di grande interesse economico e ambientale: favorisce sempre più il formarsi di una cultura del riciclo e quindi del riutilizzo delle materie prime seconde. E’ una sfida, che farà crescere una nuova coscienza nei cittadini, più consapevoli di questi processi. Tutto questo avviene in un luogo simbolo dell’industria degli anni passati, che ora viene riportata al centro, divenendo la bandiera della reindustrializzazione di Marghera, attraverso lavorazioni compatibili, che usino il minor apporto possibile di energia».
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Vega butta il mattone e punta tutto sull’eco-tech

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Tratto da GENTE VENETA, n.45/2011, 22 novembre 2011

Raccontano le cronache del 2007 che la passata amministrazione del Parco scientifico e tecnologico di Marghera prevedeva, per la fine del 2011 di aver terminato la costruzione di Ursa, Maior, Proxima e Centauri, quattro nuovi edifici che, con i loro 64mila metri quadri, avrebbero raddoppiato la superficie utile del Parco, dando vita a Vega 2.
La rivoluzione di Vega. Nulla di tutto ciò si vede oggi. Quel che c’è è una spianata su cui ancora niente è stato costruito. E mai come stavolta si può dire che il cambio del vertice dirigenziale – da poco più di due anni presidente è l’imprenditore Luigi Rossi Luciani, direttore l’ex vicesindaco di Venezia Michele Vianello – ha prodotto un capovolgimento di progetti e obiettivi.
Sintetizza Vianello: «La parte immobiliare la stiamo dismettendo tutta. Noi ci dedichiamo a ricerca e progettazione».
Chi investe è l’Europa. Tradotto significa che l’area di Vega 2, bonificata e ripulita, è in vendita. Il Piano regolatore prevede, oltre all’uso di parco scientifico, anche un utilizzo commerciale e direzionale.
Quel che è certo è che il nuovo corso di Vega si sta sviluppando su un cocktail in cui predominano tre ingredienti: l’Ict, cioè le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le nanotecnologie e l’ambiente.
L’Ict – il mondo dei computer, del web e delle reti di comunicazione – è da anni la passione di Vianello, che anche da vicesindaco si è molto adoperato in questa direzione. L’ambiente è un’emergenza, ma anche un’opportunità, che non si può non vedere. Le nanotecnologie sono uno dei settori più promettenti, già avviato e sviluppato con la passata dirigenza di Vega, e oggi in continua crescita.
Più o meno mixati, i tre ingredienti stanno dando vita a diversi progetti. Per tutti, visto che le idee senza quattrini non camminano, si è scelto di cercare la strada di un certo finanziatore: l’Europa.
Una strada che sta funzionando: il primo sì, del valore di 1,3 milioni di euro, è arrivato per costruire un impianto pilota capace di ripulire e rendere innocui i fanghi più sporchi e velenosi dei canali lagunari.
Vega: fucina, non albergo, delle novità. Ma altri tre progetti (vedi sotto) hanno preso la via dell’Unione europea e ne attendono l’esame. «E’ una strada, quella dell’Europa – chiarisce Michele Vianello – che dà più vantaggi. Il primo è la velocità: in un anno viene fatta la valutazione e si sa se il progetto è promosso o bocciato. Il secondo vantaggio è che parte dell’importo viene pagata subito, per cui si può partire con la realizzazione disponendo della liquidità necessaria».
L’idea, quindi, è che un Parco scientifico che si rispetti dev’essere una fucina, più che un albergo, delle novità. Si è rovesciato il cannocchiale, insomma, per guardare Vega.
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Ruoss (Unesco): «Venezia può essere il faro della ricerca sul clima»

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Tratto da GENTE VENETA, n.45/2011, 20 novembre 2011

