Contro la combustione dei rifiuti nei cementifici mobilitazioni in questi giorni a Maniago [Pn]

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Da Carta EstNord, 18 novembre 2011, sezione AMBIENTE

Domenica 20 novembre, dalle 11 in Piazza Italia a Maniago, in occasione dell’evento “Giochi e Musica per l’Ambiente e la Salute – Per il nostro Presente…Per il Futuro dei nostri bambini”, la popolazione della pedemontana pordenonese manifesterà contro l’incenerimento dei rifiuti nei cementifici.

«Sarà una festa pensata per i bambini, le prime vittime delle scelte nefaste compiute dagli adulti sulle loro spalle e i veri protagonisti del futuro – promette  il Wwf regionale che partecuiperà alla manifestazione -, ma sarà anche una manifestazione per ribadire la centralità del diritto alla salute e della salvaguardia dell’ambiente nelle scelte legate allo sviluppo del territorio».

Nella mattinata di mercoledì 23 a Trieste il Wwf sarà al fianco dei comitati nel corso della manifestazione di fronte al TAR che si pronuncerà nell’occasione sul ricorso contro l’autorizzazione ad incenerire cdr-q nei forni del cementificio, promosso dal comune di Maniago e supportato da altri comuni e associazioni della pedemontana.

L’obiettivo delle iniziative previste è replicare il successo delle precedenti manifestazioni e dell’affollatissimo consiglio comunale aperto tenutosi sul tema nel corso di gennaio dove sono state  approfondite le ragioni della contrarietà al progetto di combustione di rifiuti – nefasto per la salute della popolazione e per l’ambiente -, rilanciando la proposta alternativa di conversione a metano dell’impianto e di una strategia, nel nuovo piano regionale in materia, finalizzata al Riciclo Totale che punti su impianti di riciclo simil-Vedelago.

“Costringere chi finora ha calato decisioni dall’alto a fare i conti con un ampio e consapevole movimento popolare – sottolinea l’associazione – è passaggio fondamentale nel contesto di scelte ambientali e inerenti la salute collettiva che necessariamente devono coinvolgere tutti i portatori d’interesse sul territorio”.
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Le nuove evoluzioni della Tav Venezia – Trieste

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Da Carta EstNord, 14 novembre 2011, sezione AMBIENTE

Nelle scorse settimane il commissario straordinario per l’asse ferroviario Venezia-Trieste Bortolo Mainardi ha annunciato l’avvio di uno studio di fattibilità avanzato di un tracciato di Alta Capacità Ferroviaria fra i due capoluoghi, in particolare per quel che riguarda la parte veneta del tracciato.

Le condizioni: la nuova linea dovrà essere in affiancamento all’attuale linea, in ogni caso dovrà essere realizzata una stazione a servizio dell’aeroporto Marco Polo e l’attraversamento di tutti i centri abitati dovrà avvenire in galleria, come espressamente richiesto dalla Regione. Alla luce dei dati che emergeranno da questa fase preliminare, che dovrebbe giungere al massimo fra cinque mesi, vi sarà una comparazione sotto il profilo dei costi e dei benefici economici, territoriali e sociali con il progetto “balneare” già predisposto per la tratta fino a Portogruaro.

Quest’ultimo progetto è stato pesantemente criticato da parte di Mainardi, sin dal suo insediamento lo scorso maggio, in particolare per i costi eccessivi che, relativamente alla tratta veneta, fra l’aeroporto e Portogruaro, ammontano a circa 44 milioni di Euro al chilometro contro la media di 15-18 milioni di Euro al chilometro di qualsiasi altra analoga tratta ad Alta Velocità europea.

Parole di soddisfazione provengono dall’assessore alle politiche della mobilità del Veneto Renato Chisso. A margine dell’incontro a cui hanno partecipato anche il commissario Mainardi, il segretario regionale alle infrastrutture Silvano Vernizzi, il presidente di Save Enrico Marchi e rappresentanti di RFI e Italferr, Chisso ha dichiarato: “Molti cittadini si chiedono a che serva l’Alta Velocità-Alta Capacità verso Lubiana. E’ vero, non c’è una forte richiesta di mobilità per i passeggeri. Ma c’è una buona domanda per il trasporto merci. Di per sé oggi l’attuale infrastruttura sarebbe in grado di soddisfare la domanda.

Ma noi dobbiamo guardare ai prossimi anni e all’aumento del traffico merci. Non possiamo pensare, dopo la terza, di fare la quarta o la quinta corsia sull’A4″. Tutto questo senza dover prendere decisioni in tutta fretta, con la possibilità di confrontarsi con i cittadini e le associazioni di categoria. Anche il governatore del Veneto, Luca Zaia, promuove le scelte del commissario Mainardi: “Condivido la filosofia di valutare tutti i possibili tracciati alternativi. Ne analizzeremo costi e benefici in maniera tecnica e sostenibile”.

E ovviamente in tutto il Veneto orientale si infiamma nuovamente il dibattito a distanza di un anno esatto dalla presentazione del primo progetto, quello che prevedeva il transito lungo il litorale, che sebbene non sia stato ancora accantonato, sembra a questo punto perdere chance di realizzazione. Da un lato gli agricoltori plaudono all’iniziativa in quanto la realizzazione della nuova linea accanto a infrastrutture esistenti vuol dire non sottrarre altro territorio già molto delicato e compromesso dal punto di vista idrogeologico, ma ora chiedono di essere maggiormente coinvolti e interlocutori primari nella scelta dei tracciati e nella programmazione delle opere di mitigazione.

