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A Monselice, contro il cementificio che vuol bruciare i rifiuti

Maggio 28, 2010

Da Carta – 27/05/2010 – Giulio Todescan – www.carta.org

Sabato 29 maggio a Monselice si gioca una partita importante nella battaglia contro il «revamping» dell’Italcementi, il progetto di ristrutturare l’esistente cementificio con una nuova torre alta 122 metri e l’apertura a nuovi materiali da bruciare, compreso il cdr, ovvero i rifiuti. La manifestazione [partenza alle 16.30 da piazza Mazzini] di sabato nella cittadina della bassa padovana arriva in un momento di forti contrapposizioni: negli ultimi giorni c’è stato il voto a sorpresa del consiglio comunale che ha bocciato il progetto Italcementi, spaccando la maggioranza del sindaco di centrodestra Francesco Lunghi; c’è stata poi la presa di posizione dei consigli pastorali di alcune parrocchie, contrarie; e infine il parere della commissione tecnica del Parco dei colli Euganei, che ha definito il nuovo cementificio «incompatibile» con le finalità del Parco stesso. Ma è esplosa anche la contraddizione più grande, quella fra la necessità di liberarsi di un modello di sviluppo insostenibile e la difesa dei posti di lavoro.

La posizione dei sindacati e dei cento [duecento con l'indotto] lavoratori dei tre cementifici di Monselice si è andata polarizzando in favore del progetto, che prevede altri trent’anni di lavorazione del cemento. Ne parliamo con Francesco Miazzi, consigliere comunale di Città Futura, lo scorso anno sfidante al ballottaggio dell’attuale sindaco, e anima dei comitati che si oppongono al revamping. «Questa è fra le quattro aree più inquinate del Veneto insieme a Porto Marghera, Porto Tolle e la valle del Chiampo. Fra chi verrà alla manifestazione ci sono anche i consigli pastorali del quartiere vicino al cementificio, con i figli di chi ci lavora. Sono ragioni ben radicate quelle del territorio stanco di vivere in un ambiante inquinato – dice Miazzi -. Chiediamo di venire qui sabato perché qui si gioca una battaglia fra le più difficili, dove la contraddizione tra ambiente e lavoro si esprime in modo più doloroso, ma apre anche lo spiraglio per un dibattito finalmente serio sul modello di sviluppo. L’unico parallelo in Veneto si può fare con Porto Marghera, più in grande».

La piccola Marghera della bassa è fatta di tre inceneritori in cinque km quadrati [un record], con emissioni di polveri e diossine superiori in media del 30 per cento rispetto agli inceneritori, perché per fare il cemento si brucia un po’ di tutto: sabbie di fonderia ricche di residui di metalli, gessi chimici provenienti da Marghera, tonnellate di ceneri da tutto il nord Italia. Il nostro paese ha una produzione annua di cemento di 800 kg per abitante, il Veneto 1200. La media europea 400. La crisi e l’aumento dei costi hanno comunque abbattuto la produzione negli ultimi anni, e la risposta per abbattere i costi è il revamping, che aprirebbe alla possibilità di usare il redditizio cdr, i rifiuti da bruciare per fare il cemento. Nel 1996 Italcementi provò ad usare i copertoni esausti, nel 2001 fu la volta delle farine animali, ipotesi sempre respinte. Bruciando i rifiuti, i cementifici ci guadagnerebbero e potrebbero «stare sul mercato» ancora per anni. «Uno dei cementifici di Monselice sta per siglare un accordo con centro trattamento rifiuti di Sarzano [Rovigo] che tratta i rifiuti meccanicamente e li porterà nel cementificio – spiega Miazzi -. Portare i rifiuti in discarica costa 100 euro a tonnellata. Portarla in cementificio solo 50 euro di tonnellata. Invece di usare carbone e pet coke il cementificio riceverebbe soldi per ogni tonnellata smaltita. Per sostituire una tonnellata di carbone servono 2 tonnellate di cdr: doppio guadagno al posto di una spesa».