Venezia ha tutti i numeri per diventare la città fulcro, a livello globale, dell’azione di contrasto ai cambiamenti climatici. La Serenissima del XXI secolo può tornare a essere un faro per il mondo. Ne è convinto Engelbert Ruoss, direttore dell’Ufficio di Venezia dell’Unesco, che così si è espresso a margine dell’iniziativa “La ricerca scientifica pr uno sviluppo sostenibile” organizzata assieme a Ca’ Foscari nell’ambito della Giornata Mondiale della Scienza.
Ruoss fa presente che «la vita scientifica e culturale a Venezia è la base per lo sviluppo della città per il futuro. Venezia, che è un patrimonio culturale dell’Unesco, non deve essere solo una città turistica ma deve tornare a promuovere le competenze e le eccellenze per aprire nuove opportunità e scenari per diventare un modello anche per lo sviluppo sostenibile».
Inoltre, continua Ruoss, «occorre integrare scienza e cultura in modo particolare per favorire lo sviluppo di quei siti nominati patrimonio culturale dell’Unesco, a cominciare proprio da Venezia».
«Peccato – conclude Ross – che sia saltata la conferenza “Il futuro di Venezia e della sua laguna nel contesto del cambiamento climatico” (che era stata organizzata dall’Unesco a Venezia ed è stata poi cancellata, pare su volere del Ministro Brunetta, ndr). Poteva essere quella piattaforma che serviva a dare il la allo sviluppo. Speriamo di riuscire a riorganizzarla nel 2012».
E la giornata come è andata? Promozione dello sviluppo della ricerca scientifica, condivisione di risorse, conoscenze e dati, accoglienza e mobilità internazionale di ricercatori: è questo l’impegno sancito da 15 enti di ricerca della città che a tal fine hanno siglato la Dichiarazione di Venezia per la collaborazione nella ricerca.
E molto soddisfatto si è detto il rettore di Ca’ Foscari Carlo Carraro: «In Italia la Giornata mondiale della Scienza non ha una grande rilevanza, ma il tentativo odierno è quello di riportare in primo piano quella che dovrebbe essere una priorità anche per il nostro Paese, la ricerca appunto perché attraverso essa si crea sviluppo».
Il prof. Tino Cortesi, pro-rettore di Ca’ Foscari per le politiche di valutazione e di innovazione, rammenta che la novità di questa giornata di convegno consiste nel fatto che l’attività di rete avviene con un approccio non solo legato alla scienze dure o naturali, ma è più multidisciplinare, così come necessario per un futuro sostenibile.
Gli enti che hanno sottoscritto l’accordo sono Ca’ Foscari, l’Accademia di Belle Arti, Climate Policy Initiative, il Conservatorio di musica Benedetto Marcello, Corila, la Fondazione Eni Enrico Mattei, la Fondazione Giorgio Cini, la Fondazione Ospedale San Camillo, Ismar-Cnr, l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, lo Iuav, lo Studium Generale Marcianum, Venezia Ricerche e il Vega.
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Primo anno e segno più per la più grande centrale a idrogeno del mondo

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Tratto da GENTE VENETA, n.41/2011, 30 ottobre 2011

