Bettin: «Risolto il problema Sg31, l’obiettivo è il rifiuto a km O»

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Il Gazzettino di Venezia e Mestre, 30 settembre 2010, pagina 16
MARGHERA. Dopo aver disinnescato la «bomba Sg31», si proceda verso il «rifiuto zero» ovvero verso la riduzione a monte dei rifiuti, sia urbani che industriali. L’assessore comunale all’Ambiente, Gianfranco Bettin, all’indomani della notizia dell’accordo tra Comune, Regione e Veritas che allontana i rifiuti pericolosi del Veneto dall’Sg31 di Porto Marghera, fa un ragionamento di prospettiva. «Occorre contrastare gli imballaggi eccessivi, bandire i sacchetti di plastica, sviluppare la raccolta differenziata, portando Venezia – scrive in una nota Bettin – al vertice tra le città medio grandi, potenziare la capacità di recuperare materia dai rifiuti, sviluppando il distretto del riciclo a Porto Marghera, puntando a ridurre progressivamente i rifiuti prodotti e gli scarti residui, nella logica di “rifiuti zero”». Secondo l’assessore, bisogna arrivare anche a ridurre i rifiuti di origine industriale, modernizzando gli impianti esistenti. Un processo da attuare sotto la regia di soggetti pubblici. «Solo a queste condizioni – conclude – la svolta che può realizzarsi con l’accordo appena raggiunto sulla vicenda SG31 e inceneritore di rifiuti urbani potrà dare risultati decisivi. La partecipazione e la mobilitazione dei cittadini, il coinvolgimento delle istituzioni, la trasparenza degli atti e delle decisioni sono condizioni fondamentali per giungere a questo risultato.»

Pellestrina, l’incubo della diossina: cittadini e politici minacciano la class action

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Il presidente della Municipalità Vianello: «In questi anni silenzio scandaloso». Cittadini, associazioni e ambienti politici minacciano l’azione legale collettiva
la Nuova di Venezia — 30 settembre 2010   pagina 20   sezione: NAZIONALE
PELLESTRINA. L’incubo diossina sta provocando rabbia e timori sull’isola di Pellestrina. Le prime reazioni ieri, dopo le notizie relative alla nube che avrebbe raggiunto nel luglio di tre anni fa l’area di San Pietro in Volta dopo il rogo alla Polimeri di Marghera. Ciò ha scatenato dure reazioni.  Cittadini, associazioni e ambienti politici minacciano l’azione legale collettiva. «Come presidente della Municipalità e come cittadino di Pellestrina farò di tutto per scoprire come stanno davvero le cose – taglia corto Giorgio Vianello – Se è vero quanto sta emergendo dal processo, è una pura follia che non si sia detto nulla alla gente. Qui ci sono i termini per arrivare a una class action da parte dei residenti. Adesso cercheremo di ragionare sul da farsi. Di sicuro potrebbero partire delle raccolte di firme, ma tutto ciò è scandaloso. Perchè Comune, Asl 12 e altri enti preposti non hanno parlato alla popolazione? Forse aspettavano che la cosa finisse nel dimenticatoio o nemmeno loro sapevano perchè altri hanno taciuto?». Il timore principale, adesso, è quello legato alla salute dei cittadini. «Come prima cosa interpelleremo i medici di base e gli ospedali per capire se si sono manifestate patologie particolari in questi ultimi tre anni – garantisce Vianello – ma si dovrà andare a fondo della vicenda». Oggi il problema finirà anche sui banchi del Consiglio comunale a Cà Farsetti. «E’ il minimo – sostiene il consigliere Alessandro Scarpa “Marta” – Già tre anni fa chiedemmo spiegazioni, ma tutto finì senza esito. Adesso salta fuori che ci sono state misurazioni oltre ogni limite, situazione che a Pellestrina ci spinge nella direzione di rivolgerci agli avvocati per tutelare gli abitanti esposti alla diossina senza saperlo. Ne chiederò conto al sindaco Orsoni. Ma in quel periodo dove erano Cnr, Arpav, Asl 12, Comune e gli altri enti preposti al controllo? Non si può giocare con la salute della gente e, vista la sostanza di cui si parla, con la vita stessa delle persone». La diossina è infatti una delle sostanze tossiche più pericolose. Molte zone di San Pietro in Volta sono adibite a orti privati, e c’è chi ora teme si essersi cibato di prodotti divenuti pericolosi per la salute. «Non sappiamo più cosa dire o fare, sembra che la cattiva sorte si sia accanita su quest’isola – commenta Lorenza Vianello dal direttivo dell’associazione Tra Mare e Laguna – Non bastavano la crisi economica, i problemi della pesca, la chiusura dei Cantieri De Poli e le tante famiglia rimaste senza lavoro. Poi ci si è messa la tromba d’aria di due mesi fa, e adesso scopriamo di essere stati esposti alla diossina. Sinceramente non ne possiamo più e non sappiamo a chi appellarci. Ma perchè non ci è stato detto nulla e lo scopriamo solo adesso, a tre anni di distanza, che siamo stati investiti in pieno da una nube tossica?». Ieri sull’isola non si parlava d’altro nella preoccupazione generale. D’altro canto, secondo i tecnici del Magistrato alle Acque che hanno raccolto i dati dalle centraline poste a Pellestrina, nei giorni successivi all’incendio, i valori di diossina riscontrati sull’isola – in particolar modo nella zona di San Pietro in Volta – sono stati cento volte superiori ai limiti di legge. E dalle immagini ricavate dai satelliti che il giorno dell’incendio alla Polimeri fotografarono l’area di Pellestrina, si vedrebbe chiaramente la nube sopra San Pietro in Volta. Ma di tutto ciò, la popolazione non venne minimamente a conoscenza.
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Quel rogo nel 2007