Anche Legambiente rimarcando la necessità di partecipazione della cittadinanza nelle scelte riguardanti il territorio, ma ammonisce: “Non ci si deve esimere dal confrontare tutte le soluzioni possibili, compresa l’“opzione zero”, che non significa cancellare qualsiasi intervento infrastrutturale, ma la possibilità di raggiungere gli stessi obiettivi potenziando il sistema ferroviario esistente. Siamo d’accordo con l’assessore Chisso, non vogliamo ancora corsie autostradali. Ma per questo sarebbe opportuno adottare provvedimenti che spostino ora il traffico dalla gomma al ferro, con le “autostrade viaggianti” – conclude Legambiente – Chiediamo che ora si completi il Sistema ferroviario metropolitano per agevolare lo spostamento quotidiano di migliaia di pendolari veneti”. Anche il deputato del Partito Democratico Rodolfo Viola canta vittoria dichiarando: “Siamo soddisfatti della presa d’atto della Regione non solo della totale contrarietà del territorio al progetto litoraneo, ma soprattutto della disponibilità a verificare l’ipotesi che il Pd ha presentato nel convegno dello scorso 14 maggio. Verificheremo se alla disponibilità seguiranno i fatti”.

Non mancano però cori di protesta, soprattutto da parte di quei comuni che sorgono lungo l’attuale linea ferroviaria, ai quali verranno chiesti i maggiori sacrifici in caso di realizzazione della ferrovia ad Alta Capacità secondo quest’ultimo progetto. Il sindaco di Meolo, Michele Basso, dichiara: “Un tracciato in affiancamento all’attuale ferrovia, anche se in galleria, andrebbe comunque ad incidere sui centri abitati. Sicuramente i paesi subirebbero un ulteriore segno nel territorio”, mentre il sindaco di Quarto d’Altino, Silvia Conte, ribadisce la volontà di non scendere a compromessi e la necessità di istituire un tavolo tecnico nel quale anche i Comuni siano coinvolti. Anche i circoli di Sinistra Ecologia e Libertà si allineano a questi interventi: “L’insistenza sul progetto di scorrimento del tracciato della TAV sul solco dell’attuale linea ferroviaria rappresenta fonte di grande preoccupazione. Una simile prospettiva o si avvale di un tunnel di una decina e forse più di chilometri, oppure richiederebbe la quadruplicazione dell’attuale sedime ferroviario, richiedendo l’abbattimento di abitazioni soprattutto a San Dona’ e Quarto d’Altino”.

Ferrovie a NordEst ancora una volta esprime i propri dubbi relativi anche a questo nuovo tracciato. Innanzitutto la scelta dei nostri amministratori sembra andare nella direzione opposta rispetto a quella indicata più volte non solo su queste pagine web. Accanto alla sostanziale ostinazione a non prendere nemmeno in considerazione l’eventualità di costruire la linea ad Alta Capacità accanto all’autostrada A4 così come verosimilmente avverrà per la parte friulana, sfruttando tra l’altro i lavori per la terza corsia autostradale che si stanno svolgendo proprio in questi mesi, vi è anche l’ottusità a non voler riflettere sulle conclusioni dello studio di Carlo Giacomini, docente di Trasportistica allo IUAV, il quale afferma che con modeste rettifiche e senza particolari investimenti in materiale rotabile, il tempo di viaggio fra Mestre e Trieste potrebbe essere inferiore all’ora, ottimale per una vera implementazione del servizio ferroviario che l’attuale linea, comunque, riuscirebbe a sostenere.

In secondo luogo non si possono non condividere le parole degli oppositori a questo nuovo progetto secondo il quale i centri abitati verrebbero pesantemente intaccati. E’ innegabile che sin dall’epoca di costruzione della ferrovia alla fine dell’Ottocento, questa è risultata un polo attrattore e pertanto i paesi si sono sviluppati a ridosso di essa con case costruite a pochi metri dai binari.

La costruzione di altri due binari accanto agli attuali comporterebbe l’abbattimento di numerosi edifici (in un primo momento stimati in circa duemila unità per la sola parte veneta del tracciato) ma, mentre per i piccoli paesi i numeri sono esigui e sembra più facile trovare una soluzione alternativa, questo non può valere per i centri abitati più grandi, come ad esempio San Dona’ di Piave dove una simile ipotesi costituirebbe un’enorme ferita al tessuto urbano che si sviluppa ad entrambi i lati della ferrovia.

Nemmeno l’ipotesi di costruire la ferrovia in galleria in corrispondenza dei centri abitati risolve questa problematica. Basti pensare che lungo l’ipotetico tracciato sono ben cinque i centri abitati che sorgono a breve distanza (Quarto d’Altino, Meolo, San Dona’ di Piave, Ceggia e Santo Stino di Livenza) e considerando ogni tratta in galleria (a quale profondità?) con le relative rampe di accesso, una porzione considerevole del tracciato si svilupperebbe sottoterra, con un profilo altimetrico pieno di sali-scendi, assolutamente paradossale per una linea che si sviluppa completamente in pianura.

Inoltre va considerato che in tre casi, i centri abitati sorgono anche a ridosso di fiumi di notevole importanza (Sile, Piave e Livenza) e per questa ragione, non potendo costruire rampe con pendenze troppo accentuate, le gallerie dovrebbero avere una lunghezza tale da passare anche al di sotto dei suddetti fiumi. Il risultato sono costi che lieviterebbero a dismisura, rendendo questo tracciato non competitivo con il vecchio tracciato “balneare”, al punto tale che i 360 milioni di Euro indicati come somma necessaria per la ricostruzione di tutti i cavalcavia se fosse stato approvato l’affiancamento dell’Alta Capacità alla A4, risulterebbero pochi spiccioli.

Inoltre, bisogna considerare la fragilità del territorio dal punto di vista idrogeologico: è vero che questo tracciato si sviluppa in posizione più arretrata rispetto al tracciato “balneare”, ma non si può negare che gli stessi rischi che sono stati indicati per la costruzione della tratta in galleria fra Mestre e l’aeroporto di tessera lungo la gronda lagunare, si ripropongono tali e quali anche in questo caso.

