Rifiuti, dall’inizio dell’anno inflitte multe per 30mila euro

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Il gazzettino di Venezia e Mestre, 31 Ottobre 2010, pagina 22
SCORZÈ. Gli ispettori ambientali di Veritas nell’arco del 2010 hanno rilevato nel comune di Scorzè 131 infrazioni nei confronti di trasgressori delle norme sulle immondizie per un totale di circa 30 mila euro di multe.
Il 78% dei sanzionati, pari al numero di 102 sono di provenienza da fuori comune, mentre il numero di quelli con residenza a Scorzè assomma a 29. I dati li ha forniti l’assessore all’ambiente Albino Luise sottolineando che l’azione degli ispettori di Veritas non è stata solo repressiva per chi si è attenuto alla raccolta differenziata e per gli trasgressori da fuori comune, ma anche di prevenzione.
«Dai dati che siamo in possesso – dice Albino Luise – si rileva che gli ispettori hanno effettuato 672 interventi di informazione e sensibilizzazione per l’utenza domestica (606) e anche per quella commerciale e industriale (66)». La maggior parte delle sanzioni, 128, sono state applicate per l’abbandono di rifiuti solidi e 3 per la violazioni dei rifiuti speciali. Nel 2010 per lo smaltimento rifiuti, 10.500 tonnellate utenza domestica e 20.000 per attività commerciali e industriali, l’amministrazione ha posto a bilancio 1.930.000 euro, somma che per legge è tutta a carico dei cittadini e non prevede lo storno delle entrate per le violazioni.
In discarica andrebbe solo il 3% dei rifiuti, il resto viene spartito tra l’umido e il conferimento all’inceneritore. L’assessore ha anche spiegato che la raccolta differenziata nel comune raggiunge il 52% e che si dovrà arrivare alla quota del 65% come previsto dalla legge, percentuale che per la raccolta a cassonetto è già al massimo dei parametri.

Scoperte due discariche abusive

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Il Gazzettino di Venezia e Mestre, 31 Ottobre 2010, pagina 15
Due discariche abusive a Marghera. A scoprirle e a denunciarne la presenza alle autorità competenti, sono stati agenti del Nucleo operativo ambientale provinciale dei Rangers. Le discariche si trovano entrambe accanto a un cassonetto delle immondizie collocati uno in via Villabona, a qualche metro di distanza dal parco ferroviario, e l’altro in via dell’Elettricità. Per quanto riguarda la prima discarica, i Rangers hanno inoltrato una segnalazione, oltre che al Comune e a Veritas, anche alla Procura della Repubblica vista la presenza, tra gli altri oggetti abbandonati accanto al cassonetto ed ad un fossato adiacente, di una dozzina di lastre di cemento contenenti presumibilmente amianto. In via dell’Elettricità, all’altezza del civico 31, sono stati rinvenuti sacchi contenenti materiale edile da demolizione, un materasso e materiale sanitario.

«Quella darsena inquinerà le spiagge»