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la Nuova di Venezia — 30 settembre 2010   pagina 20   sezione: NAZIONALE
PELLESTRINA. E’ il 3 luglio del 2007 quando una nube di fumo nero si solleva dall’area del Petrolchimico di Marghera. Scatta l’allarme e si viene poi a sapere che un incendio si è verificato al cracking della Polimeri Europa. A provocarlo, la fuoriuscita di olio grezzo da una tubatura. Al processo in corso, per il quale vi sono sei indagati, dopo la relazione arrivata sul tavolo del pm Lucia D’Alessandro, in merito alla nube di diossina finita su San Pietro in Volta, l’accusa verso i sei dirigenti e dipendenti per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio è passata da incendio colposo a disastro colposo.
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FOGLIE ARTIFICIALI CHE PRODUCONO ENERGIA

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 Da Energheia Magazine, 30 settembre 2010
Foglie artificiali in grado di produrre energia elettrica a partire dalla luce: è l’ultima creazione dei ricercatori del North Carolina State University. La ricerca condotta dagli studiosi mostra come sia possibile realizzare dispositivi fotovoltaici imitando la natura e apre la strada ad una nuova generazione di celle solari.
I dispositivi si compongono di un gel acquoso in cui sono immerse molecole di clorofilla, sensibili alla luce, ed elettrodi ricoperti da uno strato di nanotubi di carbonio o di grafite. Colpite dai raggi solari, le molecole di clorofilla producono energia con un meccanismo simile a quello utilizzato dalle piante per produrre l’energia indispensabile alla loro sopravvivenza.
L’uso pratico di questa tecnologia, tuttavia, è ancora lontano: i ricercatori proseguiranno ora per migliorare tale sistema, lavorando soprattutto sull’efficienza delle foglie artificiali, ancora troppo bassa per applicazioni pratiche.
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BANDO “FUTURO IN RICERCA” 2010