I 27 comuni della zona, il Parco, le parrocchie, alcune categorie economiche e ora anche il consiglio comunale di Monselice pensano invece che questa crisi sia l’occasione per uscire dalla monocoltura del cemento, anche affrontando il ricatto dei posti di lavoro. «In paese si respira un clima di scontro sociale fortissimo. Ma c’è anche molta partecipazione: il consiglio comunale è stato seguito da 700 persone in in video da un’aula magna, ed è stato trasmesso in diretta tv su Tele Estense – prosegue Miazzi -. Tre quarti della sala era popolazione contraria al revamping, un quarto erano sindacalisti, operai e i loro familiari. L’unico strumento democratico sarebbe il referendum ma nessuno si è sognato di concederlo. D’altra parte nessuno vuole chiudere i cementifici da un giorno all’altro: il documento dei sindaci [di tutti i partiti] pone con forza il discorso di aprire un tavolo e verificare cosa si può fare per l’occupazione. Le mobilitazioni di questi giorni chiedono di sospendere l’iter del progetto per discutere togliendo la pistola dal tavolo».

Dall’altra parte però il sindacato, partendo da posizioni dialoganti, si è irrigidito negli ultimi tempi, appoggiando senza riserve il progetto Italcementi. «Ci sono parti del sindacato meno rigide, ma non si sono ancora evidenziate. Ora c’è un appiattimento tra Cisl e Cgil, che prima facevano dei distinguo, la Cgil è stata contraria all’uso combustibili alternativi, negli anni scorsi. Ma chi era contro copertoni e farine animali ora appoggia il cdr. Le persone però vivono un disagio pesante: quando in una via a ridosso del cementificio hai tre bambini con shock anafilattico, quando la gente chiude le finestre perché arrivano zaffate di aria irrespirabile, il discorso di salvare cento posti di lavoro passa in secondo piano».

La torre di 122 metri che campeggia nei rendering dei progetti Italcementi sarebbe più alta della casa del Petrarca ad Arquà, che si staglia sui colli poco lontani. La torre – che si propone elegante e «firmata» – è percepita da molti come la croce sopra alle speranze del Parco, che negli anni ha costruito una piccola economia di agriturismi, agricoltura di qualità e turismo. L’ultima parola sulla questione la dirà la giunta provinciale di Padova, fra tre mesi. Francesco Miazzi ricorda come trent’anni fa furono chiuse le cave, a Monselice, fra le proteste, e come ora nessuno si sognerebbe di riaprirle.

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Inceneritori, ora basta

Aprile 18, 2010

da Terra – 18/4/2010 – Rossella Anitori – www.terranews.it

Riuscita la manifestazione a Parma

MOBILITAZIONE.
Ieri a Parma la prima manifestazione nazionale contro gli impianti di incenerimento dei rifiuti. Alla giornata di protesta hanno aderito centinaia di comitati provenienti da ogni parte d’Italia.
La loro è una lotta impopolare. Non incontra il favore della politica e le istituzioni preferiscono non sentirne parlare. Portarla avanti è difficile e richiede un grande impegno. Una presenza costante, caparbietà, competenza e coraggio. Eppure, il numero di cittadini disposti a mobilitarsi contro gli inceneritori cresce di giorno in giorno. Ieri, a Parma c’è stata la prima manifestazione nazionale, un appuntamento convocato dal coordinamento locale a cui hanno risposto le tante realtà attive sul territorio. Da Aosta a Palermo i comitati cittadini contro gli impianti di incenerimento rifiuti si contano a centinaia.   E la dinamica con cui entrano in scena è sempre la stessa: in difesa del territorio dove abitano, minacciato dalla mire affaristiche dell’imprenditore di turno, interessato a realizzare l’ennesimo forno in cui bruciare i rifiuti. Del resto in Italia questo tipo di impianti assorbe la maggior parte dei fondi destinati alle energie rinnovabili (Cip 6). Chi investe nella costruzione di un inceneritore è destinato a guadagnare: basti pensare che il proprietario di un impianto può rivendere al Gestore dei servizi elettrici l’energia prodotta a un costo maggiore rispetto a quello di mercato. Usufruendo di tutte le agevolazioni previste per le fonti rinnovabili, anche se di alternativo ha ben poco.   Anzi disincentivano la prevenzione nella produzione dei rifiuti e la raccolta differenziata: per funzionare hanno bisogno, infatti, di un apporto di immondizia costante e, insieme al resto, per facilitare la combustione, bruciano anche carta, legno e plastica, proprio quella parte di rifiuti che i cittadini selezionano a monte pensando di contribuire alla catena del riciclaggio. E se nell’ottica della riduzione e del risparmio questo tipo di impianti, il cui costo rimane estremamente alto, risulta a dir poco sconveniente, se si considerano anche i danni alla salute e all’ambiente, appare difficile capire perché ci si ostini a percorrere questa strada. Gli impianti di incenerimento rifiuti emettono, infatti, sostanze altamente contaminanti, mettendo in serio pericolo la salute dei cittadini.   Diossine, furani, piombo, cadmio, mercurio e una miriade di altri inquinanti che i dispositivi preposti al controllo neanche riescono a monitorare. La maggior parte dei composti dispersi nell’aria sono persistenti, rimangono nei tessuti degli animali e si trasferiscono da un organismo all’altro accumulandosi nella catena alimentare. Sono causa di numerose patologie, dai disturbi respiratori ai tumori più comuni, nel nostro Paese in aumento. In Italia di impianti del genere ce ne sono oltre 50.   La Regione con il numero più alto è la Lombardia, poi vengono l’Emilia Romagna e la Toscana. Nel Lazio è prevista la costruzione dell’inceneritore più grande. Ma il fronte del dissenso continua a crescere, le realtà locali non smettono di incontrarsi e ieri, da Parma è arrivato unitario un nuovo “basta”.