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SANITÀ & GRANDI OPERE. Il Comitato lidense contro il progetto presentato da Est Capital
Lihard (Cgil): «Il sindaco non può continuare a far finta di niente e ignorare 8mila firme»
Il Gazzettino di Venezia e Mestre, 31 Ottobre 2010, pagina 8
Una sola domanda e una sola risposta, senza tanti giri di parole: «Alberghi, centro benessere, torri, spiaggia non più libera, darsena da 2.500 posti in mare. A chi giova questa mega operazione immobiliare sul Lido? Ai privati, che con la comoda scusa del palazzo del Cinema avranno mano libera su tutta l’isola. Il tutto alla “modica” cifra di 90 milioni per costruire una sola sala cinematografica e con danni ambientali incalcolabili».
Ieri il Comitato per la salvaguardia della sanità al Lido è andato giù duro, con una conferenza stampa organizzata davanti alla porta di Ca’ Farsetti, che sabato rimane chiusa. Cosa ha a che vedere la maxi operazione immobiliare in corso al Lido con la sanità? Secondo il comitato, le promesse di una struttura migliore in cambio della consegna e abbattimento del monoblocco sono solo una presa in giro.
«In nome della speculazione immobiliare – attacca il segretario della Cgil – è stato in discussione il diritto dei cittadini alla salute e alla tutela dell’ambiente. È in discussione la democrazia, con 8mila cittadini che hanno firmato una petizione e attendono una risposta. Il sindaco non può continuare a far finta di niente. Pretendiamo una risposta chiara e precisa sulla tutela del Lido, della sua gente e del suo territorio, che chiedono di sospendere tutto e trovare un’alternativa che non sia una struttura sanitaria agli Alberoni, he richiederebbe il doppio di tempo per raggiungere il Civilecon l’idroambulanza. Il Palazzo del Cinema non si costruirà entro il 2011, pertanto il commissario non è più necessario. Se rimarrà in carica, non sarà certo per quel motivo».
Venendo alla darsena “appoggiata” alla diga di San Nicolò, il Comitato ha sollevato diversi problemi ambientali. «Si tratta di una struttura lunga 1.800 metri e larga altrettanto – afferma William Pinarello – che prevederà costruzioni al lato della diga. Servirà un parcheggio, almeno di 500 posti auto, dove lo mettiamo? Servirà una strada per accedervi, la facciamo passare per l’area sotto tutela ambientale? “mila 500 barche vuol dire 2mila500 motori e altrettanti wc che scaricheranno in mare. Quintali di liquami che finiranno inevitabilmente (grazie anche all’azione della lunata in costruzione) sulle spiagge, conseguenze certe sui parametri di balneazione. E allora addio bandiera blu»

Il petrolio della Haven nei nostri piatti

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Report: bonifiche fantasma e pesci ripuliti dal catrame per essere venduti. Sui fondali davanti a Genova giacciono ancora cinquantamila tonnellate di greggio. Che non fermano i pescatori
La Repubblica, 31 ottobre 2010, sezione AMBIENTE
ROMA – Altro che Louisiana, la marea nera di petrolio abita qui. Davanti alle coste tra Genova e Savona più di 50mila tonnellate di greggio giacciono sui fondali. Dimenticate da chi avrebbe dovuto bonificare la zona, inquinano l’acqua, intossicano e ricoprono di una melma grigiastra i pesci che si ammalano di cancro. Solidificato dal tempo fino ad apparire come massi lunari, il petrolio affolla le reti dei pescatori liguri nonostante vadano a gettarle lontano dalla zona off limits. Eppure, secondo le autorità, qui non dovrebbe esserci traccia del più grande disastro ecologico del Mediterraneo. Quello della superpetroliera Haven, inabissatasi davanti ad Arenzano con 144mila tonnellate di greggio dopo un esplosione che provocò la morte di cinque marinari l’11 aprile del 1991.
Da allora sono passati quasi vent’anni ma gli effetti di incuria o disattenzione, burocrazia o superficialità che denuncia Report in un documentario di Sigfrido Ranucci in onda questa sera, sono evidenti tra quei pesci morenti incatramati dai fondali. Un disastro senza colpevoli visto che la compagnia greco-cipriota è uscita assolta dopo aver addossato le responsabilità al capitano, morto nell’incidente. Un disastro che continua nell’indifferenza, nonostante ricercatori, pagati dallo Stato, abbiamo messo in allerta governo e ministeri della gravità della situazione.
Ma andiamo con ordine. Bastano pochi numeri a raccontare questa storia italiana. All’indomani dell’incidente, gli esperti stimano il danno ecologico in duemila miliardi di lire. L’Italia ne riceve 117 come risarcimento che decide di impiegare così: 32 per bonificare il mare e 60 ai Comuni del litorale come risarcimento. In realtà, di miliardi ne sono stati spesi solo 16 (circa 8 milioni di euro) ma per bonificare parte della Haven – dopo che il governo Berlusconi li aveva affidati nel 2005 alla Protezione civile – certificando poi che le acque erano pulite. Così non era, evidentemente, ma tanto fa e così gli altri 8 milioni di euro destinati a disinquinare il mare – e attribuiti di nuovo alla Protezione civile nel 2009 – sono stati impiegati per mettere in sicurezza la Stoppani, un’azienda che aveva inquinato di cromo e rame le acque, e in parte per la mobilità dei lavoratori.
Il petrolio sul fondo del mare sembra non interessare, dalla riva non si vede, sulla superficie dell’acqua neanche. Tanto che i 60 miliardi che vanno a risarcire i Comuni vengono impiegati per rifare la passeggiata a mare di Arenzano, mettere a posto le fogne o la zona dell’ex ferrovia. Eppure gli esperti lo hanno detto più volte nel corso degli anni: manca una mappa dei fondali per capire dove è finito il catrame, c’è rischio per il mare, per la popolazione. Nel 1995, a quattro anni dal disastro della Haven, ad esempio, i ricercatori dell’Istituto per la ricerca applicata al mare, incaricati dal ministero dell’Ambiente di preparare un piano per la bonifica, si calano con un batiscafo fino a 700 metri. E vedono distese interminabili di catrame, pesci negli anfratti di bitume.
“Il problema è che i residui degli idrocarburi sono capaci di indurre cancro. Abbiamo trovato pesci che vivono a stretto contatto col fondo e notato come una specie in particolare, mostrasse sintomi, segni di tumore al fegato”. Reazioni? “Si è deciso di fare finta di nulla, come se il problema non esistesse”, racconta Ezio Amato, allora responsabile scientifico del governo per la bonifica Haven.
Da allora nulla è cambiato, i pescatori nelle loro reti trovano pezzi di catrame come massi, pesce ricoperto di greggio che devono ripulire con l’olio se vogliono venderlo ma dalla Protezione civile e dal presidenza del Consiglio, dicono a Report, considerano chiusa la vicenda. Solo il ministero dell’Ambiente si dice pronto a raccogliere segnalazioni di inquinamento, “come se non avesse mai visto la relazione dei suoi stessi studiosi 15 anni fa”. Ma il peggio, dice Ranucci, è che la storia della Louisiana potrebbe ripetersi in Italia visto come vengono presentate le domande per trivellazioni in cerca di greggio: da società con sedi fantasma, senza andare sui posti, senza neppure prendere in considerazione che dove si vuole cercare gas o petrolio c’è un vulcano in attività.
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«Le multinazionali hanno fatto terra bruciata»