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Da Energheia Magazine, 30 settembre 2010
Cinquanta milioni di euro per il finanziamento di progetti di ricerca fondamentale. Per favorire il ricambio generazionale e il sostegno alle eccellenze scientifiche emergenti presso gli atenei e gli enti pubblici di ricerca afferenti al MIUR, il Ministero ha varato il programma “Futuro in ricerca”.
Il programma si rivolge, tramite tre linee di intervento differenziate, a dottori di ricerca, giovani docenti o ricercatori che si propongano come Responsabili di progetto (Principal Investigator) di progetti di ricerca fondamentale, anche a rete, di durata almeno triennale.
Le tipologie di ricerca ammesse al bando devono rientrare in uno qualsiasi dei settori scientifici definiti dall’European Research Council. Saranno peraltro considerate prioritarie le tematiche relative alle energie alternative e/o sostenibili, all’agricoltura e ambiente, al patrimonio artistico-culturale e ambientale, alla mobilità sostenibile, all’homeland security, alla salute e alle scienze della vita, ritenute strategiche per l’economia nazionale.
Il costo relativo a ciascun progetto deve risultare compreso tra euro 300.000 ed euro 1.200.000.
La scadenza per la presentazione delle domande di finanziamento è fissata al 23 novembre 2010, alle ore 17.00, per i coordinatori di progetto (modello A), e al 15 novembre 2010, alle ore 17.00, per i responsabili di unità (modello B).
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Accordo sull’SG31, solo rifiuti locali

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la Nuova di Venezia — 29 settembre 2010   pagina 28   sezione: CRONACA
MARGHERA. Un nuovo e solo inceneritore al posto di due e la garanzia che Marghera non diventerà la «pattumiera» del resto del Veneto e dell’Italia. Si chiude con la firma di un accordo di programma siglato anche da Veritas, il braccio di ferro tra Comune di Venezia e Giunta regionale sull’utilizzo del forno inceneritore dell’SG31 che da mesi è al centro di roventi polemiche, petizioni e proteste. Il rischio, denunciato dalle associazioni e cittadini che hanno raccolto migliaia di firme e dalla stessa Muncipalità di Marghera, era che l’inceneritore del Petrolchimico venisse potenziato e utilizzato per bruciare fino a 100 mila tonnellate annue di rifiuti speciali e pericolosi rifiuti provenienti da altre regioni italiane, intasando ulteriormente le strade di camion e appestando ancor più l’aria di Marghera.   L’intesa raggiunta. L’accordo siglato dopo una lunga e complessa trattativa da Comune, Regione e Veritas garantisce che l’SG31 «tratterà tutti, ed esclusivamente», i materiali di rifiuto che provengono dall’area veneziana e comporterà la chiusura dell’attuale inceneritore di rifiuti «tali e quali» di Veritas, situato a Fusina, con il relativo camino. In sostanza l’accordo prevede che nel giro di un paio d’anni, il forno inceneritore della piattaforma ambientale SG31, verrà praticamente ricostruito (con un investimento di circa 20 milioni di euro) per metterlo in grado di bruciare: le 60/70 mila tonnellate annue di fanghi biologici prodotti da Venezia al Pif (il megadepuratore di Fusina), dalla rete fognaria urbana, dalle industrie ancora funzionanti al Petrolchimico e i «fanghi rinvenienti» dall’escavo dei canali lagunari. A ciò si aggiungeranno circa 50 mila tonnellate annue di rifiuti «tali e quali» che ora vengono bruciati nell’inceneritore di Veritas a Fusina e in futuro verranno trasformate in cdr (combustibile da rifiuti) negli impianti (sempre di Veritas) che già li producono e che vengono utilizzati nella vicina centrale dell’Enel, Palladio.   Gestione Veritas. In sostanza, sarà Veritas – attraverso una nuova società di cui farà parte anche Sifa (Regione) – a gestire la piattaforma dell’SG31 (ora gestita da una società terza, la Simagest) per smaltire solo rifiuti prodotti a livello urbano. In questo modo Veritas potrà chiudere l’attuale inceneritore (in funzione, dal 1999, a Fusina e in attesa di un costoso intervento manutentivo) e non smaltirà più in altri siti (a costi salati) i fanghi della rete fognaria urbana. All’SG31 andranno solo rifiuti selezionati (il cdr, senza plastiche e metalli) che serviranno a sostituire il gas metano utilizzato dall’inceneritore e produrranno, a loro volta, energia e vapore che sarà possibile vendere ad Enel.   I commenti. «E’ una soluzione che tranquillizza tutte le parti in causa e fuga i timori di un conferimento esterno – ha commentato l’assessore regionale alla Legge Speciale, Renato Chisso – e che permetterà ulteriori miglioramenti ambientali e territoriali».   I commenti. L’ assessore comunale Gianfranco Bettin annuncia che a fronte dell’intesa raggiunta, il Comune ritirerà il ricorso al Tar contro il precedente piano di «reevamping» dell’SG31, e aggiunge: «con l’accordo appena firmato, sul quale c’è anche l’assenso dell’assessore provinciale Dalla Vecchia, avremo tutti la certezza che verranno trattati esclusivamente materiali di origine locale, mentre l’intera situazione verrà tenuta costantemente sotto controllo dal punto di vista ambientale». Soddisfatto l’amministratore delegato di Veritas, Andrea Razzini, che commenta: «Si tratta di un accordo vantaggioso per i cittadini perché chiude il ciclo dei rifiuti a livello locale, tenderà a stabilizzare il costo della tariffa di igiene pubblica e permetterà di chiudere l’attuale inceneritore di rifiuti non selezionati e il suo camino».
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All’ Sg31 solo rifiuti di casa nostra