inceneritore_pinocchio

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Perchè abbiamo presenziato al Consiglio Comunale straordinario

Marzo 25, 2010

In questo video sono spiegati i motivi per i quali, come Assemblea Permanente contro il Pericolo Chimico e come privati cittadini, abbiamo voluto assistere e far sentire la nostra opinione al Consiglio Comunale straordinario tenutosi il giorno 18 marzo scorso.

Nella rassegna stampa (qui e qui) il resoconto della giornata.

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Corteo acqueo contro l’inceneritore di Marghera

Febbraio 17, 2010

Dalla Nuova di Venezia — 16 febbraio 2010

Venezia, corteo acqueo contro l’inceneritore di Marghera

I manifestanti erano a bordo di tre imbarcazioni con striscioni contro il trattamento dei rifuti tossico-nocivi e una finta ciminiera da cui usciva fumo grigio. Alla sede della giunta regionale sono state portate oltre 10.000 firme di cittadini di Marghera, Mestre e Venezia che chiedono alla Regione di rinunciare al progetto sull’inceneritore Sg31

VENEZIA. Corteo acqueo a Venezia di una delegazione dell’Assemblea permanente contro il rischio chimico di Marghera e di esponenti delle associazioni ambientaliste per protestare contro il progetto della Regione sull’inceneritore Sg31. Il corteo è partito da piazzale Roma e ha raggiunto palazzo Balbi, sede della Regione.

I manifestanti erano a bordo di tre imbarcazioni con striscioni contro il trattamento dei rifuti tossico-nocivi provenienti da tutta Italia nell’impianto di Marghera e una finta ciminiera da cui usciva fumo grigio. Fra musica e slogan contrari alla riapertura dell’Sg31, sono state portate alla sede della giunta regionale oltre 10.000 firme di cittadini di Marghera, Mestre e Venezia – sottolineano i promotori – che chiedono alla Regione di rinunciare al progetto. “Farebbe del nostro territorio la pattumiera dell’intero Veneto”, dicono infatti gli ambientalisti.

Assente l’assessore Marangon, trattenuto a Rovigo da impegni istituzionali, una piccola delegazione è stata ricevuta dal capo di gabinetto della giunta Regionale e da un dirigente del settore Ambiente, ai quali, dopo aver espresso soddisfazione per il nuovo rinvio della delibera che avrebbe dato il via libera al riavvio dell’SG 31, i manifestanti hanno presentato due richieste:

la prima, che la Regione si presenti a Marghera per illustrare pubblicamente le proprie intenzioni sull’SG 31, confrontandosi con la popolazione, prima di approvare qualsiasi atto;

la seconda, che in ogni caso la convenzione contenga l’obbligo di trattare a Marghera esclusivamente fanghi biologici provenienti dal ciclo integrato delle acque del bacino locale, vietando esplicitamente la possibilità di alimentare la piattaforma SG 31 con fanghi o altri rifiuti speciali e tossico-nocivi provenienti dall’esterno.

