Obiettivo 2030: vent’anni di espansione

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ANNO PORTUALE. In sei punti la strategia di potenziamento cogliere i traffici con l’Oriente. «A partire dal 2014 investiremo 8 milioni l’anno di mezzi propri per realizzare le opere». LE TAPPE. Entro quest’anno il massimo pescaggio Poi il terminal Ro/Ro e l’area ex Montefibre.
Il Gazzettino di Venezia e Mestre, 14 febbraio 2012, pagina 4

Come nel Medioevo, Venezia torna ad avere un ruolo cruciale nei traffici con l’Oriente, ma in luogo delle spezie, le navi del XXI secolo porteranno container pieni di prodotti ad alta tecnologia prodotti in Cina e in India. Su questa visione, il Porto si gioca tutto e detta i passi da compiere di qui al 2030. Per quella data, gestirà tre milioni di Teu (un Teu è un container di 20 piedi, pesante fino a 24 tonnellate) ogni anno. Poca cosa rispetto a Shanghai, che da solo lo scorso anno ne ha movimentati 30 milioni, ma quasi la metà rispetto ad un gigante come Amburgo (8 milioni). La sfida è essere concorrenziali nei servizi rispetto ai porti del Nord Europa per attirare le enormi navi da 8-12mila Teu provenienti dall’Estremo Oriente. Questo lo si potrà fare solo con un porto in mare aperto, con chilometri di banchine attrezzate e un pescaggio di 20 metri e assieme ai porti dell’Alto Adriatico (Ravenna, Chioggia, Trieste, Capodistria, Fiume).
Paolo Costa ha dettato le regole, condivise sostanzialmente non solo dagli amministratori a livello locale (il sindaco Giorgio Orsoni, la presidente della Provincia, Francesca Zaccariotto, il presidente della Regione, Luca Zaia), ma anche a livello centrale, con l’avallo del Governo. Anche il viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, Mario Ciaccia, ieri ha dato la sua “benedizione”. A giugno scade il mandato quadriennale di Costa, ma Zaia, che si è sempre prodigato in elogi per il suo operato, ha lasciato chiaramente intendere che per lui Costa rimarrà ai vertici dell’Autorità portuale fino al 2016.
Ecco le fasi, che Costa ha segnato in sei punti. Primo, entro il 2012 completamento dello scavo dei canali al massimo della profondità consentita in laguna (12 metri). Secondo, entro il 2013 completamento del terminal traghetti a Fusina. Terzo, entro il 2014 attivazione del nuovo terminal container nelle aree ex Montefibre-Syndial per 600mila Teu. Entro il 2016 porto d’altura con un molo per accogliere contemporaneamente due navi oceaniche (1 milione di Teu/anno), il cui carico sarà smistato su unità minori verso Venezia e altri porti. Quinto, dal 2020, un ulteriore molo da un milione di Teu/anno. Sesto, nel 2030 un terzo molo.
Mentre nel terminal passeggeri si svolgeva la cerimonia, fuori i lavoratori portuali e la Cgil protestavano bloccando auto e camion in entrata denunciando un ritorno all’illegalità mascherato da liberalizzazione. Uscendo dalla Marittima, Costa non ha gradito il volantinaggio, tanto che avrebbe mandato a quel paese i manifestanti. La risposta del sindacato è stata immediata: possibilità di blocco dei lavori già da oggi.
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Il sindaco: «Bonifiche Eni, accordo vicino».

Dopo l’apertura del Ministro dell’Ambiente sulle bonifiche di Porto Marghera, un po’ tutti dimostrano di crederci davvero. Il sindaco Giorgio Orsoni, nel lodare il porto per il ruolo di “ammortizzatore” della crisi a Venezia, ha fatto capire che la partita con Eni si potrebbe presto sbloccare. «Attribuisco grande valore – ha detto – ad una nuova apertura della proprietà delle aree, in particolare di Eni, per il loro riutilizzo. Sono in corso proficui contatti che credo avranno il loro esito positivo».
Anche Luca Zaia crede in Marghera: «Ci sono due miliardi di investimenti pronti a partire, di imprese con nome e cognome. Io non ho mai creduto a Porto Marghera come un campo da golf. Il Veneto ha 152mila disoccupati e noi dobbiamo ancora pensare all’industria e alla manifattura».
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Bettin: «Eternit, sentenza storica come per il cvm a Marghera»