La prima candelina è arrivata, il segno più anche. La centrale a idrogeno realizzata dall’Enel a Fusina, la più grande in Italia, ha superato bene il primo esame.
E’ un passo in più che Enel fa – ma si potrebbe dire che il Paese fa – per essere pronti nel momento in cui l’idrogeno diventasse anche economicamente competitivo nella produzione di energia elettrica. Allora gli scenari, per ora in gran parte utopistici, di una civiltà basata su un’energia pulita e pressoché illimitata, potrebbero concretizzarsi.
Combustione e effetti sui metalli: le due scommesse. A Fusina, intanto, l’impianto va. Costruito di fianco alla centrale “Palladio”, ha dimostrato di saper funzionare, con risultati confortanti per i tecnici che ne hanno seguito la progettazione e la costruzione.
Lo conferma Stefano Sigali, 36enne ingegnere aerospaziale toscano, le cui competenze erano particolarmente utili ad Enel nello studiare una macchina del genere: «I due temi principali di ricerca erano: la combustione – perché la combustione dell’idrogeno non è un tema banale, e su di esso bisogna fare ricerca – e i materiali».
Questo perché i duemila e più gradi che si raggiungono nella camera di combustione e la composizione dei fumi prodotti nel bruciare questo gas hanno effetti da verificare in termini di scambio di calore e di corrosione dei metalli: «Nel 2010 abbiamo fatto le prime 1000 ore di esercizio, e molte altre ne abbiamo fatte nel 2011. Le ispezioni fatte finora sono state molto confortanti: ci hanno detto che le scelte tecniche fatte evolvono come intendevamo. C’è sì un degrado dei metalli, ma a queste temperature è naturale ed è secondo le previsioni».
Dai camini esce acqua e (pochi) ossidi di azoto. Stesso discorso per le emissioni inquinanti. Perché è vero che dai camini esce vapore acqueo; però è anche vero che nel processo di combustione si generano anche degli ossidi d’azoto: «Si tratta – chiarisce Sigali – dell’unico inquinante prodotto. In effetti non si stratta di prodotti dell’idrogeno. Gli ossidi di azoto sono composti da azoto e ossigeno e si formano dall’aria per effetto dell’alta temperatura che si ha nella camera di combustione. Entrambi i camini dell’impianto sono monitorati con un sistema di controllo in continuo delle emissioni, così come si fa con gli impianti a carbone. C’è un limite di legge per questo inquinante e mensilmente mandiamo all’Arpav il dato. E siamo saldamente sotto i limiti autorizzati».
Elettricità per ventimila famiglie. Anche il rendimento dell’impianto – attorno al 42% – è quello previsto. Questo significa che, bruciando 1,3 tonnellate di idrogeno all’ora – e facendo funzionare l’impianto continuativamente – si può produrre circa 60 milioni di chilowattora l’anno, così da soddisfare il fabbisogno di 20.000 famiglie medie, evitando di rilasciare in atmosfera oltre 17.000 tonnellate di anidride carbonica.
Così il prossimo sviluppo sarà l’installazione di una nuova camera di combustione, oggi allo studio secondo un progetto cui contribuisce la Regione Veneto.
Ma a questo punto si tratterà di vedere verso dove si andrà con l’idrogeno.
Il futuro: idrogeno dal carbone o… Un anno fa, all’inaugurazione di Fusina, si puntava molto su impianti di grande taglia, che usano come fonte primaria il carbone. Dal carbone si ricaverebbe un gas, da cui sarebbero separati l’idrogeno e l’anidride carbonica. Il primo potrebbe essere a sua volta bruciato per produrre elettricità, e la seconda verrebbe stoccata sottoterra; in particolare, la si inietterebbe in giacimenti petroliferi in esaurimento, perché consentirebbe una migliore estrazione del petrolio residuo.
…o idrogeno dal vento. Ma nel giro di dodici mesi le fonti energetiche rinnovabili hanno fatto, soprattuto in Italia, un balzo notevole. Il fotovoltaico, con i suoi 11 Gigawatt installati e in esercizio, l’eolico (in Italia vale 5 Gigawatt) e la geotermia (meno di un Gigawatt) hanno fatto progressi notevoli in termini di potenza installata e diffusione. Tanto da creare problemi di gestione di un’energia che, per sua natura, è intermittente. Se ne produce quando c’è il sole e quando c’è vento.
Una delle soluzioni è lo stoccaggio di questa elettricità – che in certi momenti è eccedente rispetto alla richiesta – tramite l’idrogeno. «L’idrogeno – spiega l’ing. Sigali – permette di fare accumuli energetici. Si potrebbe usarlo per la generazione distribuita, in celle a combustibile, oppure in un impianto a turbina come quello che stiamo sperimentando a Fusina. Quindi l’idea potrebbe essere quella di creare impianti di qualche decina di megawatt integrati con grossi parchi eolici. Nei momenti in cui l’energia prodotta grazie al vento è eccedente rispetto alla domanda, con essa, per elettrolisi, si produrrebbe idrogeno, che rimarrebbe immagazzinato fino a quando, cresciuta la domanda – e magari calato il vento – il gas verrebbe usato per generale elettricità».
Previsioni difficili. Tecnologie del genere, a emissioni nulle di CO2, servirebbero per grandi impianti ma anche (vedi sotto) perfino per piccoli condomini. Bisogna però vedere che piega prenderanno gli scenari globali, le politiche per l’ambiente e, di conseguenza, le convenienze economiche.
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Per una centrale così servono 12 camion l’ora
APPROFONDIMENTO
Gente Veneta, 27 Ottobre 2011