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MARGHERA Firmato un accordo tra Comune e Regione per l’impianto da 100mila tonnellate.
Scampato il pericolo di far arrivare scarti industriali pericolosi provenienti da altre parti d’Italia

Il Gazzettino di Venezia e Mestre, 29 Settembre 2010, pagine 1 e 14
La bomba è stata disinnescata. L’Sg31, l’inceneritore che doveva trattare 100 mila tonnellate all’anno di veleni provenienti dalle fabbriche di tutta Italia, brucerà solo rifiuti normali. Di casa nostra. Diventerà cioè l’impianto che sostituisce il vecchio inceneritore della Veritas di Fusina, che sarà chiuso.
Ieri l’assessore regionale alla Legge speciale Renato Chisso e l’assessore comunale all’Ambiente Gianfranco Bettin hanno siglato un accordo storico, che toglie dal mercato dello smaltimento dei veleni industriali l’impianto Sg31. Vuol dire che non potrà essere utilizzato per smaltire o lavorare o incenerire rifiuti provenienti da fuori comune.
L’Sg31 – spiega Bettin – sarà dedicato per metà alla lavorazione dei fanghi provenienti dall’escavo dei rii veneziani e della laguna e per metà ai rifiuti solidi urbani che adesso vengono trattati e bruciati a Fusina. I conti sono questi – sintetizza Bettin – Si prevede che il Piano integrato di Fusina produca circa 30-40 mila tonnellate all’anno di fanghi, che saranno smaltiti all’Sg31. L’impianto ha una capacità di 100 mila tonnellate. La differenza salta fuori dai rifiuti solidi urbani. Venezia produce circa 300 mila tonnellate di spazzatura all’anno. 200 mila già adesso diventano combustibile per la centrale Enel di Fusina. Ne restano 100 mila che, una volta lavorate e trasformate in combustibile, si riducono a 60 mila tonnellate all’anno. Che saranno bruciate all’Sg31.
Ma chi controlla che la bomba Sg31 sia disinnescata sul serio?
Per evitare sorprese, Renato Chisso e Gianfranco Bettin hanno deciso di costituire una società ad hoc, formata da Regione, Comune e Veritas, con la partecipazione – ma in quota di minoranza – dei privati. Questa nuova società si occuperà della gestione dell’Sg31. In questo modo ci sarà un controllo pubblico totale su tutto quel che succede all’Sg31. «E’ una soluzione che tranquillizza tutti e fuga i timori dell’arrivo da fuori Venezia di sostanze pericolose – ha commentato con soddisfazione Renato Chisso – e che permette ulteriori miglioramenti ambientali e territoriali per la nostra città».
«Si volta pagina e si passa dalla preistoria alla storia – commenta Bettin – Vuol dire che togliamo di mezzo il vecchio inceneritore e che risolviamo a valle il problema della produzione di rifiuti di casa nostra. Ma siccome non basta, puntiamo a risolvere il problema anche a monte, aumentando la raccolta differenziata». Intanto prendiamo nota del pericolo scampato, Marghera non riporta indietro le lancette dell’orologio ai tempi dell’amianto e dei fanghi tossici, dell’arsenico e cvm. Marghera insomma, non si brucia il suo futuro all’Sg31. E i medici di base, i pediatri, i comitati dei cittadini che si sono mobilitati per fermare il progetto dell’Sg31 possono tirare un respiro di sollievo.