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Bettin, Ghetti e Martella molto critici per la mancanza di strategie da parte di Eni
La Nuova di Venezia, 31 ottobre 2010, sezione CRONACA
A Marghera, per anni, «le multinazionali hanno fatto quello che hanno voluto. Devastando l’ambiente e sfruttando senza regole, fino a che hanno potuto, la vita delle persone». E’ partendo da questo presupposto che Gianfranco Bettin, assessore comunale all’Ambiente, contesta il ragionamento di Paolo Scaroni sul clima anti-business creatosi attorno al Petrolchimico. «E’ naturale che si sia sviluppata una ipersensibilità della gente nei confronti di un tema fatto di storie dolorose e di prepotenza – analizza Bettin – Ma il territorio e le istituzioni di fronte e proposte concrete sono pronti a discutere con realismo e senza pregiudizi o ideologie. Se Scaroni ha dei progetti di investimento, da parte nostra avrà la massima collaborazione». Pier Francesco Ghetti, assessore alla Pianficazione strategica, bolla come «affrettata» l’analisi dell’amministratore delegato. «E’ vero che a Porto Marghera s’è perso molto tempo – riflette l’assessore veneziano – però anche l’Eni non è mai stata chiara sulla prospettive di sviluppo dell’area. Mi sembra comunque evidente che se non si comincia con le bonifiche, non si va da nessuna parte». Alza la voce anche il deputato Andrea Martella, membro della Direzione nazionale del Pd, e componente della commissione Attività produttive della Camera. «L’Eni deve fare fino in fondo il suo lavoro su Marghera, dove in questi anni si è lavorato con gli accordi di programma per far rimanere la chimica, superando anche il clima anti-industriale. E’ tempo che chi deve fare le bonifiche, le faccia e chi deve fare gli investimenti, li porti a termine. E Scaroni è tempo che faccia fare ad Eni la sua parte. Con un suo intervento si potrà fare molto di più di quel che si è fatto finora a Porto Marghera».
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«A Marghera un clima anti-business»