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L’ASSESSORE SUL PROCESSO DI TORINO
Il Gazzettino di Venezia e Mestre, 14 febbraio 2012, pagina 15

«Bonificare e risarcire è, ora, più che mai, un dovere». Lo afferma con vigore l’assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin, a poche ore dalla sentenza del Tribunale di Torino al processo Eternit. «La sentenza dice che non si devono esporre lavoratori e cittadini, consapevolmente, a rischi mortali. Che non si deve inquinare l’ambiente. Che chi porta la responsabilità di queste scelte criminose deve pagare severamente. Che le vittime vanno risarcite», prosegue Bettin.
«Questo ha detto il Tribunale di Torino, dopo un’indagine durata anni e dopo lunghe, intense, commoventi, chiarificatrici udienze in cui la colpa dell’azienda è stata dimostrata senza dubbi. È una storia che anche a Marghera conosciamo bene, sia perché altre aziende hanno, in altre forme, inquinato e avvelenato l’ambiente e la salute pur a conoscenza dei rischi che si correvano, sia perché, nella mappa dei siti contaminati da amianto, la nostra città è purtroppo presente, avendo pagato un caro prezzo in vite e in salute minata».
Una sentenza che per il verde Bettin «da Torino, come a suo tempo a Venezia per l’avvelenamento da cvm e altre sostanze cancerogene, conferma che deve finire il tempo della vita, della salute, dell’ambiente sacrificati al profitto e a un modello di sviluppo senza scrupoli e, ormai, senza futuro».
E per capire un pò di più sull’oscurato passato di veleni e morte che ha segnato il nostro territorio venerdì 24 febbraio alle 21 al Centro Culturale Candiani di Mestre verrà presentato il film documentario che meglio racconta tutta la vicenda: «Polvere. Il grande processo dell’amianto» (2011), di Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller.
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«Eni pronta a cedere le aree da bonificare»

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Il sindaco Orsoni ottimista sull’accordo: « Col Pat e la semplificazione delle procedure è possibile»
La Nuova di Venezia, 14 febbraio 2012, sezione CRONACA

MARGHERA – L’agognato accordo tra Comune di Venezia , Regione Veneto, Eni e ministero dell’Ambiente, che finalmente potrebbe sbloccare le attività di bonfica e il rilancio delle aree industriali dismesse e inquinate di Porto Marghera «è davvero in dirittura d’arrivo». Lo ha assicurato ieri il sindaco, Giogio Orsoni, parlando con i giornalisti a margine dell’inaugurazione dell’Anno Portuale.

Il sindaco ha sottolineato che il confronto, non privo di polemiche, con i rappresentanti delle società dell’Eni – proprietarie della gran parte delle aree in questione – «è ad un buon punto e presto si chiuderà con un accordo che prevede, come noi chiedevamo, la cessione delle aree al netto dei costi di bonifica».

«Tutto ciò – ha aggiunto Orsoni – sarà finalmente possibile grazie al Piano di Assetto Territoriale, il Pat, che una volta per tutte a definito la vocazione industriale e portuale delle aree di Porto Marghera, togliendo ogni illusione di una loro diversa destinazione a fini speculativi. Parliamo, naturalmente, di un’industria nuova in cui la conoscenza e l’innovazione stanno al centro della produzione di valore». Per il sindaco l’approvazione del Pat mette quindi «fine al progressivo impoverimento delle aree produttive, dovuto alle troppe incertezze sul loro destino». A dare la spinta risolutiva alla annunciata firma di uno «storico» accordo «c’è anche la prossima firma di un accordo di programma con Regione e ministero dell’Ambiente per le metodologie di bonifica dei siti di interesse nazionale come Porto Marghera».

Nel decreto legge sulle «semplificazioni» c’è, infatti – come ha detto nei giorni scorsi lo stesso ministro Corrado Clini – , una norma che prevede che le zone industriali dismesse, inclusi siti di interesse nazionale, siano messe in sicurezza senza bisogno di bonifiche, le quali spetteranno alle imprese che si insedieranno nell’area». Lo snellimento della procedura, ha spiegato Clini, punta a «favorire la reindustrializzazione, poichè i siti abbandonati e non utilizzati, ancorchè messi in sicurezza, per noi comportano un rischio ambientale».