Infine, ancora una volta, l’assessore Chisso si rivela impreparato a fronteggiare temi importanti quali l’Alta Capacità ferroviaria, dimostrando di non avere una posizione chiara da seguire e cadendo in contraddizione con quanto affermato non più tardi di qualche mese fa. Prima di tutto dichiara che “di per sé oggi l’attuale infrastruttura sarebbe in grado di soddisfare la domanda”, ma allo stesso tempo “dobbiamo guardare ai prossimi anni e all’aumento del traffico merci”, aumento che non è documentato e che anzi viene smentito dagli ultimi dati diffusi dal Ministero dei Trasporti secondo i quali nel solo 2010 il volume di merci trasportate si è ridotto del 5,1% rispetto al 2009.

Infine, l’assessore ha affermato, nell’ennesima captatio benevolentiae, che “non possiamo pensare, dopo la terza, di fare la quarta o la quinta corsia sull’A4″, ma non più tardi di un paio di anni fa si affermava che gli espropri lungo la A4 non avrebbero riguardato solo la terza corsia, ma anche un’eventuale quarta!

A costo di essere ripetitivi, torniamo a chiedere: ammesso che il mondo economico abbia veramente bisogno di una linea completamente nuova, ammesso che l’ammodernamento della linea attuale non sia sufficiente, perchè complicarsi la vita con progetti complessi? Siamo sicuri che lungo l’autostrada non ci sia spazio? Forse quei terreni vanno lasciati liberi per costruire altri caselli, outlet e centri commerciali…?
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Monfalcone: la truffa dei rifiuti e il futuro della centrale

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Da Carta EstNord, 9 novembre 2011, sezione AMBIENTE
   
Quello che sta emergendo dall’indagine sulla truffa relativa alla centrale termoelettrica di Monfalcone è molto preoccupante, sia dal punto di vista del possibile danno all’ambiente e alla salute della popolazione, sia in relazione al meccanismo del traffico di rifiuti.
Da sempre questo reato compare tra i primi posti nei periodici dossier sulle ecomafie di Legambiente fra i reati ambientali.  Pur non conoscendone nel dettaglio i contorni, questa vicenda va portata a termine con la massima trasparenza, individuando non solo le responsabilità, ma anche mettendo in discussione il futuro assetto produttivo dell’impianto.
A2A infatti, oltre alla dismissione delle due sezioni ad olio combustibile, ha ipotizzato di continuare ad investire sul carbone, sostituendo i due gruppi attuali con uno ad alta efficienza.
Può essere maturo invece rivedere questa ipotesi, con la dismissione totale del carbone e la contemporanea realizzazione di un impianto alimentato con gas naturale ed una rete di teleriscaldamento che potrebbe sfruttare il canale De Dottori che attraversa l’intera città, quale sede naturale per collocare le tubazioni e raggiungere utenze significative come ad esempio l’ospedale di S. Polo.
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Salvaguardia del territorio: le parole di Zaia e gli affari di Tosi

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Da Carta EstNord, 9 novembre 2011, sezione AMBIENTE
  
Il presidente Luca Zaia denuncia che per troppi anni si è ceduto «territorio in cambio di ricchezza; terra, in cambio di cemento; spazio, in cambio di capannoni», ma potrebbe fare, concretamente molto: «per esempio può dare impulso alla definizione del Piano Paesaggistico Regionale, così come previsto dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio emanato nel 2004» indica Italia nostra in un recente comunicato.
Tale legge prevede che gli enti locali territoriali adeguino i propri strumenti urbanistici alle previsioni del Piano Regionale, che dovrebbe dare le linee generali riguardanti la salvaguardia, la gestione e la pianificazione territoriale.
Il Codice e la Convenzione Europea sul paesaggio, richiedono che i piani regionali individuino immobili o aree di notevole interesse pubblico da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia, perché presentano aspetti e caratteri che costituiscono “rappresentazione materiale e visibile dell’identità nazionale”. Ma la legislazione nazionale e comunitaria non si limita a questo: i criteri della pianificazione paesaggistica sono estesi a tutto il territorio, alla gestione dei “paesaggi ordinari” e alla riqualificazione delle aree degradate, così frequenti nella nostra regione.
Oltre mezzo secolo di pianificazione dissennata, di cementizzazione del territorio, di disboscamento, di canalizzazione dei corsi d’acqua e di abusivismo edilizio, hanno causato un grave dissesto idrogeologico che, durante le intense precipitazioni piovose, causate dai mutamenti climatici, rendono la nostra nazione ad alto rischio per i disastri ambientali.
La mancanza di un’oggettiva pianificazione territoriale è dovuta soprattutto alle ingerenze politico/economiche sulle destinazioni d’uso urbanistiche. Sono purtroppo cronaca di questi giorni le catastrofi causate da una gestione sconsiderata del territorio, in cui gli interessi economici della speculazione edilizia, supportati da politici conniventi, hanno determinato la tragica situazione attuale.
«L’amministrazione veronese del leghista Tosi – denuncia l’associazione ambientalista – ha programmato scientificamente il metodo di affidare ai privati e al loro potere economico, la pianificazione del territorio».
Anziché considerare il suolo una risorsa sostanzialmente non rinnovabile, un elemento del paesaggio e del patrimonio culturale, come fanno parecchi stati europei, i nostri amministratori, con il nuovo P.I. firmato da Tosi e Giacino, perseverano con il consumo di suolo. Nonostante siano state edificate aree per una città di oltre 400mila abitanti (Variante Generale al P.R.G. del 1975), e vi siano circa 10mila appartamenti sfitti da utilizzare, (secondo l’Istat, circa il 20 per cento del nostro patrimonio edilizio abitativo non è occupato. Una quota quattro volte maggiore di quella tedesca), l’assessore Giacino ha ritenuto opportuno destinare nuove aree all’espansione edilizia, per un ipotetico, quanto improbabile, aumento di popolazione di circa 10mila unità per quinquennio, raggiungendo i 300mila abitanti nel 2021.
Alle diverse obiezioni risponde che non ha fatto altro che seguire il P.A.T. della precedente amministrazione di centro sinistra, come se quel piano fosse stato il Vangelo. In realtà sia il piano Zanotto-Uboldi che quello Tosi-Giacino, si sono dimostrati più sensibili agli interessi immobiliari che alla tutela delle risorse comuni, considerando il suolo come una piattaforma sempre disponibile a generare rendita. Non hanno valutato le condizioni di un territorio sovra-urbanizzato e le relative conseguenze.
Ancora una volta, non hanno voluto cogliere l’opportunità economica che il rinnovo del patrimonio edilizio esistente avrebbe potuto offrire al settore dell’edilizia. La Giunta, sentiti gli operatori privati, ha deciso di seguire il mercato immobiliare per permettere la realizzazione di tipologie edilizie commercialmente allettanti per i privati e remunerative per le fiscalità locali.
Noi invece ribadiamo che nel rispetto di quanto ha stabilito recentemente la Corte Costituzionale, il paesaggio deve ritenersi “un valore primario ed assoluto”, che “precede e comunque costituisce un limite agli altri interessi pubblici” (sentenza n. 367 del 2007).
E solo poi, alla luce di questi criteri, si dovrebbe decidere rispetto agli interventi puntuali. Ma per ora non è così. il Piano degli Interventi a Verona è già in via di approvazione.
Un piano che prevede, per fare tre esempi significativi, la costruzione di nuovi condomini nell’area antistante la secentesca Villa Monastero di Parona, di 5 piani residenziali nella zona di San Rocco a Quinzano e che ha accolto il progetto PAQUE, denominato Porte della Città al Nassar di Parona, a pochi metri dall’Adige [vedi foto]. In un’ area d’intervento di 72.399 mq. è prevista una colata di cemento per costruire 11 fabbricati alti 11 metri con una superficie coperta di 6.780 mq. per la residenza e 2 fabbricati sempre di 11 metri, con una cubatura di 24.930 mc. per una superficie coperta di 3.110 mq. di direzionale e commerciale.
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Il massiccio sbarco di Ikea a nordest

