feb 12
rassegna-stampail Gazzettino
Dopo l’annuncio della disponibilità delle aree messe in sicurezza. Ma Pagan (commissione Ambiente) è deluso: «Serve il commissario».
Il Gazzettino di Venezia e Mestre, 12 febbraio 2012, pagina 16
MARGHERA – La soddisfazione è palpabile. Ma prima di pronunciarsi in modo ufficiale, gli industriali veneziani vogliono prima leggere le carte. Ovvero la norma che il ministro dell’Ambiente Corrado Clini intende inserire nel decreto legge sulle semplificazioni che rende disponibili le aree dismesse di Porto Marghera già messe in sicurezza, senza dover procedere alle bonifiche. Per queste ultime, come annunciato venerdì a Venezia, Clini ha annunciato un accordo di programma con Comune e Regione per gestire la pratica a livello locale attirare nuovi investitori.
L’annuncio del ministro viene valutato in modo positivo da Confindustria Venezia, dopo le polemiche della scorsa estate quando il presidente Luigi Brugnaro aveva denunciato, all’assemblea generale, il ritardo della politica sui temi pressanti della crisi di Porto Marghera e della sua riconversione. La sensazione è che il pressing sulle istituzioni sia servito a sbloccare una situazione in stallo, tale da da scoraggiare l’insediamento di nuove attività.
In attesa di una reazione ufficiale da parte degli industriali, a parlare è il presidente della commissione Ambiente di Ca’Farsetti, Carlo Pagan. Che non appare troppo convinto dall’annuncio di Clini: «L’unico provvedimento efficace sulle bonifiche e sul rilancio di Porto Marghera – dice l’esponente del Pd – è la nomina di un commissario per le bonifiche» per attivare le procedure di legge in materia. Il vero nodo, per Pagan, che segue in modo particolare lo status di Sito di interesse nazionale per Porto Marghera, è la definizione di tempi e costi delle bonifiche.
«Non ho fiducia nelle parole di Clini – aggiunge Pagan – poiché le cose che avrei voluto sentire, a distanza ovviamente perché nessuno mi ha invitato all’incontro, dovevano essere legate alla riforma delle procedure, alla riforma di tempi di costi per definire caratterizzazioni e relative autorizzazioni. O, ancor meglio, alla nomina di un commissario di Venezia che comandi da qui in attesa della riforma delle leggi sui Siti di interesse nazionale». La nomina del commissario, magari all’interno dell’Accordi di programma annunciato dallo stesso ministro Clini, sembra peraltro essere invocata da più parti per accelerare il processo atteso a Porto Marghera per poter veramente disporre delle aree dismesse.
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feb 12
rassegna-stampala Nuova Venezia
Ricerca di nuovi biomateriali con le nanotecnologie: l’Europa finanzia con sei milioni di euro la cordata di nove aziende capitanata da Explora Biotech
La Nuova di Venezia, 12 febbraio 2012, sezione CRONACA
«Un tubicino nanotecnologico di un millietro di diametro da introdurre nelle arterie per rimuovere le placche arteriosclerotiche e rigenerare i tessuti dei vasi sanguigni con una metodologia innovativa, chiamata The Grail, capace di rivoluzionare la medicina cardiovascolare e prevenire infarti e trombosi senza l’utilizzo di invasivi palloncini e by-pass meccanici». In estrema sintesi è questo l’obiettivo del progetto di ricerca avanzata The Grail, coordinato da Explora Biotech, una piccola e giovane azienda di biologi e medici, insediatasi al Parco Vega di Marghera alla fine del 2009.
Amministratore delegato di Explora Biotech è il giovane e promettente dottor Davide De Lucrezia, 33 anni, molisano di nascita, da quattro anni residente a Venezia e ricercatore a Ca’ Foscari nel pool della professoressa Irene Poli che dirige l’European Centre for Living Technology (Eclt).
Explora è capofila e coordinatrice di questo progetto di eccellenza, della durata di cinque anni, che coinvolge altri otto laboratori e centri di ricerca medica (italiani, spagnoli, inglesi, olandesi e svizzeri) e potrà contare su un finanziamento della Commissione Europea, nell’ambito di un Consorzio di ricerca Europeo, di ben 6 milioni di euro.
«Fin dalla sua fondazione, Explora ha lavorato nei propri laboratori al Tecnopolo Tiburtino a Roma nei settori dell’ingegneria delle proteine per applicazioni industriali – spiega De Lucrezia – Negli ultimi anni, sotto la guida del chirurgo vascolare Francesco Severino e del professor Paolo Netti, direttore del centro di ricerca sui biomateriali dell’Università di Napoli, abbiamo iniziato un nuovo programma dedicato alle bio-nanotecnologie per applicazioni biomedicali e non potevamo che finire al parco scientifico e tecnologico Vega e ai laboratori del distretto veneto delle nanotecnlogie. Solo qui, infatti, si possono trovare le condizioni per sviluppare questo progetto di biologia sintetica e ricostruttiva, un settore emergente della biologia molecolare che combina la scienza e l’ingegneria per ottimizzare, ridisegnare e costruire sistemi biologici utilizzando una serie di avanzati biomateriali che stimolano il reclutamento e regolano lo sviluppo delle cellule sane del paziente».