«Quello che stiamo cercando di fare è di sbloccare una situazione che si trascina da anni e che ha come effetto pratico e’ che non si fa nulla», ha concluso Clini, ha confermato anche lui – come hanno già fatto il sindaco Orsoni e il governatore del Veneto, Luca Zaia, senza però mai fare nomi e cognomi – l’esistenza di una lista di aziende che vogliono investire a Porto Marghera, dove il ministro vede «un futuro tutto green, con tecnologie innovative, chimica verde, fonti energetiche rinnovabili e logistica a basso impatto ambientale».
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Dagli oli esausti delle cucine biocarburante per le barche

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La Nuova di Venezia, 14 febbraio 2012, sezione CRONACA

Oli esausti delle cucine di ristoranti e alberghi della città raccolti gratuitamente da Veritas e dirottati su un impianto privato di trattamento in Romea, per essere trasformati in biodiesel per le imbarcazioni.

Sono le importanti novità 2012 per gli esercenti veneziani, che dal Comune hanno ottenuto il declassamento degli oli di cucina da rifiuti speciali a rifiuti assimilati agli urbani: niente più onerosi smaltimenti a ditte specializzate, ma la semplice consegna degli oli (naturalmente in taniche apposite) al netturbino, secondo orari concordati con Veritas. Una rete di raccolta gratuita, fino ad un massimo di 2 mila chili l’anno per esercizio, che vale sia per gli oli di origine vegetale, sia per i grassi di origine animale, tutti destinati ad essere trasformati in biocarburante per natanti.

«Un risultato ottenuto grazie all’impegno di Confcommercio Ascom Venezia», palude la segreteria dell’associazione, «abbiamo sempre sostenuto la fattibilità della raccolta degli oli esausti da parte di Veritas: un sistema che consente agli operatori di risparmiare sui costi di smaltimento e al Comune di investire sull’utilizzazione dell’olio di scarto».

L’amministrazione ha infatti avviato una collaborazione con l’azienda – d’intesa con la Regione Veneto – per la produzione del biodisel che potrà essere utilizzato nei motori delle imbarcazioni che transitano in laguna, ad un prezzo che si annuncia paragonabile a quello del gasolio di normale derivazione, anche se al momento la rete di distribuzione non è nota.

Per Veritas – e quindi il Comune – la convenienza sta nella cessione degli oli e nel loro mancato (costoso) smaltimento in impianti dedicati per rifiuti speciali.
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«L’idrovia rischia di danneggiare la laguna»

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Grido d’allarme al convegno in villa Principe Pio. Ma la Regione punta sull’opera
La Nuova di Venezia, 14 febbraio 2012, sezione CRONACA

MIRA – «Il completamento dell’Idrovia Padova Venezia potrebbe portare a uno scompenso della salinità della laguna e inquinare tutto l’ambiente con una immissione di sedimi dal padovano che risulterebbe incontrollata». Questo il grido d’allarme lanciato ieri da villa Principe Pio, sede dell’Ecomuseo, al convegno “L’apporto delle acque dolci in laguna di Venezia”. «E’ chiaro – hanno detto gli esperti di assetto idrogeologico come il professor Antonio Rusconi dello Iuav di Venezia e Giampietro Mayerle, dirigente dell’ufficio salvaguardia di Venezia del Magistrato alle Acque – che se da un lato il completamento dell’Idrovia o la creazione di un canale scolmatore permetterà uno scarico con meno problemi delle acque del Bacchiglione sul fiume Brenta, dall’altro queste acque rischiano di alterare un equilibrio di un habitat naturalistico unico che è quello della laguna sud e in genere della laguna di Venezia».

Ma il completamento dell’Idrovia, come ribadito dall’assessore all’Ambiente Maurizio Conte, è uno dei punti forti della Regione. Il commissario Roberto Casarin, delegato per l’emergenza relativa ai canali portuali di grande navigazione della Laguna, ha sottolineato la necessità di evitare nuovi allagamenti.

«Se l’Idrovia verrà completata – spiega l’assessore all’ambiente di Mira Maurizio Barberini – il rischio che l’apporto di nuova acqua dolce alteri la flora e la fauna lagunare è grande. Piuttosto che un’idrovia aperta che scarica in laguna è auspicabile la creazione di un sistema di canali con bacini chiusi in grado di contenere le ondate di piena dei fiumi e dei canali in autunno e in primavera» . Per Barberini a risentirne potrebbero essere anche le attività di pesca nelle valli e di caccia con la migrazione di tante specie di uccelli che, come certificato da un recente censimento, hanno trovato un rifugio per svernare in laguna di Venezia.