Rogo alla Polimeri Europa, per il pm fu disastro colposo

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Il Gazzettino di Venezia e Mestre, 29 Settembre 2010, pagina 13
Si fanno più pesanti le accuse formulate nei confronti dei sei imputati che la procura di Venezia chiede di processare in relazione alll’incidente del 3 luglio del 2007 allo stabilimento di Porto Marghera della Polimeri Europa.
Nell’udienza di ieri mattina, davanti al giudice per l’udienza preliminare Antonio Liguori, il pm Lucia D’Alessandro ha contestato loro, infatti, un reato supplementare: all’ipotesi di incendio colposo inizialmente ipotizzata ha aggiunto quella di disastro colposo, sulla base dei dati rilevati in atmosfera da una centralina di controllo dell’aria, quella di Pellestrina, che evidenziano la presenza di gas saturi sopra la norma provenienti dalla combustione. La difesa degli imputati, rappresentata dagli avvocati Carlo Federico Grosso, Giovanni Cesari e Luigi Stella, ha quindi chiesto un termine per poter studiare la nuova accusa e l’udienza è stata aggiornata al prossimo 12 ottobre.
Prima della contestazione suplettiva, hanno chiesto di costituirsi parte civile al processo la Provincia di Venezia, l’avvocatura dello Stato, per conto della Presidenza del Consiglio e del ministero dell’Ambiente, Legambiente e Wwf. Erano presenti anche i legali di Polimeri Europa e di Eni spa (socio unico di Polimeri), chiamati in causa in qualità di responsabile civile, ovvero i soggetti che dovranno rispondere, in caso di condanna, del risarcimento degli eventuali danni che dovessero essere accertati. Il gup deciderà il 12 ottobre in merito all’ammissibilità delle parti civili.
Il pm D’Alessandro ha chiesto il rinvio a giudizio di di sei persone, tra dirigenti e responsabili dello stabilimento di Marghera, ritenendo che l’incendio nello stabilimento Polimeri sia stato provocato dal guasto ad una valvola, conseguente ad una carente manutenzione dell’impianto. La difesa replica sostenendo che la fuoriuscita di olio che ha provocato l’incendio è stata causata da una fessurazione interna al tubo, derivante da un difetto di fabbricazione, non visibile dall’esterno, per cui sarebbe stato impossibile qualsiasi intervento di prevenzione. Secondo l’azienda non vi sarebbe stato alcun inquinamento dell’ambiente in quanto l’incendio è stato subito circoscritto.