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Da Carta EstNord, 8 novembre 2011, sezione AMBIENTE
   
Che volesse sbarcare a Treviso [e a Verona] l’avevamo anticipato già nel 2009 in occasione dell’inaugurazione del punto vendita di Villesse in provincia di Gorizia. Ora Ikea ha presentato ufficialmente il progetto alla Regione Veneto e al Comune di Casale sul Sile.
Duecento milioni d’investimento e 1.300 nuovi occupati, 420mila metri quadri l’area interessata: questi i numeri del nuovo punto vendita di Casale su Sile, in provincia di Treviso. La multinazionale svedese si è data l’obiettivo di tre aperture sul territorio nazionale in un anno: il nordest con l’apertura di Treviso e Verona diverrà l’area a più alta intensità di punti vendita della ditta scandinava, «il nordest – osserva Lars Petersson, amministratore delegato di Ikea Italia in un’intervista al Sole 24 Ore – è un pezzo importantissimo di Ikea: fornisce al gruppo il 6 per cento dei volumi acquistati in tutto il mondo».
L’area è a ridosso di un ingresso del Passante di Mestre e, d’altronde il lungo nastro d’asfalto perso tra le campagne – costato oltre 43milioni di euro a chilometro [in Spagna la media dei costi è di 14,6 milioni/km] – a qualcosa doveva pur servire. Per l’autorizzazione definitiva si dovrà attendere almeno un anno.
Il Piano Provinciale non può che portare la Provincia ad un parere negativo sulla proposta – sottolinea Luca De Marco coordinatore provinciale di Sel – perché il piano prevede che i centro commerciali vadano insediati in zone produttive da riconvertire, non su nuovo suolo agricolo da consumare. Qualsiasi altro parere sarebbe illegale». Di diverso avviso il sindaco di Casale sul Sile, Bruna Battaglion, che dichiara «si tratta di una grande opportunità per il territorio, anche perché conosciamo la sensibilità di Ikea per l’ambiente. Ora si tratta di proporre un progetto equilibrato che prevenga eventuali opposizioni».
La prospettiva dei 1300 occupati in tempi cupi come questi, senz’altro facilita le cose per il colosso svedese anche se la miscela di paternalismo scandinavo e di accorta gestione del personale si è un po’ appannata tanto che una forte conflittualità con i lavoratori si è registrata in questi anni a Milano come a Roma. Molti capireparto provengono da altre realtà della grande distribuzione come Auchan importando così la cultura da caporali che lì imperversa. L’ampio utilizzo del part time rientra nelle strategie della multinazionale del mobile componibile: molti lavoratori aspirano al tempo pieno concesso solo in cambio di comprovata disponibilità e fedeltà come ci racconta un dipendente dello stabilimento padovano aperto ormai da quasi 10 anni.
Da pochi anni Ikea ha mutato strategia accorciando la distanza tra fornitori e negozi: mentre prima un unico fornitore riforniva i diversi negozi della catena, ora i fornitori vengono reperiti in loco. L’Italia – con piccole e medie aziende dell’arredamento – è il terzo fornitore di Ikea con l’ 8 per cento degli acquisti totali dopo Cina, 20 per cento, e Polonia,18 per cento. Il 20 per cento di quanto fattura Ikea nei 15 negozi della penisola è di provenienza italiana in particolare per quanto riguarda le cucine. La multinazionale si innerva nei luoghi, si direbbe, facendo il verso ad un sociologo di gran fama.
Malgrado questo Ikea ha subito lo smacco delle mancate aperture in provincia di Pisa e di Torino dove le amministrazioni locali hanno, evidentemente, fatto il loro lavoro selezionando le «immancabili occasioni di sviluppo» attirandosi gli strali della stragrande maggioranza degli opinionisti che hanno gridato allo «sviluppo negato».
Ikea non è solo un grande negozio di oggetti per la casa: il design scandinavo degli anni ‘50 che punta all’equilibrio tra funzione ed estetica e l’enfasi su prodotti naturali (cotoni grezzi, legni chiari..) seduce facili immaginari e coglie processi sociali profondi: lo sprofondamento della middle class nella palude consumistica della società low cost che non può rinunciare all’acquisto, ma non può permettersi eccessive distinzioni. Tra il 1 settembre del 2008 e il 31 agosto del 2009, quando gli altri colossi commerciali andavano a picco, il fatturato mondiale delle vendite è cresciuto del 1,4 per cento, ritrovandosi a giocare il ruolo di uno dei pochi soggetti economici in salute e ancora in grado di espandersi.
Una curiosità: Ikea punta molto sulla ristorazione, tassello fondamentale per alimentare l’esotismo – chi non si lascia tentare dall’assaggiare carne di renna? – e sollecitare la pervasiva bulimia che pervade la società dei consumi. Nel punto vendita padovano, i clienti di «Ikea food» – ristorante, bar, bottega svedese – sono arrivati ad un milione e mezzo con un aumento delle vendite del 6,4 per cento.
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Salvare il Cansiglio dalla privatizzazione. Il 13 novembre la marcia per difenderlo