Il prossimo appuntamento in villa Principe Pio è lunedì 20 febbraio con “Il valore della riqualificazione e del recupero del patrimonio storico”.
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Porto, Zaia «lancia» il Costa bis. La sfida: Marghera e off shore

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Orsoni: per me è già riconfermato. Il presidente: convincere i player a puntare su Venezia
Il Corriere del Veneto, 14 febbraio 2012, cronaca di Venezia e Mestre

VENEZIA — D’accordo, mancano ancora due mesi alla presentazione della terna, e tutto può succedere (di solito i primi nomi vengono fatti per «bruciare» i candidati), ma se non è un’investitura poco ci manca. «Non c’è nessuna terna, il nome è uno solo: dobbiamo pensare all’interesse della comunità, il porto deve essere gestito bene, non dobbiamo mettere culi su poltrone». Luca Zaia lo dice senza avere troppi peli sulla lingua, uscendo dall’inaugurazione dell’anno portuale, dove ha tessuto le lodi dei quattro anni di governo di Paolo Costa «in cui ci sono stati investimenti per mezzo miliardo ». Se lo scoglio poteva essere Palazzo Balbi forse è meglio guardare altrove. Costa pare infatti aver trovato nel presidente della Regione un alleato che si va ad aggiungere al Comune di Venezia, visto che il sindaco Giorgio Orsoni dice: «È già riconfermato per me».

Le incognite sono altre: la Camera di Commercio (che invece potrebbe puntare sul presidente della Vtp Sandro Trevisanato) e la Provincia. «I risultati non si discutono ma anche la politica ha il suo ruolo, a volte si cambia non perché la persona non funziona », dice la presidente Francesca Zaccariotto. Fatto sta che il peso maggiore ce l’ha la Regione (che deve esprimere gradimento sulla terna) e il ministero ai Trasporti, che metterà il timbro sulla decisione finale. Non a caso ieri il presidente del Porto ha messo sul tavolo il lavoro dei quattro anni e quello dei prossimi sei. Perché gli investimenti non si fermano al 2012 ma arrivano al 2020 quando sarà pronto in tutte le sue parti il porto off shore. Prima — già entro la fine dell’anno—la profondità dei canali arriverà a dodici metri (il massimo consentito in laguna), saranno pronti il nuovo terminal dell’Autostrada del mare (2013), il terminal container dell’area Monte-Syndial (2014) e il primo modulo dell’off shore con la banchina da un chilometro e i due ormeggi per le navi oceaniche con la capacità di poter smistare un milione di Teu all’anno (2016). Sullo sfondo c’è anche il nuovo canale Contorta-Sant’Angelo, alternativa al passaggio delle navi davanti a San Marco e la Marittima 2 a Pellestrina, ma questo è un altro discorso (vedi articolo a fianco).

«Il paradigma è che Venezia è elemento indispensabile dell’economia dell’intera Europa e bisogna quindi guardare in una prospettiva molto lunga avendo il coraggio di annunciare gli obiettivi —precisa Costa —. La strada però è segnata: bisogna garantire sei milioni di teu che gli studi più aggiornati hanno stimato per il 2030. Un dato nelle nostre possibilità perché il mercato ci sta venendo incontro, anche se bisogna convincere i grandi player mondiali a puntare sui porti del Napa (l’associazione dei porti del nord Adriatico, ndr)». L’unico modo per intercettare il traffico diretto in nord Europa infatti è fare squadra. Il principio è semplice: far scaricare le merci in Adriatico e distribuirle in treno, andando a superare quella tassa occulta che di fatto è data dal trasporto invece da nord a sud. «La Regione coglie questa sfida che passa per il rilancio di queste aree, puntando sull’intermodalità, con la connessione con interporti e traffico portuale — ha spiegato il governatore — Stiamo portando avanti la partita con la prospettiva della macroregione perché credo che il corridoio Adriatico-Baltico, l’Helsinki- La Valletta e il corridoio 5 siano tutti elementi su cui dobbiamo lavorare insieme».