Ma quanto idrogeno serve per far funzionare la centrale di Fusina? La risposta è 12mila metri cubi di gas l’ora, che corrispondono ad un peso di 1,3 tonnellate.
Tutto questo gas arriva, tramite un tubo lungo 4 chilometri, da Polimeri Europa, azienda che opera a Porto Marghera e per la quale l’idrogeno è un sottoprodotto delle proprie lavorazioni.
Ma per capire meglio cosa significano questi numeri, bisogna pensare che per trasportare 12mila metri cubi – quanti ne servono per fare funzionare l’impianto per un’ora – occorrerebbero 12 camion-cisterna pieni di idrogeno (uno ogni 5 minuti, dunque), stivato ad una pressione di 200 atmosfere.
D’altro canto, se alimentata di continuo, la centrale produce in un anno 60 milioni di kilowatt/ora, una quantità di energia elettrica in grado di soddisfare le esigenze di 20mila famiglie medie (calcolando per ciascuna un consumo di 3.000 kilowatt/ora l’anno). Il tutto senza emettere inquinanti, se non ossidi di azoto entro il limite di legge. Va però detto che, fino ad oggi, l’energia elettrica prodotta con l’idrogeno è diseconomica: costa 5-6 volte in più di quella prodotta a partire da carbone o gas.
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Mira, col porta a porta i rifiuti calano e migliorano

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Tratto da GENTE VENETA, n.39/2011, 9 ottobre 2011

Continua a salire la raccolta differenziata a Mira. Di questo passo non è più un’utopia credere che il comune rivierasco riuscirà a raggiungere il traguardo del 65% di raccolta differenziata previsto dalla legge.
Ecco i numeri: nel 2010, anno in cui è cominciata la raccolta porta a porta e sono stati installati i cassonetti a calotta, Veritas aveva raccolto a Mira ben 21.816 tonnellate di rifiuti. Nell’anno in corso si stima che verranno raccolte poco più di 20mila tonnellate. Una bella differenza, calcolata in mille e quattrocento tonnellate.
I dati sulla raccolta di carta, rifiuto organico e multimateriale sono in grado di dimostrare che, dietro alla riduzione, c’è il progetto di raccolta differenziata. Il rifiuto organico (il cosidetto umido) sale di ben 400 tonnellate, dalle 2mila del 2010 (il 10% circa del totale) alle 2mila e 400 del 2011 (oltre il 10%).
Il multimateriale (vetro, plastica e lattine) cresce di 246 tonnellate, dal 1.575 a 1821 tonnellate. Cresce in modo costante anche la raccolta di carta (+ 140 tonnellate) e di materiali inerti (+ 70t.) e imballaggi in vetro (+ 20t.).
L’altra faccia della medaglia è il tracollo del rifiuto secco, ossia quel calderone di rifiuti dove andava buttato un po’ di tutto prima dell’arrivo della raccolta differenziata. In un anno sono state raccolte 1435 tonnellate in meno di “secco”, una cifra vicina all’intera diminuzione registrata tra 2010 e 2011.
Visto che la differenziata sta dando ottimi frutti, è in corso uno studio da parte di Veritas per allargare ulteriormente la diffusione dei cassonetti a calotta nella parte nord del comune di Mira.
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Fotovoltaico, 2011 anno record: Italia verso il primato nel mondo

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Tratto da GENTE VENETA, n.38/2011, 6 ottobre 2011