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L’affondo di Scaroni: «Situazione catastrofica, paradosso tutto italiano»
La Nuova di Venezia, 31 ottobre 2010, sezione CRONACA
Se nessuno vuole investire a Marghera, il motivo è uno solo: «il clima anti-business» che s’è creato in quest’area nel corso degli anni. Parola di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, che da Capri – dove è ospite della due giorni organizzata dai Giovani Imprenditori di Confindustria – assume il Petrolchimico «come paradosso della capacità, tutta italiana, di dissuadere gli investimenti». La bordata ha come obiettivo le istituzioni e una parte del territorio e nel contempo assolve «le multinazionali che se ne sono andate e quelle, come Eni, che sono rimaste». Alla fine, la drammatica situazione della chimica veneziana, è dovuta «a 30 anni di clima anti-business nel quale abbiamo fatto di tutto per rendere impossibile l’investimento a Marghera». Le frasi di Paolo Scaroni rimbalzano subito da Capri a Venezia, provocando le più diverse reazioni. Da Confindustria, il presidente, Luigi Brugnaro, sposa in pieno le parole dell’amministratore delegato. «Scaroni ha ragione – spiega – Bisogna bloccare il partito dei no e dei rinvii».  Scaroni pensiero. Dalle brigate rosse al referendum. Scaroni ripercorre alcune fasi storiche del Petrolchimico per dimostrare alla platea dei giovani imprenditori di Capri come si possa creare in un’area industriale un clima anti-business che tiene lontani (o fa scappare) gli investitori. «Marghera aveva tutte le carte in regola per attrarre investimenti. E infatti è stato così, all’inizio, anche se oggi di tutto questo vantaggio competitivo rimane ben poco». Le tappe del decadimento partono dall’omicidio di Taliercio. E giungono al «dibattito inquietante che ha raggiunto picchi surreali: c’è chi vuole chiudere tutto e non parlarne più, lo sbrigativo-decisionista che dice “la chimica se ne vada dalla laguna forse solo per fare campi da golf”. Ci sono l’utopista sognatore che vuole la chimica senza ciminiere, il populista che indice il referendum, l’aspirante mago che, Dio solo sa come, dice no alla chimica ma difendiamo l’occupazione».   Paradosso. E’ insomma il clima di ostilità agli investimenti la palla al piede. Tanto che Marghera diventa un paradosso che assomiglia molto a un monito per i giovani imprenditori di Confindustria di Capri. «La colpa non è delle multinazionali ma del clima anti-business. Se non tornano gli investimenti in Italia, non ce n’è per nessuno. Solo con gli investimenti si può ricominciare a creare posti di lavoro che al momento si stanno spostando dall’Europa, alla Cina e all’India». La ricetta per attrarre risorse, è quella di non tirarsi la zappa sui piedi.  «La catastrofica situazione di Marghera è un paradosso tutto italiano: quante Marghera – si chiede Scaroni – ci sono in Italia e quante ancora ce ne saranno se non impariamo ad attrarre investimenti e a generare occupazione?» A Marghera «a causa di dibattiti trentennali, tutte le multinazionali sono andate via». Idem nel caso del nucleare «abbiamo chiuso le centrali e nessuno al mondo lo ha mai fatto, neppure nei momenti più difficili».  Consenso. Le parole di Scaroni trovano la piena approvazione di Luigi Brugnaro, presidente di Confindustria Venezia. «Quello che dice è vero. In questo territorio quando ci si muove, ti danno addosso e vince chi urla più forte. La nostra associazione sta facendo un grande lavoro per attrarre investimenti a Venezia, stiamo guardando avanti, ma bisogna bloccare il partito dei no e dei rinvii. Questo concetto non vale solo per Marghera, ma anche per altri interventi, come il corridoio 5 che è indispensabile per il territorio. Dobbiamo puntare su costi e tempi certi».
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L’Udc boccia la bozza di Brunetta: «Uno statuto speciale per Venezia»