Il rilancio passa per la riconversione delle aree di Porto Marghera: da una parte l’ex Alumix con le autostrade del mare, dall’altra laMonte-Syndial con il nuovo terminal container. E se la presidente della Provincia sottolinea come «il Porto di Venezia è nodo cruciale dell’economia turistica, prima economia del Veneto, in grado di favorire un’occupazione qualificata», il sindaco sottolinea il ruolo che ha avuto in questi anni difendendo il lavoro «recuperando con la logistica e il traffico commerciale l’occupazione persa con l’industria». «Marghera rimarrà luogo dell’industria», precisa Orsoni. L’Accordo di programma tra Comune, Regione e ministero all’Ambiente sulle bonifiche, segnerà la strada maestra del recupero.
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Il rigassificatore fa schiuma bianca

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Coltre vischiosa in spiaggia. Il Wwf accusa, l’Arpav indaga e gli operatori tremano
La Nuova di Venezia, 14 febbraio 2012, sezione CRONACA

Una sterminata distesa di schiuma ghiacciata ha ricoperto la battigia della spiaggia di Boccasette. Una lingua biancastra che, come una lama, fino a pochi giorni fa divideva l’acqua del mare dall’arenile sabbioso. Un fenomeno anomalo, che ha coinvolto prima il Wwf poi l’Arpav e che ora è sul tavolo del ministro dell’Ambiente Corrado Clini. Il direttore generale Carlo Emanuele Pepe ha segnalato a Roma una questione che Arpav non ha alcuna intenzione di sottovalutare. Non c’è ancora un colpevole, ma c’è quello che è stato definito un «fondato sospetto»: il dito viene puntato contro il terminale di rigassificazione di Porto Levante che si trova in Adriatico, 15 chilometri al largo di Boccasette, in territorio di Porto Tolle, nel basso Polesine. Era stata la stessa proprietaria del rigassificatore, Adriatic Lng, a segnalare già l’8 gennaio 2010 «il fenomeno di formazione di schiume a seguito dello scarico in mare delle acque di scambio termico provenienti dal terminale Gnl». L’Ispra, l’istituto superiore di Protezione e Ricerca ambientale, non aveva rilevato fenomeni di tossicità, sostenendo che il fenomeno “schiuma” fosse di origine meccanica: in altre parole dovuto al movimento in acqua e sull’acqua dei macchinari del Terminale. Due anni fa la schiuma era stata rilevata al largo, pochi giorni fa invece lungo la spiaggia. L’Arpav, su segnalazione del Wwf e con personale interessamento dei manager Carlo Pepe e Giuseppe Olivi, ha spedito una squadra a Boccasette. A portare sulla sabbia l’enorme quantità di schiuma ghiacciata potrebbe essere stata la Bora, che in questi giorni ha soffiato ad oltre 100 chilometri orari. E si teme che raffiche di Scirocco invece potrebbero portare la schiuma fino a Sottomarina e Jesolo. Adriatic Lng, convocata dall’ente regionale, ha escluso ogni responsabilità. Ma c’è un particolare che i tecnici non sottovalutano: è proprio a Boccasette che, in quegli stessi giorni, il forte vento di Bora ha fatto spiaggiare una barriera di contenimento che si era staccata dal rigassificatore. Per stessa ammissione dell’azienda, poi, la schiuma rappresenta un indesiderato effetto collaterale dell’azione meccanica del rigassificatore: tra le sei opzioni studiate dagli ingegneri di Adriatic Lng per annullare il fenomeno, l’unica praticabile sarebbe l’immissione in mare di additivi antischiumogeni. Una soluzione che ha fatto correre un brivido lungo la schiena ai responsabili del ministero, dato che il rigassificatore dovrebbe funzionare per venticinque anni. Pepe conclude la lettera al ministero sostenendo che «questa agenzia proseguirà la stretta osservazione delle condizioni della spiaggia e delle acque e rimane a disposizione per fornire ogni ulteriore elemento ritenuto utile alla comprensione del fenomeno».
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Concordia, tutti i veleni della ‘Toxic Costa’

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Il report di Greenpeace fa un accurato inventario delle insidie ambientali che il relitto potrebbe ancora contenere in prossimità delle coste dell’Isola del Giglio
Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2012, sezione AMBIENTE & VELENI

“Quante sostanze e quanti materiali pericolosi potrebbe riversare in mare il relitto della Costa Concordia?”. Se lo chiede Greenpeace con il report “Toxic Costa” pubblicato oggi e che fa un accurato inventario delle insidie ambientali che il relitto potrebbe ancora contenere in prossimità delle coste dell’Isola del Giglio. Flatati, muschi artificiali, bisfenolo e alchifenoli sono solo alcuni esempi di composti materiali pericolosi contenuti in prodotti chimici o nell’arredamento della nave.