Già nelle domeniche assolate di luglio e agosto, quando le industrie sono perlopiù ferme, l’energia elettrica prodotta dai pannelli fotovoltaici è stata sufficiente a coprire il 40% del fabbisogno di energia elettrica dell’intero Paese.
Da nani, imprevedibilmente, noi italiani siamo divenuti giganti. Talmente giganti che il nostro Paese corre il “rischio” di diventare, in questo 2011, il primo al mondo per potenza di fotovoltaico installato e collegato alla rete. E dire che guardavamo alla Germania come modello inarrivabile…
L’escalation è stata impetuosa: all’inizio del 2010 nella Penisola erano operativi circa 60mila impianti, per una potenza di 800 Megawatt. All’inizio di questo 2011, gli impianti erano diventati 130mila, per un totale di 2,5 Gigawatt (cioè 2.500 Megawatt).
Ma in questi giorni (il dato è aggiornato a giovedì 6 ottobre) gli impianti installati e collegati alla rete elettrica sono diventati 282.400 e la potenza ha raggiunto i 11,1 Gigawatt (cioè 11.100 Megawatt). E la previsione è che, alla fine dell’anno, si possa arrivare a 12 Gigawatt.
In un anno, cioè, quasi 10 Gigawatt di pannelli solari sono entrati in operatività. Va anche detto che una buona percentuale di essi è risultato di scelte dell’anno passato. Ma il risultato è grande lo stesso. E contabilizzato quest’anno.
Tanto per dare un’idea di che cosa significhino questi numeri, si potrà aggiungere che 10 Gigawatt sono la potenza espressa da circa 70 milioni di metri quadrati di pannelli, che occupano una superficie pari a 10mila campi da calcio o, se preferite, 5.700 volte Piazza San Marco.
Ma si potrebbe anche dire che i pannelli messi in produzione nel 2011 hanno generato un investimento di circa 35 miliardi di euro e un gettito Iva, per lo Stato, di 3,5 miliardi. E, in tempi di crisi, muovere tutti questi danari, da parte di famiglie e imprese, non è cosa da poco.
O, infine, si potrebbe aggiungere che, dati i numeri da record di quest’anno, nel 2012 dovremmo avere in rete circa 17 Terawatt/ora (il Terawatt equivale a mille miliardi di watt) solari, pari al 5,5% dei consumi elettrici nazionali e alla metà della produzione delle centrali a carbone.
E questa quantità di energia elettrica corrisponde a circa un quarto di quanta ne serve per gli usi domestici: significa che una casa su quattro, l’anno prossimo in Italia, si illuminerà o farà funzionare gli elettrodomestici grazie all’energia elettrica prodotta con il sole.
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Cambiamenti climatici: «Venezia è già preparata»

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Tratto da GENTE VENETA, n.36/2011, 17 settembre 2011