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Il gazzettino di Venezia e Mestre, 30 Ottobre 2010, pagina 2
Una proposta irricevibile. L’Udc boccia la bozza delle nuova legge speciale elaborata dal ministro Renato Brunetta, che il 12 novembre sarà in consiglio comunale per illustrare i passaggi salienti ai consiglieri. E in quell’occasione il partito chiederà una inversione di marcia e di filosofia per arrivare a dare uno statuto speciale a Venezia. Ne hanno parlato giovedì sera in sala San Leonardo gli assessori comunali al Turismo e alla Mobilità, Roberto Panciera e Ugo Bergamo, il capogruppo in Comune Simone Venturini, il consigliere comunale Ennio Fortuna, il segretario provinciale Luca Scalabrin e il responsabile della sezione di Venezia Michele Scibelli. Tante le critiche sollevate: dal fatto che il porto off shore sarà pronto forse – hanno detto – fra 40 anni e quindi al momento resta un’ipotesi, alla creazione di «carrozzoni» che di fatto porterebbero al commissariamento della città, dal fatto che alla fine saranno i veneziani a pagare i balzelli (sulle crociere in partenza da Venezia e sui treni), alla mancanza di sostegno per contrastare l’esodo dei residenti e delle attività. «Non ci credo agli interventi dello Stato, disilludetevi su questo – ha detto Fortuna – ma la cosa più assurda e contraddittoria è che la tassa non sarà sui turisti ma peserà sui veneziani. E allora ripristiniamo davvero l’idea di una imposta di soggiorno o una analoga. Facciamo pagare gli alberghi, i ristoranti, i negozi, prenderemmo un sacco di soldi e limiteremmo il turismo becero». Bergamo ha contestato la sostanza della proposta di legge, ma anche la tecnica legislativa, che ha definito «del tutto carente». «Secondo me è una grande presa in giro dire che l’1 per cento delle risorse dell’off shore sarà una cifra che va dai 40 agli 80 milioni di euro, vuol dire che i ricavi dovrebbero essere di 8 miliardi di euro – ha attaccato il senatore – il “ghe pens mi” non mi piace a nessun livello. Va cambaito l’impianto della proposta di legge, Venezia deve diventare una città a statuto speciale, con poteri di governance sulla terra e sull’acqua».

«Una sola autorità per tempi più certi»