Passata la sbornia delle avventure di Capitan Schettino e delle persone che hanno perso la vita in questo folle naufragio, si inizia a fare il conto dei danni ambientali causati dall’affondo della Concordia. Al di là del carburante, l’Ifo380 ovvero un combustibile particolarmente pericoloso per la sua alta densità, a preoccupare sono anche prodotti come detergenti, vernici e insetticidi contenuti in abbondanza su una nave di quasi trecento metri di lunghezza e capace di trasportare oltre quattromila persone. “A parte essere in attesa di sapere quali e quanti detergenti erano a bordo di questa piccola città galleggiante, sono state veicolate informazioni in alcuni casi superficiali”, attacca Vittoria Polidori, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace. Secondo l’associazione, infatti, “l’uso di termini generici come “pitture e smalti” o “insetticida” non permette di effettuare stime apprezzabili dei rischi per l’ambiente”.

Un esempio su tutti è costituito dall’ipoclorito di sodio trasportato sulla Concordia, nome chimico per indicare la comune “candeggina”. La nave, secondo la lista fornita alle autorità dall’armatore della Costa, ne trasportava addirittura una tonnellata. Nel rapporto Greenpeace si legge che “questa sostanza, reagendo con gli acidi organici presenti in mare, può produrre sostanze pericolose come i trialometani, ovvero dei composti tossici per fegato e reni, alcuni dei quali cancerogeni per l’uomo”.

E non è finita qui. Molte sostanze di cui sono costituiti alcuni prodotti igienici, infatti, sono composti organici a base di cloro, noti per la loro persistenza nell’ambiente e la capacità di accumularsi negli organismi viventi, e la loro esposizione nel lungo periodo può costituire un serio danno alla salute. Greenpeace aggiunge inoltre che nell’elenco fornito dall’armatore non c’è alcuna traccia di tutta una serie di “articoli di arredamento” come tappeti, tendaggi, tavoli, elettrodomestici che contengono additivi chimici, molti dei quali pericolosi. “Se la nave si dovesse spezzare o rimanere a lungo adagiata sul fondale marino, sostanze come ftalati, alchilfenoli (tensioattivi non ionici), composti a base di bromo e paraffine clorurate potrebbero, nel corso degli anni, essere gradualmente rilasciate in mare e contaminare l’ambiente circostante”, si legge nel rapporto.

Una tragedia ancora più amara dal momento che, come sostiene la Polidori, “poteva essere evitata se in dieci anni di accordo internazionale sul Santuario dei Cetacei fossero state adottate regole specifiche per limitare il traffico marittimo in aree vulnerabili”. Si tratta di un’area marina protetta compresa tra le acque francesi, monegasche e italiane, classificata come “Area specialmente protetta d’interesse Mediterraneo”.

Alla luce del disastro della Concordia, Greenpeace ha lanciato una petizione online, oggi firmata da 28mila persone, per chiedere al ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Corrado Passera, di emanare al più presto di concerto col ministero dell’Ambiente un decreto che regoli il traffico marittimo nelle zone a rischio ambientale, proprio come il Santuario dei Cetacei, vietando gli avvicinamenti pericolosi alle coste.
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Dieci anni di reati ambientali in Italia. Un giro d’affari da 43 miliardi di euro

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Pubblicato il rapporto di Legambiente sulle ramificazioni in tutte le regioni e gli interessi all’estero della lobby della spazzatura dal 2002, anno di introduzione del delitto di ‘traffico illecito’
Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2012, sezione AMBIENTE & VELENI

Se volessimo mettere in fila tutti i veleni sequestrati grazie all’introduzione del delitto di traffico illecito di rifiuti, ne verrebbe fuori un serpentone di 1.123.215 tir zeppi di 13 milioni e 100.000 tonnellate di scarti e spazzature varie lungo più di 7.000 chilometri. In pratica l’intera rete autostradale. Per un volume d’affari da brivido: 3,3 miliardi di euro nel solo 2010, 43 miliardi negli ultimi dieci anni.