La cordata di nove partner, capitanata da Explora – che a sua volta collabora con oltre 20 istituti in Europa e in Asia – ha già depositato quattro brevetti e avviato la sperimentazione su animali del «tubicino salva arterie» e punta a realizzare un prototipo adatto ad uso umano nell’arco dei prossimi cinque anni utilizzando i laboratori del distretto delle nanotecnlogie presenti al Vega.
I partner italiani di Explora Biotech – che ha sede centrale a Roma e laboratorio di nanobiotecnologie al Parco Vega – sono: il Donowa Lifescience Consulting, il Centro di Ricerca Interdipartimentale sui Biomateriali dell’Università di Napoli, oltre a importanti laboratori di bio-ingegneria come l’Instituite of Bioengineering of Catalunya, l’Università di Valladolid (Spagna), il Center for Tissue Engineering (Liverpool), il dipartimento cardiovascolare della Università di Utrecht (Olanda), due aziende Europee attive nel campo delle nanobiotecnologie quali la Conic Cardiovascular (Svizzera) e la Technical Protein Nanobiotechnology (Spagna).
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feb 12
rassegna-stampaIl fatto quotidiano
Il Fatto Quotidiano, 12 febbraio 2012, sezione AMBIENTE & VELENI
La notizia sulla nuova situazione di allarme, sebbene non grave, alla centrale di Fukushima, mi spinge a dare un contributo di informazione. La notizia in sé parla della temperatura sul fondo del reattore n.2 della centrale che è tornata a salire, raggiungendo il punto più alto da quando lo scorso dicembre è stato dichiarato lo stato di arresto a freddo dell’impianto danneggiato dall’evento del 2011. Il gestore Tepco ha aumentato la portata dell’acqua utilizzata per rimuovere il calore residuo generato dal nocciolo, ancora molto radioattivo e quindi “caldo”, passando da 13,6 a 14,6 tonnellate all’ora. La situazione resta così sotto controllo.
Nel caso vi fossero nel nocciolo danneggiato situazioni di “ri-criticità” anche parziale, ovvero se il nocciolo riprendesse spontaneamente a “funzionare”, cioè a intrattenere reazioni di fissione a catena autosostenentisi, la situazione diverrebbe più preoccupante, a causa della produzione di ulteriore potenza (calore nell’unità di tempo da rimuovere) e di ulteriori prodotti di fissione a vita media corta e potenzialmente più pericolosi. Ma un indicatore della presenza di questi processi è un prodotto di fissione gassoso e radioattivo appartenente ai gas nobili, lo Xeno-133, che è invece stato rilevato essere ora assente. Va da sé che la presenza di questo radionuclide venne rilevata anche nel novembre scorso, ma la Tepco ne spiegò la generazione non già ad eventi di “criticità”, quanto alla fissione spontanea del Curio ed altri transuranici, un evento normale nei noccioli spenti.
Una prima osservazione “di costume” è relativa alla difficoltà di questo mestiere, anche a livello lessicale. In italiano, “criticità” e “situazione critica” hanno un significato negativo. In tecnologia nucleare, “criticità” è cosa diversa: indica quando un nocciolo di un reattore nucleare funziona “a regime”, cioè la sua potenza resta costante. Se il nocciolo è “sottocritico” tende a spegnersi, se è “sopracritico” la sua potenza aumenta. Un nocciolo “critico” non è quindi in “situazione critica”, ma funziona come dovrebbe. Ma una “criticità” anche parziale in un nocciolo spento, e oltretutto danneggiato come quello di Fukushima-2, sarebbe sì una “situazione critica”.
Parlando di Fukushima, tanto è stato detto e non ho spazio per ritornarci sopra con completezza. Ma voglio raccontare una mia esperienza lavorativa recente. Sono stato, nello scorso novembre, al grosso Convegno dell’American Nuclear Society (Ans) tenutosi a Washington: in quei giorni, sono stato immerso in un’atmosfera priva di dubbi e ottimista sul futuro dell’energia nucleare, e volevo renderne partecipi anche i lettori italiani, che potrebbero esserne stupiti; a valle di Fukushima, a valle del referendum italiano, a valle del ripensamento di alcuni paesi sull’energia nucleare, cosa succede da altre parti?
L’industria nucleare va avanti in molte parti del mondo. In questo momento ci sono sulla nostra Terra oltre ai 433 reattori nucleari operanti e 62 in costruzione. Al Convegno si è anche parlato degli oltre 150 reattori “ordinati”, dei quali cioè la costruzione è decisa dai governi delle differenti nazioni, pur se i lavori veri non sono ancora iniziati. Di questi 62 reattori in costruzione, il grosso è in Cina (26), Russia (10), India (6) e Corea del Sud (5): quasi nulla, e questo è un altro dato da meditare, in Europa e Stati Uniti. Il “rinascimento nucleare” (nuclear renaissance) pare perlomeno interessare solo certe aree del mondo.
Al Convegno dell’American Nuclear Society la questione dell’incidente di Fukushima è stata affrontata con una sessione speciale dedicata all’incidente stesso, ma il tono è stato molto tecnicista e nella sostanza privo di tentennamenti: un “incidente di percorso” che alla fine “è stato gestito abbastanza bene”, con “conseguenze limitate” a livello di inquinamento. Le virgolette sono messe appositamente, non posso evitare di precisare che ho opinione diversa. Delle ripercussioni di Fukushima nel mondo intero, anche soltanto a livello di crollo della fiducia nell’energia nucleare, oltre che per aver “eliminato” dai paesi che sviluppano questa fonte un caposaldo come il Giappone, pochi fugaci cenni.
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