Venezia è già pronta. O, se vogliamo quantificare, è avanti di una ventina d’anni. Gli altri, le città e i Paesi che si vedono a rischio a causa degli effetti dei cambiamenti climatici, devono ancora progettare gli interventi che in laguna sono invece già in buona parte realizzati. Quegli interventi che ci metteranno al sicuro anche se, entro qualche decennio, andasse così male da far salire il livello del mare di mezzo metro o più.
E’ questa la sintesi che un nutrito gruppo di esperti internazionali fa del confronto tenutosi in questi giorni a Venezia, presso la sede di Thetis, all’Arsenale.
Una novità tra le righe. Al centro del dibattito il che fare per difendere le città e le aree costiere qualora si avverassero le previsioni più fosche. Qualora, cioè, l’innalzamento delle temperature dovuto ai gas serra e al concomitante scioglimento dei ghiacci provocasse una crescita molto significativa del livello medio del mare.
La conclusione tranquillizzante – quella che il “sistema Mose” ci mette al riparo da disastri – in certo modo la conoscevamo già. I progettisti ne hanno parlato a lungo: le dighe mobili proteggeranno Venezia e la sua laguna anche se il mare si innalzasse entro i 60 centimetri rispetto ad oggi. Ragion per cui non serviranno altre opere eccezionali per integrare le difese.
La novità è più tra le righe, ma non per questo meno importante. Ha più a che fare con la filosofia d’intervento. Gli esperti a confronto l’hanno detta esemplificandola in più modi, ma in sostanza si tratta del fatto che la soluzione più efficace è combinare la difesa fisica con quella ambientale. Cioè che non esiste valida difesa fisica se non si sposa con la salvaguardia dell’ecosistema.
Tre ipotesi per il “caso Olanda”. Si potrebbe anche dire: servono meno ingegneri pronti a calcolare mega strutture in calcestruzzo e acciaio e più scienziati e tecnici che conoscano a fondo l’ambiente, che progettino e realizzino impianti per la produzione di energie rinnovabili, che conoscano a puntino i dinamismi interni e le capacità di compensazione e adattamento di un ambiente…
Ne è riprova il caso olandese, di cui si è parlato durante il convegno. In Olanda si sono mossi prima di noi: le dighe per riparare le coste dal mare sono state costruite già 25 anni fa. Ma allora ci si difendeva da quel che si temeva in quel contesto storico, e le conoscenze sui cambiamenti climatici erano ancora agli albori.
Così gli olandesi oggi devono ritarare il loro piano: così stanno progettando il da farsi. Sono state presentate tre ipotesi. La prima: costruire un enorme argine in calcestruzzo che protegga tutto il litorale. Un mostro in cemento che gli stessi esperti dei Paesi Bassi tendono a scartare come soluzione antiquata.
Una seconda ipotesi ha il volto della ritirata strategica: i cittadini che vivono sulla costa si sposterebbero verso l’interno. Ma pare una soluzione davvero di minima, che ricorda un po’ Caporetto.
Infine c’è l’ipotesi intermedia, che consiste nel rafforzare le arginature esistenti e nel realizzare dei grandi ripascimenti dei litorali. Delle ricostruzioni delle spiagge, insomma, con la sabbia. Queste opere modificherebbero la profondità dei fondali e mitigherebbero gli effetti dei mari in crescita; inoltre innescherebbero dei dinamismi naturali e biologici che funzionerebbero da efficace difesa. Questa è la soluzione che gli olandesi intendono adottare
Un po’ come abbiamo fatto noi a Pellestrina, con il ripascimento della spiaggia, o in altre zone litoranee.
«Un aspetto molto importante – fa sintesi Maria Teresa Brotto, amministratore delegato di Thetis – è che gli esperti qui convenuti hanno colto il fatto che a Venezia si è sempre operato con un approccio multidisciplinare, integrando le competenze ingegneristiche con quelle proprie dell’ecologia e dell’ambiente».
Cioè che la salvaguardia fisica è necessaria ma non sufficiente se non si unisce alla salvaguardia ambientale. Solo questo mix opera efficacemente e accresce la qualità della vita.
«Politici, ascoltateci. Scolari, anche». Le conclusioni hanno visto tutti concordi su questi aspetti: che la politica sia più pronta ad ascoltare tecnici e scienziati. E’ essenziale che chi prende le decisioni sia a conoscenza di tutte e anche le più recenti acquisizioni del mondo scientifico; che questo modo efficace di affrontare i cambiamenti climatici venga meglio interiorizzato dall’opinione pubblica. E per farlo bisogna partire dalla scuola: il rispetto dell’ambiente si costruisce nella coscienza dei bambini; agli adulti è più difficile chiedere ciò che non hanno fatto proprio quando erano piccoli.
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Raccolta differenziata a Venezia: entro ottobre aumentano i passaggi

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Tratto da GENTE VENETA, n.34/2011, 02 settembre 2011

Tre giorni per carta, cartone e tetrapack. E tre giorni per vetro, plastica e lattine. Entro ottobre sarà rafforzata anche a Venezia la raccolta differenziata, che verrà spalmata su tutta la settimana (escluso la domenica).
Prosegue così il cammino verso un incremento della differenziazione dei rifiuti in città. Il passaggio, di cui fruiranno entro poche settimane gli abitanti nella città lagunare, concerne l’aumento da due a tre – per settimana – dei passaggi di raccolta. Carta, cartone e involucri poliaccoppiati (il tetrapack, quello che si usa per latte e succhi di frutta) verranno raccolti non più due, ma tre volte per settimana; lo stesso vale per la plastica, le lattine e il vetro. Resta invariato, invece, il calendario del ritiro del rifiuto residuo.
In sostanza verrà applicata anche nella città d’acqua la modalità di raccolta introdotta dal 25 luglio scorso a Murano e a Burano. Una modalità del tutto nuova, per le isole, che sta dando i primi buoni esiti. A Burano il primo mese di differenziata porta a porta ha fatto sì che si sia raccolto in modo distinto il 35% dei rifiuti; a Murano la percentuale è di qualche punto inferiore. In entrambi i casi si veniva da un dato precedente di poco superiore allo zero, visto che sia Murano che Burano, per la differenziata, disponevano solo di qualche cassonetto. Bisogna però ora aspettare qualche mese per avere dei dati più completi dalle due comunità.
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