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Da Carta EstNord, 7 novembre 2011, sezione AMBIENTE
   
Domenica 13 novembre 24esima edizione della “Marcia di alpinisti ed ambientalisti in difesa dell’Antica Foresta del Cansiglio”: l’appuntamento è per domenica 13 novembre a Pian Canaie alle 9.30, con partenza per Casera Palantina alle 10.
«Il periodo – spiegano gli organizzatori della marcia, promossa dall’Ecoistituto del Veneto Alex Langer ma sostenuta da molte sigle dell’ambientalismo e dell’alpinismo – è estremamente critico, come non lo era da molti anni. Siamo tornati al punto di partenza di quando abbiamo iniziato le nostre azioni a metà anni 80, poi sfociate nella prima manifestazione del 1987 e poi quella del 1988 con oltre 2000 partecipanti».
Gli organizzatori puntano il dito anche contro la Regione Friuli Venezia Giulia, che ha recentemente promesso di finanziare con ben 8 milioni di euro il collegamento con impianti di risalita tra il Pian Cavallo e l’Alpago attraverso Forcella Palantina, mentre il resto della cifra necessaria sarebbe aggiunta da imprenditori privati e banche.
Ma il principale accusato è la Regione Veneto, che «sta decidendo quali sue proprietà mettere in vendita per “fare cassa” al fine di sopperire alla mancanza di risorse e, guarda caso, il Cansiglio (una parte della piana centrale) è una delle prime a comparire nell’elenco».
Per dare forza alla protesta, gli organizzatori della marcia hanno promosso una petizione, agli amministratori veneti, bollando come «inaccettabile e degno solo di una barbarie culturale di ritorno» che l’Antica Foresta del Cansiglio, uno dei luoghi principali dell’identità veneta, il Gran Bosco da Reme della Serenissima Repubblica di Venezia, che ha resistito integro per oltre 1000 anni, un luogo sacro alla memoria della Resistenza, possa venire smembrato e venduto al miglior offerente.»
«Altra cosa – si dice – è invece cedere in affitto, anche per un tempo lungo e comunque per finalità compatibili con l’importanza sia naturalistica che storica di questo patrimonio regionale, che quindi è di tutti, non di pochi privilegiati».
«Dopo la vendita – si chiedono inoltre ambientalisti e alpinisti – chi parlerà più di Area Protetta o di Cansiglio Patrimonio dell’Umanità – Unesco?».
Nella petizione si chiede quindi che “nessuna parte dell’Antica Foresta del Cansiglio venga venduta e che la Foresta del Cansiglio venga valorizzata attraverso la creazione di un’Area Protetta”, avviando la richiesta per il riconoscimento.
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Il Veneto che s’indigna: ora c’è un atlante per rintracciarlo

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Da Carta EstNord, 7 novembre 2011, sezione AMBIENTE
   
Una mappa del «malessere territoriale» che metta in luce il numero e le forme delle conflittualità legate alle trasformazioni territoriali esistenti in regione: è l’obiettivo del lavoro di ricerca condotto da circa un anno da Legambiente Veneto e Università Iuav di Venezia.
Un’attività di ricognizione che ha dato vita ad un Atlante – nella forma di una vera e propria banca dati informatizzata che verrà presentato in questa occasione – attraverso il quale è possibile mettere in evidenza sia le condizioni di malessere e di conflittualità locale e che i progetti e le scelte urbanistiche che hanno determinato tali situazioni.
Il lavoro di raccolta dei dati è stato possibile proprio grazie al coinvolgimento dei circoli locali di Legambiente e dei Comitati che, attraverso una scheda predisposta dai responsabili del progetto, hanno consentito di tracciare un quadro abbastanza articolato della situazione regionale.
L’Atlante fino ad ora costruito – primo passo di un’attività permanente di monitoraggio – attraverso l’osservazione costante sul territorio veneto potrà fornire informazioni utili a svolgere un’azione di informazione, riflessione critica e collaborazione tra i soggetti coinvolti e di tutela del territorio.