Benvenuti in ‘Rifiuti spa’, ramificazioni in tutte le regioni e interessi all’estero. Profitti enormi, danni ambientali e sanitari altrettanto consistenti. E tra i ‘soci’, spuntano spesso i clan mafiosi e camorristici. Legambiente ha riassunto dieci anni di inchieste e sequestri in un dettagliato rapporto che si conclude con alcuni suggerimenti su come intensificare le attività investigative. Dieci anni, infatti, sono trascorsi dalla prima ordinanza di custodia cautelare per questo tipo di reato, il 13 febbraio 2002: operazione Greenland, procura della Repubblica di Spoleto. Da allora in Italia sono stati aperti 191 fascicoli per ‘traffico illecito di rifiuti’, che hanno condotto a 1199 ordinanze di custodia cautelare, chieste e ottenute da 85 diverse procure, che hanno lavorato con l’ausilio di tutte le forze di polizia giudiziaria. Ben 666 le aziende coinvolte e 3348 le persone denunciate. Solo nel 2010, sono state sequestrate oltre 2 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi trattati illegalmente. E’ solo la punta dell’iceberg, relativa a una dozzina di inchieste sulle 30 aperte nel complessivo in quell’anno. Un anno importante, perché a partire dal 2010 la competenza ad indagare è passata alle Direzioni distrettuali antimafia (Dda), raddoppiando così i termini della prescrizione. “Non c’è dubbio – scrive Legambiente – che nel contrasto ai traffici illegali di rifiuti il nostro Paese ha rappresentato in questi dieci anni, sia dal punto di vista normativo che operativo, una punta avanzata in Europa e a livello internazionale”.

Il Paese dei Veleni

Hanno titoli evocativi e curiosi: Greenland, Murgia Violata, Econox, Salmone Indigesto. E poi: Fiori d’acciaio, Star Wars, Terra Mia, Banda Bassotti, Golden Rubbish, Grande Muraglia. Sono i nomi di alcune delle principali inchieste condotte nell’ultimo decennio in materia di rifiuti. Che hanno attraversato in maniera quasi uniforme l’intero stivale: 29 le procure del Nord che hanno aperto indagini sui traffici illeciti, 26 le procure del Centro, 30 quelle del Sud. Cifre che fanno dire agli ambientalisti del cigno verde che “il fenomeno si dipana senza soluzione di continuità su tutto il territorio nazionale e oltre confine, scalzando i tanti luoghi comuni sul fatto che interesserebbe solo il Sud o ancora peggio, la solita Campania”.

Ed allora saliamo nel ricco nord. Procura di Brescia, 30 novembre 2011. Scatta l’operazione ‘Fiori d’acciaio’: dieci arresti, tra cui quello del vice presidente del consiglio regionale della Lombardia. Si indaga su una tangente da 100.000 euro per aggirare o alleggerire i controlli. Le accuse spaziano sino alla corruzione, viene sequestrata la cava di Cappella Cantone (Cremona) destinata a una discarica di amianto, oltre a un impianto per il trattamento di rifiuti a Calcinate (Bergamo) e a due cantieri della Brebemi. Siti nei quali, secondo gli inquirenti, venivano smaltiti illecitamente rifiuti speciali.

Un paio di mesi dopo scendiamo al sud. Dda di Napoli, 30 gennaio 2012. I carabinieri di Castello di Cisterna notificano 14 arresti e 11 divieti di dimora per associazione a delinquere, realizzazione di discariche non autorizzate, gestione illecita di rifiuti, frode, truffa, intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver favorito un clan camorristico.

Facciamo un breve passo indietro temporale e spostiamoci in Puglia. Taranto, 6 dicembre 2011. Operazione ‘Golden Plastic’. La Guardia di finanza scopre una organizzazione transazionale che riciclava e trafficava rifiuti plastici e vecchi copertoni in paesi del sud est asiatico: 54 arresti, 21 aziende sequestrate per un valore di oltre sei milioni di euro. Andiamo in Sicilia: il 4 dicembre i carabinieri del Noe e la Procura di Barcellona Pozzo di Goto scovano un traffico illegale di spazzatura tra l’isola e il Senegal, gestito da un’impresa collusa coi clan e già sequestrata dalla Dda di Messina nell’operazione ‘Gotha’.

Ed ancora: febbraio 2011 operazione ‘Eurot’ a Firenze, un traffico di pezze e stracci che partiva da Prato e giungeva ad Ercolano (Napoli); giugno 2011, Torino, indagine ‘Freon’: traffico di rifiuti elettrici e rottami auto che dalla Liguria al Piemonte finivano in Nigeria. Ricorrono spesso paesi stranieri dove ‘smistare’ gli scarti che qui è impossibile piazzare. Sono 22 le nazioni coinvolte negli ultimi dieci anni nei traffici illeciti di rifiuti made in italy: 10 in Europa, 5 in Asia, 7 in Africa.