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IL WATERFRONT. Per Alessio Vianello, ex assessore e avvocato di molte aziende, la nuova Legge speciale dovrà razionalizzare
Il Gazzettino di Venezia e Mestre, 30 Ottobre 2010, pagina 2
Dice che Marghera non si salva con le parole, e di essere convinto che può avere un futuro industriale. Alessio Vianello, 43 anni, è stato assessore a Industria e Ambiente nella prima Giunta Cacciari e nel 1998 ha partecipato alla definizione del primo Accordo di programma sul futuro della chimica di Marghera. Oggi, come avvocato, si occupa dei destini di molte aziende locali e internazionali, e in politica è tra i fondatori del movimento Verso Nord, ancora una volta assieme a Massimo Cacciari.
I fatti sembrano andare nella direzione opposta: lavoratori che perdono il posto e poche certezze all’orizzonte. Di industriale qui sembra esserci solo il passato più che il futuro.
      «Invece ce ne sono due di certezze. La prima è che già nel 1998 era chiaro a tutti che il sistema che reggeva il petrolchimico si stava sgretolando. La seconda è che oggi un progetto industriale su Marghera c’è, ed è quello di trasformare Marghera nel perno di una piattaforma logistica di tutto l’Alto Adriatico per 5 milioni di container l’anno dal Far East verso l’Europa centrale e dell’Est, e quindi realizzare qui, nei prossimi dieci anni, il processo che in altre grandi aree logistiche europee, ad esempio ad Anversa, ha portato a dare lavoro a migliaia di persone. E lì non si sognerebbero mai di dire che la logistica non è industria».
Oggi Venezia movimenta 370 mila container, e francamente 5 milioni di container a Marghera non ce li vede nessuno. Quindi lei da ragione al presidente dell’Autorità portuale, Paolo Costa, quando sostiene che bisogna unire gli scali dell’Alto Adriatico.
      «Non solo. Io penso che si debba costituire un’unica Autorità portuale dell’Alto Adriatico, così si risparmiano anche spese. E, dirò di più, di tutti i porti dell’Alto Adriatico, Marghera è l’unico che abbia mille ettari da rendere disponibili per la logistica».
Parte di quei mille ettari, però, oggi sono occupati dalle industrie.
      «È vero, infatti il processo sarà graduale. Quando, però, avremo un sistema logistico che funziona con standard internazionali (gli stessi di Shanghai o Rotterdam), le grosse imprese manifatturiere del Nord Est (Geox, De Longi, Coin… ) sposteranno immediatamente il loro centro logistico qui a bordo banchina per fare l’assemblaggio dei prodotti e le ultime lavorazioni».
Grazie tante, ma fuori della porta ci sono centinaia di persone che stanno perdendo il lavoro, e non hanno certo dieci anni a disposizione per aspettare.
      «Non è colpa mia se si sono persi gli ultimi dieci anni. Il sistema delle istituzioni tutto, dal Governo fino al Comune, oltre a Sindacati e Confindustria, hanno lavorato solo nella pur necessaria difesa dei posti di lavoro della chimica, trascurando di seguire l’unico progetto di riconversione industriale che era quello della logistica. Non è un caso che se ne parlasse già si nel 1998».
D’accordo, ma che fare oggi?
      «Bisogna continuare a difendere fino all’ultimo posto della chimica con determinazione, ma allo stesso tempo devono spingere molto di più sull’acceleratore per attrarre grossi operatori internazionali nel settore della logistica. E questo si fa creando un sistema di stabilità istituzionale e condivisione (il famoso allineamento, ma che sia vero) per dare certezza agli investitori e non l’impressione di una città spaccata, prima tra sostenitori della chimica e dell’ambiente, oggi tra sostenitori della chimica e della logistica».
E le autorizzazioni che non arrivano mai?
      «Ci penserà la nuova Legge Speciale che dovrà introdurre un’unica autorità per rilasciare in tempi brevi e certi un’unica autorizzazione ambientale ed edilizia, oltre naturalmente a definire l’uscita dal Sin, il Sito di interesse nazionale».
L’unico progetto che oggi si sente in giro, però, è quello dell’Autorità portuale. Può bastare questo a dare un futuro a questi duemila ettari? Altre voci da istituzioni e forze economiche non ne sono arrivate.
      «Ovviamente no, non basta. Questo progetto può occupare una parte dei duemila ettari, fino alla metà, non di più. Ci sono almeno altri tre perni della riconversione. Uno riguarda la zona più vicina alla città, è la trasformazione dell’intero waterfront, dell’intera isola dove c’è la raffineria, in un nuovo quartiere urbano della città, affacciato sulla laguna e su Venezia. Questo significa fare ciò che era già previsto dall’Accordo del 1998, chiudere la raffineria approfittando della creazione del porto offshore, e salvaguardando i posti di lavoro. Il secondo perno è la creazione di un’area di entertainment, per il divertimento, come in tutte le grandi città del mondo, un po’ come il porto vecchio di Genova. Terzo: trasferire la stazione Marittima passeggeri a Marghera realizzandone una da due milioni di passeggeri».