Sono stati schedati fino ad ora 49 conflitti (nelle provincie di Venezia, Padova, Vicenza, Verona, Rovigo e Treviso). Siamo in presenza di un fenomeno esteso che va osservato con attenzione e le informazioni raccolte nelle schede permettono di conoscere dati relativi alle opere contestate, alle motivazioni dei conflitto, alle forme di manifestazione assunte, al numero di persone coinvolte ma anche al colore politico dei comuni interessati e alla qualità dell’informazione data dai mezzi di comunicazione.
Dei 49 conflitti schedati, 41 sono ancora in atto e 8 sono stati classificati come conclusi. Sono stati distinti nelle seguenti categorie:
•    12 sono relativi alla realizzazione di strade o opere infrastrutturali,
•    5 sono legati a fenomeni di inquinamento (elettromagnetico, aria, acqua),
•    16 sono proteste legate ad espansioni di diverso tipo, residenziali, commerciali, produttive, aree portuali, sostanzialmente progetti (alcuni in fase di realizzazione) anche di grande dimensione che minacciano il paesaggio e consumano suolo libero,
•    4 toccano in vario modo la questione rifiuti (si va dal trattamento degli stessi, alla bonifica dei suoli inquinati, all’ampliamento di una discarica esistente per rifiuti non pericolosi),
•    3 sono legati ad attività di escavazione o di trattamento di materiali di scavo in aree ad alto valore ambientale,
•    7 sono connessi a progetti che hanno un alto impatto su aree verdi già previste negli strumenti di pianificazione e destinate a parco pubblico urbano ma che nel tempo sono diventate appetibili per la loro localizzazione e per le loro potenzialità di trasformazione,
•    2, infine, sono conflittualità legate ad esempi di pianificazione di scala vasta che coinvolgono diversi comuni: il primo in un progetto di piano d’area metropolitano, il secondo in un piano ambientale.
Il lavoro fin qui svolto da un lato ci permette di affermare che il numero di conflitti ed il numero di comitati attivi evidenziano un interesse permanente nei confronti delle questioni ambientali, dall’altro è motivo di qualche preoccupazione portandoci a pensare che le dinamiche di sviluppo territoriale e di uso del territorio prodottesi nel Veneto nel corso degli ultimi decenni abbiano avuto un ruolo significativo nel fenomeno che va ora manifestandosi.
Inoltre, la conflittualità va letta come una richiesta di partecipazione, di coinvolgimento nei processi di trasformazione territoriale, di volontà di poter incidere sulle scelte che hanno ricadute dirette sui cittadini e sulla qualità del vivere, oltre ad essere una dichiarazione di una mancanza di fiducia in una classe politica che ha progressivamente perso la sua capacità di rappresentanza
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Lettera aperta di Ambiente Venezia in occasione di un convegno annullato [per fortuna]

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Da Carta EstNord, 2 novembre 2011, sezione AMBIENTE
    
Apprendiamo che il Ministro Brunetta ha fatto annullare la Conferenza Internazionale che lui stesso aveva sponsorizzato e voluto “Il Futuro di Venezia e la sua Laguna nel contesto dei cambiamenti globali” organizzata dall’Ufficio Unesco a Venezia, in partnership col Comune di Venezia e in collaborazione con la Venice International University (VIU).
Speriamo che l’Unesco dopo questa sgradita sorpresa  decida di organizzare il prossimo anno lo stesso convegno coinvolgendo davvero tutto il mondo scientifico e coinvolgendo anche il vasto e variegato mondo dell’associazionismo ambientalista veneziano che da anni rivendica un ruolo di cittadinanza attiva nelle scelte che decideranno il futuro della città e dell’ambiente lagunare in cui viviamo.
Il tutto per far si che si realizzi davvero quanto era scritto nel programma del Convegno dall’Unesco: ” La Conferenza sarà incentrata sulla valutazione della situazione attuale di Venezia e Laguna per sviluppare una “visione condivisa” per il futuro. Questa visione è destinata ad aiutare e guidare il processo decisionale e permettere una gestione sostenibile delle aree costiere e lagunari …….Unesco funge da intermediario neutrale e presenta una piattaforma per il dibattito sul futuro di Venezia”.
A dir la sincera verità, a nostro avviso, il convegno  che era stato organizzato aveva delle caratteristiche che non ci piacevano per niente e che elenchiamo:
La prima giornata – di presentazione – si doveva tenere a Ca’ Giustinian ed era aperta al pubblico ma le giornate del 14 e 15 Novembre che dovevano tenersi presso la Venice International University all’Isola di San Servolo erano del tutto chiuse alla popolazione cittadina e al mondo associazionistico in quanto veniva imposta una tassa d’iscrizione estremamente esosa (100euro per studenti e  300 euro per gli altri).
Il dibattito e le decisioni sulla città  avrebbero continuato ad avvenire sempre altrove, sia fuori dagli ambiti istituzionalmente preposti, sia lontano dai cittadini … e per chi avesse voluto solo sentire, avrebbe dovuto pagare profumatamente. Che la pesante gabella (studenti 100euro – per altri 300 euro) per partecipare fosse il tentativo di scoraggiare, selezionare l’eventuale pubblico ed  evitare ogni confronto con i cittadini?
Il convegno era stato commissionato all’Unesco dal Governo e dal ministro Brunetta, a sostegno, della sua riforma della legge speciale e visto che tra Comitato Scientifico e i relatori comparivano tutti i tecnici vicini a quel Consorzio di imprese private (C.V.N.) che ormai da anni ha commissariato la città ed ha il monopolio delle discutibili opere in Laguna (M.O.S.E, finte barene, studi, ricerche, comunicazione, …. per la salvaguardia dalle acque alte, e degli interventi di “ripristino ambientale”)
…….. Ci chiediamo se l’Unesco sarebbe stato veramente intermediario neutrale come dichiara di essere?
Rarissimi (o quasi del tutto esclusi) i relatori veramente indipendenti che erano previsti!
Se l’Unesco deciderà di fare più avanti lo stesso convegno scientifico gli chiediamo di prendere in considerazione gli studi come quelli di Principia, di Paolo Pirazzoli, e di altri che hanno posto in questi anni seri dubbi e precise domande alle quali il Magistrato alle Acque ed il Consorzio Venezia Nuova non hanno mai risposto con dati scientifici e non hanno mai accettato un confronto scientifico pubblico.
Vogliamo chiudere con un consiglio  a chi curerà eventualmente la comunicazione i manifesti che affiggerete a Venezia invece che scriverli in inglese, scriveteli in italiano  (oppure fateli bilingui) lo stesso vale anche per il programma del Convegno nel sito dell’Unesco di Venezia  (scritto esclusivamente in inglese).
Non si riesce altrimenti a capire con chi volevate comunicare; con i cittadini veneziani o con i turisti anglofoni di passaggio?
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Che fare dopo la manifestazione «no coke»