Sì al mega inceneritore, rifiuti solo da Venezia

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Sg31, accordo tra Regione e Comune: ritirato il ricorso. Chiude l’impianto di Veritas. Bettin: «Passiamo dalla preistoria alla storia». Razzini: «Risparmieremo»
Il Corriere del  Veneto, 29 settembre 2010, sezione cronaca di Venezia e Mestre
VENEZIA — Stop a Marghera «pattumiera del Veneto e d’Italia». Via libera ad un inceneritore «a chilometro zero». E, soprattutto, un impianto al posto di due. Il Comune di Venezia così ripone le armi — e il ricorso al Tar del Veneto, che verrà ritirato da Ca’ Farsetti — e trovano la quadra insieme alla Regione Veneto per risolvere la questione dell’Sg31, l’inceneritore di Porto Marghera che ad inizio anno, tra le polemiche, era stato autorizzato da Palazzo Balbi ad aumentare la quota di rifiuti da bruciare da 30 a 100 mila tonnellate. La Regione consentiva a Sifa di bruciare «rifiuti speciali», anche provenienti da fuori Venezia, ma tutto viene messo da parte con l’accordo di ieri, firmato dall’assessore regionale alla Legge speciale Renato Chisso, dall’assessore comunale all’Ambiente Gianfranco Bettin e dall’amministratore delegato di Veritas Andrea Razzini. «E’ una soluzione che tranquillizza tutti e che permette ulteriori miglioramenti ambientali e territoriali», commenta con soddisfazione Chisso. «Avremo tutti la certezza che verranno trattati esclusivamente materiali di origine locale – aggiunge Bettin – l’intera situazione verrà tenuta costantemente sotto controllo, eliminando le motivazioni che avevano indotto il Comune a presentare ricorso». L’accordo, messo a punto da Veritas, prevede appunto la chiusura del proprio inceneritore, che attualmente brucia circa 40/50 mila tonnellate di rifiuti all’anno e la concentrazione di tutti i rifiuti nell’Sg31, opportunamente rinnovato. In questo modo — fa i conti Razzini—l’impianto potrebbe arrivare a bruciare circa 70/80 mila tonnellate annue di fanghi, ovvero la somma tra circa 40 mila tonnellate di origine civile e 30/40 mila di tipo industriale. In questo modo, dunque, l’Sg31 sarà «riempito» («le 100 mila tonnellate sono il massimo teorico », spiega Razzini) interamente con rifiuti di provenienza veneziana. E tra l’altro nell’accordo c’è pure l’utilizzo, come combustibile per l’impianto al fianco del gas, di circa 50 mila tonnellate di Cdr, quel «combustibile da rifiuti» che Veritas già vende all’Enel per circa 70/80 mila tonnellate all’anno. E anche qui si chiude un’altra cerchio, perché in questo modo l’azienda multiservizi veneziana impiega quasi interamente in laguna le 150 mila tonnellate di Cdr prodotte nei propri impianti. Il nuovo Sg31, per il quale serviranno altri sei mesi di progettazione e che potrebbe essere operativo tra un anno, sarà gestito da una società mista formata Veritas e Sifa, l’attuale gestore. Chiuderà invece i battenti l’inceneritore Veritas. «E’ evidente che avere un solo camino sarà meglio che averne due – dice Razzini – Noi ci stavamo preparando a sostituire il nostro inceneritore quando fosse arrivata l’ora, tra due o tre anni». L’impianto era infatti stato autorizzato dalla Regione nel 1993 ed è in esercizio da una quindicina di anni. «Comune e Regione ci hanno incaricato di risolvere l’impasse e così abbiamo elaborato questa proposta, in un momento di “follia”. O, forse, d’intelligenza», ironizza l’ad di Veritas. Quanto agli effetti sulle bollette, è un po’ presto per dirlo. «Risparmieremo l’investimento nel nuovo impianto, inoltre averne uno solo porta delle economie – continua il manager – Non abbiamo fatto conti precisi, ma di sicuro la bolletta non aumenterà, oltre alla salvaguardia ambientale». «Passiamo dalla preistoria alla storia – aggiunge Bettin – questo accordo crea un miglioramento generale». Soddisfatto anche l’assessore provinciale all’Ambiente Paolo Dalla Vecchia, che aveva manifestato la sua contrarietà all’ipotesi: «E’ una soluzione positiva, che dimostra che i territori se affrontano i problemi con determinazione e rigore riescono a gestirli al meglio». «E’ una svolta vera per Marghera, la Regione ha fatto una significativa marcia indietro rispetto all’idea di forzare la mano con le solite cordate private per creare un polo di rifiuti industriali tossico-nocivi – dice Beppe Caccia, consigliere comunale di In Comune e da sempre in prima linea contro l’Sg31 – E’ stato ritrovato un clima di collaborazione con una soluzione che migliora la qualità dell’aria».
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Una pianta su cinque rischia di scomparire.