Il Paese delle Ecomafie

Il Sud dunque non primeggia nel numero di inchieste sui rifiuti. Ma purtroppo continua a detenere il record dei coinvolgimenti delle organizzazioni criminali. Le indagini hanno spesso condotto dritti verso i clan siciliani, campani, calabresi e pugliesi. Ben 39 le cosche censite nei rapporti Ecomafia di Legambiente. Le più attive in materia, quelle del territorio casertano. Legambiente cita la “madre di tutte le inchieste in terra di Gomorra”, denonimata ‘Adelphi’, avviata in seguito alle dichiarazioni al pm Franco Roberti del pentito Nunzio Parrella, fratello del boss del rione Traiano di Napoli. Parrella disse che per la camorra la monnezza era diventata “oro”, e che a differenza della droga, in questo settore si rischiava molto di meno. Quelle parole furono la palla di neve che diventarono valanga in una miriade di nuove inchieste: “Avorio più 19”, “Re Mida” e “Terra Mia”, e poi “Madre Terra”, “Ultimo Atto Carosello”, “Chernobyl”, “Diry Pack”, “Nerone”, “Ecoboss”, “Carte False”, “Terra dei fuochi”, “Old Iron”, “Giudizio finale”. Fino all’emergere di nuovi pentiti. Come Gaetano Vassallo, uno degli accusatori di Nicola Cosentino. Vassallo, il ministro dei rifiuti del clan Bidognetti, spiegherà per filo e per segno il ruolo diretto dei clan. Fino all’emergere di una situazione drammatica, che Legambiente definisce ‘unica al mondo’: interi territori tra le province di Napoli e Caserta sono stati ‘sacrificati’ dalla camorra che li ha trasformati in un immondezzaio a cielo aperto degli scarti industriali di mezzo Paese. Incalcolabili i danni ambientali e sanitari, soprattutto nel triangolo della Terra dei Fuochi, nel giuglianese. Che fanno dire a Donato Ceglie, pm di alcune delle principali inchieste di ecomafia: “Qui si è verificata “una Chernobyl tutta italiana”.

Monnezza export

Le ecomafie viaggiano. E trasportano rifiuti in tutto il mondo. Di conseguenza aumentano le inchieste transazionali. Solo nel 2011 sono state 10 e hanno coinvolti 15 paesi di tre continenti, Europa, Africa e Asia, sulle 31 registrate negli ultimi dieci anni, con 156 ordinanze di custodia cautelare, 509 denunce, 124 aziende coinvolte.

Di ‘Golden Plastic’ in Puglia abbiamo già parlato. Un’altra inchiesta che ha fatto rumore è quella denominata ‘Partenope’, condotta dalla Procura di Napoli. Il 14 dicembre è culminata in una raffica di arresti per un giro di ferraglie trattate in spregio a ogni normativa e destinate ai paesi asiatici. Secondo la Gdf erano in ballo affari per 250 milioni di euro, e grazie a cartiere di fatture false sono state evase imposte per almeno 6 milioni.

Solo nel 2010 l’Agenzia delle Dogane ha sequestrato nei porti italiani 11.400 tonnellate di rifiuti plastici, ferrosi, elettronici (anche ricavati dalla raccolta differenziata) destinati ai paesi asiatici o all’India, dove vengono trattati senza precauzioni e senza regole, con enormi danni ambientali e sanitari. Paesi dove – sottolinea Legambiente – la carenza di materie prime si mescola con collaudati sistemi di corruzione ed è presente con forza la criminalità organizzata. Un mix micidiale, che rende facile il gioco delle imprese illegali italiane.

Le proposte di Legambiente

In Italia siamo all’avanguardia. Ma si può fare di più. Legambiente chiude il rapporto con qualche proposta per rendere più efficaci le inchieste sulle ‘monnezze connection’. Tra le quali spicca quella di consentire le intercettazioni anche in presenza di sufficienti indizi di reato, e non gravi come prevede la normativa attuale, prolungando da sei mesi a un anno i termini per le indagini preliminari. Secondo gli ambientalisti, infine, va sollecitata l’estensione di questo tipo di reato in tutti i Paesi dell’Ue, inserendolo nelle attività di organismi investigativi internazionali, come l’Europol, l’Interpol e l’Organizzazione Mondiale delle Dogane.
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