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Da Carta EstNord, 01 novembre 2011, sezione AMBIENTE
 
1. la manifestazione è stata complessivamente un successo : ottima l’organizzazione per la gestione della “piazza”, il “colore”, la giusta immagine di gente pacifica, dialogante, ecc.
Dobbiamo esserne pienamente soddisfatti
2. Il numero dei partecipanti è stato complessivemente più che buono, rispetto alle più realistiche [e versomili] aspettative : ottima , davvero, la partecipazione da molte zone e di molti comitati del veneto, discreta anche se inferiore alle potenzialità quella dall’Emilia-Romgana, molto significativa quella da altre città interessate dalle centrali a carbone.
3. Un po’ meno soddisfacente – ma era previsto – il numero dei partecipanti polesani e dei comuni più direttamente interessati, fra cui Adria e Cavarzere. Da quest’ultimo comune, dove il nostro comitato solitamente vede grossa partecipazione alle iniziative, stavolta non cè stata una gran partecipazione, forse per problemi contigenti e/o per la massiccia opera di propaganda pro-carbone [so per certo di promesse di alcuni politici, non solo di centro-destra, di sub-subppalti e di posti di lavoro, cosi come di una "fettina" dei previsti contributi Enel: si spiega cosi, forse, la mancata adesione dell'amministrazione comunale di centro-centrosinistra che, pure, ha un programma , almeno a parole, "ambientalista"].
4. Importantissimo, sul piano “politico” [tra virgolette], il fatto che ad una manifestazione su un tema importante ma anche specifico vi sia stata la partecipazione di molti comitati impegnati su temi anche molto differenti e con diverse impostazioni culturali e politiche : e non si tratta “solo” di solidarietà di classe [come si diceva  una volta] dato che ovunque vado a fare qualche dibattito o conferenza – in giro per il Veneto, c’è una crescente consapevolezza che ciascun specifico problema , locale o settoriale, è parte di uno stesso più ampio problema che attiene al «modello di società» che si vuole avere in italia [e non solo in Italia] : ragion per cui, fermo restando l’autonomia di ciascuna associazione e comitato, è necessaria sempre di più un’organizzazione, sotto forma di “rete” quanto meno a livello regionale e, possibilmente, con un centro di riflessione, confronto e coordinamento nazionale : è ciò che sosteniamo e abbiamo cercato di attuare, con molti limiti organizzativi, con la rete AltroVe.
5. Fondamentale e rappresentativo di un notevole salto di qualità che, a partire dai referendum, vi sia la convergenza e l’unità tra le tradizionali organizzazioni ambientaliste nazionali, i comitati locali, e, soprattutto, le moltissime associazioni della società civile impegnate in altri settori, almeno alcuni spezzoni del sindacato [da far crescere più possibile], associazioni e singole ditte ed operatori economici legati al territorio ed all’ambiente.
6. dobbiamo capitalizzare subito il successo ottenuto, la mobilitazione, il lavoro in rete far sogegtti anche molto diversi; dobbiamo estendere il consenso sulla nostra/sulle nostre battaglie, forti anche della clamorosa smentita, questa si clamorosa e senza appello, del terrorismo psicologico fatto dagli avversari [Enel e dintorni] sulla gente di Adria e del polesine in generale.
7. con ogni probabilità, il “partito dell’Enel” cercherà di dare una risposta – al di là della mistificazione e delle invettive – con qualche iniziativa sul territorio [che, per altro, hanno iniziato da tempo, vedi raccolte di firme nei mercati, vedi "concorsi" nelle scuole, vedi contributi di qua e di là]: non è improbabile che proprio la Vittadin [Cisl] proponga agli altri sindacati ed alle associazioni imprenditoriali ed ai comuni del Delta di fare una «contro-manifestazione», mettendo insieme ovviamente più temi [sviluppo, occupazione, ecc.] in cui inserire anche quello della centrale a carbone: chiaramente dovremmo cercare di evitare una saldatura della Cgil ed altri settori, chiesa compresa [che per contro mi sembra abbia preso con l'autorevole don Carlo Marcello - ovvero il Vescovo - una buona posizione, chiara e senza equivoci] con il «partito della lobby del carbone».
8. dobbiamo da subito avviare una campagna diffusa sul territorio e , come si è detto, smuovere i mass media, anche con iniziative colorate e «clamorose».
9. A livello regionale, ma probabilmente, se possibile, nazionale, pensare ad una o più iniziative su altri temi della massima importanza: il problema del consumo di suolo e del dissesto idrogeologico, che vuole dire infarstrutture e mobilità sostenibili [meno strade/autostrade , No tav , + treni locali] e basta con l’urbanizzazione diffusa ed i grandi e meno garndi nuovi insediamenti nelle zone agricole , che vuol dire difesa del paesaggio e riqualificazione e tutela dei centri storici: nel Veneto, una grande iniziativa contro le politiche delle autostrade e dei “poli commerciali/direzionali” [gli affari non sempre limpidissimi, si fa per dire, che ci stanno dietro] con i project financing e gli accordi di programma , ovvero le politiche bypartizan di Galan-Chisso-Brentan e Zaia, ovvero del Pdl e della Lega con parte del Pd. Ed anche in questo caso unire, come abbiamo fatto con i documenti e le 15mila osservazioni al PTRC del Veneto, unire alla protesta controproposte, tecnicamente ed economicamente sostenibili.
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Grande manifestazione dei no-coke polesani: il successo dei movimenti e l’inerzia della politica