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10.000 firme non sono uno scherzo!

Febbraio 16, 2010

Questa mattina una delegazione ha consegnato in Regione le 10.000 firme della popolazione contro la riattivazione ed il potenziamento dell’inceneritore SG31, inceneritore di rifiuti chimici e industriali tossico-nocivi.

Consegna 10000 firme NO SG31 in Regione Veneto

La Giunta Regionale, ormai agli sgoccioli del mandato, sta ballando il proprio “canto del cigno”: con una velocità ed una solerzia che stupirebbero perfino il Ministro della Pubblica Amministrazione, sta cercando in tutti i modi di portare a compimento l’iter di autorizzazione per la riattivazione dell’inceneritore. Trafile burocratiche che normalmente si svolgono nell’arco di mesi si stanno compiendo di settimana in settimana, in modo da poter consegnare alla prossima giunta un bell’impianto vecchio (del 1972) e fumante (diossine).

Tutto questo sta avvenendo tentando di tenere i cittadini il più possibile all’oscuro: difficilissimo sapere le date e gli orari delle riunioni di Giunta, impossibile conoscere gli ordini del giorno. Sospetta inoltre la coincidenza col periodo del carnevale, argomento che a Venezia in questi giorni riempie le testate giornalistiche e  manifestazione nella quale una delegazione diretta agli uffici della Regione rischia di essere confusa con un corteo qualsiasi.

Ma nessuno sta scherzando. Diecimila persone hanno espresso la propria volontà, diecimila persone chiedono di vivere in un ambiente migliore, diecimila persone rivendicano il proprio diritto alla salute e questi argomenti non sono burle.

Anche se domani è martedì grasso 10.000 firme non sono uno scherzo.

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SG31 non brucerà il nostro futuro

Dicembre 10, 2009

manifestazione contro la riapertura dell’inceneritore SG31

LA REGIONE USA I NOSTRI SOLDI PER AVVELENARCI

  • Nel 1972 viene attivato l’inceneritore SG31, progettato e costruito per trattare i rifiuti chimici e industriali di Porto Marghera
  • Nel 2008 l’inceneritore SG31 viene fermato perché il polo chimico di Porto Marghera non produce abbastanza rifiuti per alimentarlo
  • Oggi la Regione vuole acquistare dai privati l’inceneritore, un impianto attualmente fermo ed economicamente in perdita
  • Domani la Regione intende lucrare riattivando e potenziando l’impianto SG31 per bruciare rifiuti tossici provenienti da tutta Italia

DIOSSINA_________________________ Seveso
ISOCIANATO DI  METILE___________ Bhopal
AMIANTO_________________________Casale Monferrato
CVM (cloruro di vinile monomero)__Marghera

FERMIAMOLI SUBITO!!!  NO A MARGHERA PATTUMIERA CHIMICA D’ITALIA

La riattivazione dell’inceneritore SG31 comporta lo stoccaggio ed il trattamento di 100.000 tonnellate di rifiuti tossici l’anno, trasportati da circa 16.000 autotreni con conseguente aumento delle polveri sottili.
La società che gestisce il trasporto e lo stoccaggio dei rifiuti è la S.T.E. (Servizi Tecnologici per l’Ecologia) di Jeroncich, indagato in passato per traffico di rifiuti, e Gavioli, che ha appena chiuso la SIRMA per sfruttarne i terreni lasciando senza lavoro 200 persone.
Il piano regolatore regionale vieta l’insediamento di questi impianti a Marghera ma la commissione V.I.A. (Valutazione di Impatto Ambientale) può superare il divieto e dare il via libera alla Regione.
La Regione sta pensando anche di potenziare l’impianto SG31 del 25% mettendo in funzione un forno gemello di quello attualmente esistente.

E’ QUESTA LA RICONVERSIONE ECOCOMPATIBILE DELLA VECCHIA AREA INDUSTRIALE  DI  PORTO MARGHERA  CHE TUTTI  PROMETTONO?

Altro che bonifiche e salvaguardia dei posti di lavoro, business per i soliti e tumori per molti!!!

Incontro cittadini ogni giovedì alle 21.00 a Marghera – piazza del Municipio 14

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