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La ricerca effettuata in vista del vertice sulla biodiversità che si terrà in Giappone: sulle quattromila piante esaminate il 22% è stato classificato come “minacciato”. E la colpa è dell’uomo
La Repubblica, 29 settembre 2010, sezione AMBIENTE
E’ l’anno dedicato alla difesa della biodiversità e il 18 ottobre a Nagoya, in Giappone, si terrà il vertice per la tutela delle specie che popolano il pianeta. Ma, a fronte dei proclami di buone intenzioni, la brutale logica dei numeri mostra come, sotto la spinta vorace della specie umana, le altre arretrino a una velocità impressionante.
La conferma di questa tendenza viene da uno studio condotto su un campione di piante selezionato da tre prestigiose istituzioni, i Royal Botanical Gardens, il Museo di storia naturale britannica e l’Unione
internazionale per la conservazione della natura. Lo studio, durato cinque anni, ha preso in considerazione 1.500 specie di  grandi famiglie di piante (muschio, licheni, leguminose, conifere e orchidee) e il risultato è allarmante: una pianta su cinque rischia di scomparire.
Entrando nel dettaglio della lista rossa si scopre che delle 4 mila piante esaminate il 22% è classificato come “minacciato”. Di questo totale, il 4% si trova “in serio pericolo”, il 7% è “in pericolo ” e l’11% è “vulnerabile”. Nell’81 per cento dei casi la colpa è degli esseri umani: i principali imputati sono agricoltura intensiva , allevamento, disboscamento, urbanizzazione. Tra le piante più minacciate troviamo le conifere, mentre la foresta tropicale umida è la più degradata della Terra.
La ricerca sottolinea anche i limiti delle nostre attuali conoscenze: una pianta su tre non è abbastanza studiata per poter misurare il suo stato di conservazione e tra il 20 e il 30% delle specie vegetali non è stato ancora catalogato: molte spariranno prima di essere conosciute. E con loro rischiano di sparire i principi attivi fondamentali per l’industria che studia nuovi preparati per combattere le malattie oggi senza cura (circa la metà dei prodotti farmaceutici ha un’origine naturale).
La ricerca dei botanici britannici è una fotografia del presente. Ed è già abbastanza preoccupante. Ma se si incrociano questi dati con le proiezioni dei climatologi delle Nazioni Unite otteniamo un quadro ancora più allarmante che ha indotto molti biologi a parlare del rischio di sesta estinzione di massa nella storia del pianeta, la prima determinata dall’uomo.
Alla distruzione degli habitat, all’inquinamento e alla caccia, che rappresentano oggi i fattori di rischio
dominanti, si sta aggiungendo infatti il caos climatico prodotto dall’uso dei combustibili fossili e dalla
deforestazione. La prospettiva è quella di un aumento di temperatura che nell’arco del secolo, a secondo della nostra capacità di correggere la rotta, potrà variare dai 2 ai 6 gradi. E adeguarsi a un cambiamento così veloce per molte specie sarà impossibile: il salto termico si trasforma in una trappola mortale. Nell’ipotesi peggiore fino a sette specie su dieci potrebbero scomparire.
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