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Da Carta EstNord, 31 ottobre 2011, sezione AMBIENTE
 
Probabilmente non si erano mai visti insieme ad Adria preti e anarchici, centri sociali e associazioni ambientaliste, tutti uniti sotto l’unica sigla “Fermiamo il carbone”, con il pensiero rivolto alla vicina centrale elettrica di Porto Tolle, da cinque anni al centro di un controverso progetto di riconversione a carbone.
Due o tremila persone per gli organizzatori, un migliaio per la questura, ottocento secondo un polemico comunicato dell’Enel.
 
Qualunque sia il bilancio reale, numeri non certo alti per una manifestazione nazionale, ma inediti per una realtà piccola e poco vitale come il Polesine. E forse il punto di forza dell’evento di sabato contro il carbone è stata proprio l’inedita alleanza di qualche decina di realtà tra le più diverse, prima di tutto geograficamente: venivano da tutto il Veneto, dall’Emilia Romagna e anche più da lontano, come la rappresentanza no coke di Civitavecchia, dove sorge ed è già attiva una centrale “gemella” di quella che si vuole costruire nel Delta, e perfino dalla Val di Susa, con una delegazione No Tav.
Il solo colpo d’occhio restituiva la varietà di sigle, dal Wwf agli anarchici, dalle Acli ai centri sociali, dai Beati Costruttori di Pace alla Fiom, da Legambiente ai movimenti per i beni comuni, più una folta presenza di bandiere politiche, soprattutto Sinistra Unita e Movimento 5 Stelle, ma anche Italia dei Valori e perfino gli Ecodem del Pd, con l’ex candidato del centrosinistra alle ultime regionali, Giuseppe Bortolussi, a sfilare in mezzo alla gente.
E proprio la politica ora ha la responsabilità dare un seguito e un significato alla mobilitazione di sabato. Per la verità, qualcosa ultimamente si muove: gli eurodeputati Rita Borsellino (Pd) e Andrea Zanoni (Idv) hanno portato il caso di Porto Tolle in Commissione Europea, segnalando le norme “ad aziendam” introdotte dal governo per consentire la riconversione. Bortolussi e Pietrangelo Pettenò (Sinistra Veneta), dopo avere votato contro la modifica della legge sul Parco che ha rimosso il divieto di insediare impianti a carbone, ora sembra si apprestino a portare in consiglio regionale una moratoria.
E’ qualcosa, ma non basta, innanzitutto perchè il centrosinistra polesano sulla riconversione non ha nel complesso ancora una posizione unitaria e coerente. Al voto sulla modifica della legge sul Parco, ad esempio, il Pd si è astenuto e il consigliere polesano Graziano Azzalin ha clamorosamente votato a favore. E non è un caso isolato: tra i più strenui sostenitori della modifica “ad aziendam” c’è il senatore democratico Marco Stradiotto, per citarne uno.
Non va meglio dove il centrosinistra governa, come la Provincia di Rovigo, da quindici anni in mano a una coalizione che attualmente comprende non solo il Pd, ma pure gli alleati dell’Italia dei Valori e della sinistra radicale (il vicepresidente è di Rifondazione Comunista). In tre lustri di centrosinistra i polesani si sono visti calare sulla testa con il placet della Provincia il terminal gasiero di Porto Levante, l’inutile e devastante Valdastico Sud, l’altrettanto inutile autostrada Nogara-Mare (in corso di autorizzazione) e perfino un terminal navale per lo scarico di merci, fortunatamente scampato.
Sulla centrale a carbone la Provincia si è espressa il meno possibile. Se il centrosinistra era contrario, non l’ha dato granchè a vedere. L’unico ente locale che si è opposto concretamente al progetto è stato il Comune balneare di Rosolina, in mano al centrodestra.
E’ un fatto che se oggi gli abitanti del Delta non vedono un camino sputare fumo nero sulle loro teste è solo grazie al comitati e associazioni che hanno speso tempo e denaro per curare i ricorsi che hanno fermato l’iter. E’ stato un testardo rappresentante dei comitati a portare alla luce, dopo un viaggio fino al Ministero dell’Ambiente a Roma, l’indagine della Procura sulle presunte irregolarità nelle autorizzazioni.
Ed è un dato di fatto che, al momento di fare le alleanze per il secondo turno alle provinciali di due anni fa, il centrosinistra ha sbattuto la porta in faccia alle Liste civiche per l’ambiente. Insomma, sulla questione Porto Tolle il centrosinistra s’è giocato molta credibilità agli occhi degli ambientalisti.
La classe politica polesana, poi, ha il dovere di proporre finalmente un’idea per il futuro del Delta, per uscire dal tormentone “carbone sì, carbone no”, che ammorba il dibattito da cinque anni. Ha il dovere, ad esempio, di restituire credibilità a un Ente Parco dominato dagli interessi di cacciatori, cementificatori e lobby, di dimostrare che lo sviluppo del Delta non passa necessariamente attraverso la costruzione di un mega impianto, qualunque sia il combustibile che lo alimenta e di proporre un’idea di come sarà o come dovrebbe essere l’economia e l’dentità stessa del Delta.
Altrimenti, avrà gioco facile chi sostiene che non c’è un’alternativa all’elemosina di Enel, la promessa di poche centinaia di posti, al prezzo della devastazione del territorio.
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