Ecofurbo multato: tradito dalle ricevute

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AMBIENTE. Aveva gettato rifiuti nel fosso
Il gazzettino di Venezia e Mestre, 30 Ottobre 2010, pagina 17
MOGLIANO – (N.D.) Tempi duri per gli ecofurbi. E’ stato “pizzicato” dalla polizia locale di Mogliano l’uomo che nei giorni scorsi ha gettato una decina di borse di rifiuti nel fossato ad ovest di via Malombra nella frazione di Zerman.
Si tratta di un moglianese alla cui identità sono risaliti gli agenti della polizia locale ispezionando il contenuto delle borsette abbandonate. Tra le immondizie e carte varie sono state ritrovate alcune ricevute di pagamento che non hanno lasciato dubbi sull’identità dell’ecofurbo, che se la caverà con una multa da 50 euro. C’e da dire che gli è andata bene perchè con il nuovo regolamento (deliberato dalla giunta) la sanzione salirà a 500 euro oltre alla denuncia. L’assessore alle politiche ambientali, Davide Bortolato, aveva promesso tolleranza zero. “Non è ammissibile che ci sia ancora gente che i comporta in questo modo. L’amministrazione spende 10 mila euro l’anno per recuperare i rifiuti abbandonati sul territorio. Sono soldi che poi gravano sulle bollette della Tia (Tassa Igiene Ambientale, ndr) a carico di tutti i cittadini. In città funzionano i servizi della raccolta porta a porta, le isole ecologiche nelle aree condominiali e l’Ecocentro di via Ronzinella dove e possibile conferire anche gli ingombranti e la frazione verde dei rifiuti. Siamo grati all’azione della polizia locale e al comandate Stefano Forte che stanno attuando controlli per prevenire ed eventualmente sanzionare gli ecofurbi”. L’assessore Bortolato invita i cittadini a segnalare comportamenti contrari al rispetto dell’ambiente.

Giocattoli tossici e pericolosi, ai negozi un milione di multa

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Spot con i comici per dire a genitori e nonni di leggere l’etichetta. I dati della Camera di commercio: sei su dieci sono fuori norma
Il Corriere del Veneto, 30 ottobre 2010, sezione CRONACA
MESTRE — Orsetti sintetici che provocano allergie, accessori di bambole che rischiano di essere ingoiati e pupazzi riempiti con polveri di gesso e altre sostanze tossiche. E ancora automobiline radiocomandate che vanno in cortocircuito, batterie che rilasciano liquidi sospetti e bigiotteria non a norma. Sono giochi pericolosi quelli potrebbero ricevere i bambini a Natale: tra i prodotti controllati dalla Guardia di Finanza e dalla Polizia Municipale dopo le segnalazioni dei consumatori nove su dieci sono risultati non a norma o addirittura tossici. E se i controlli vengono fatti quando ci sono già sospetti che hanno portato a comminare oltre un milione di euro di multe in meno di tre anni, va detto che i prodotti a rischio sono circa il 60 per cento di tutti quelli in commercio. «Sei giocattoli su dieci presentano difetti o non rispettano la normativa europea», dice il responsabile della vigilanza sui prodotti della Camera di Commercio di Venezia Stefano Franceschetto. Dietro ai teneri bambi di peluche o ai pesciolini colorati della Sirenetta infatti ci sono gli ingranaggi delle gigantesche fabbriche cinesi e gli operai che non sempre hanno l’ordine di rispettare le normative sulla sicurezza.
D’altro canto secondo i dati presentati dall’Ente camerale il 99 per cento dei giocattoli in circolazione in Veneto e il 70 per cento del materiale elettrico di consumo sono ormai di produzione cinese. E a giudicare dall’ultima operazione della Guardia di Finanza padovana, che proprio ieri notte ha sequestrato centomila pezzi fuori legge destinati per la maggior parte alle bancarelle di Natale, i rischi per i bambini sono destinati ad aumentare proprio con le feste. «E’ importante che nonni e genitori controllino attentamente le confezioni prima di acquistare qualunque prodotto — spiega l’avvocato Mario Feltrin che dirige il dipartimento della tutela del mercato per conto della Camera di commercio e che ha lanciato ieri una campagna di pubblicità progresso interpretate da vari attori comici e che verranno trasmesse delle televisioni locali — tutelare i bambini significa difendere le imprese che lavorano onestamente sul territorio». Come ricordano gli spot con ironia il miglior alleato del consumatore è il consumatore stesso. Prima di impacchettare i regali di Natale soprattutto per i più piccoli dunque bisogna controllare attentamente la presenza del marchio C.E., l’indirizzo dell’importatore e che le istruzioni stampate sulla confezione siano in italiano. «Così si è sicuri che i giocattoli non siano pericolosi», conclude il vicecomandante della polizia municipale di Venezia Alfonso Garlisi. Per il resto ci penseranno i controlli della Camera di commercio tramite la Guardia di Finanza e la polizia municipale.
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