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Mobilitazioni in vista per Porto Marghera

Maggio 3, 2011

Intervista a Roberto Trevisan, dell’Assemblea permanente conto il rischio chimico
Da Carta, 3 maggio 2011, sezione Nord Est

La fine del ciclo del cloro a Porto Marghera era la richiesta di un referendum popolare del 2006 partecipato da 80mila persone. Ora che quella fine sta per diventare realtà non è aria di festeggiamenti. Per settembre è prevista una nuova mobilitazione: un sondaggio di massa attraverso questionari per capire che destino vogliono gli abitanti di Marghera per l’immensa zona industriale.
«Stiamo arrivando al tramonto di quel tipo di produzione così come avevamo previsto – racconta Roberto Trevisan dell’assemblea contro il rischio chimico -, il mercato del pvc è crollato per la crisi, arriviamo a questo punto per inerzia, senza programmazione politica, senza alternative e con le bonifiche al palo».
E’ dal 2009 che la Vinilys, la più grande industria chimica italiana – stabilimenti a Marghera, Ravenna e Porto Torres – è in crisi: nel 2008 l’inglese Ineos, azionista unico della Vinyls, ha abbandonato la produzione in Italia. L’industriale Fiorenzo Sartor, nel 2009, ha comprato la Vilnys, ma dopo meno di un mese ha gettato la spugna. Da qui il commissariamento e lo stop della produzione. Le offerte per l’acquisto non abbondano e, se ci sono, riguardano gli impianti di Ravenna e Porto Torres. Per i 160 operai dello stabilimento di porto Marghera, impegnati in una lotta disperata che gli ha condotti sulla cima della torre del petrolchimico un recente intervento della Regione dovrebbe garantire la copertura totale della cassa integrazione. Questa è l’unica buona notizia per gli operai del ciclo del cloro.
Per gli abitanti di Marghera, reduci da decenni di nocività e lutti, nulla di chiaro e definito: «Porto Marghera oggi è come il far west, immense aree dismesse, un luogo strategico che fa gola a molti, c’è pure la possibilità che il peggio della vecchia gestione dell’area industriale ritorni realtà» sottolinea Trevisan. Come nel caso dell’inceneritore Sg31 che una cordata di discussi imprenditori come Jeroncich e Gaviol, vecchie conoscenze in zona, voleva utilizzare per bruciare rifiuti speciali e tossici da tutta Italia e «rispolverando l’idea di utilizzare Porto Marghera come immondezzaio» denuncia l’esponente ambientalista. Le mobilitazioni dei cittadini e l’azione dell’amministrazione comunale hanno tarpato le ali al progetto delimitando l’utilizzo ai soli rifiuti locali.
La logistica sembra la chiave di volta per la riconversione della zona industriale e l’autorità portuale, guidata da Paolo Costa [il commissario del Dal Molin] sembra l’unico soggetto con le risorse economiche e le idee per intervenire concretamente. Di circa un anno fa l’acquisto dell’ex area Agrimont. «Diventare solo uno scalo per container non è detto che sia il destino migliore possibile per Porto Marghera – racconta Trevisan -, per questo è bene che la parola ritorni agli abitanti di Marghera e che le decisioni non rimangano appannaggio degli opachi poteri forti che si affacciano sulla laguna».

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Liberiamo la Riviera del Brenta

Marzo 5, 2011

Sabato 12 marzo anche Marghera sara’ presente alla manifestazione LIBERIAMO LA RIVIERA.

Parlare delle problematiche ambientali della Riviera del Brenta e Mirese significa confrontarsi anche con  Porto Marghera, con i fumi inquinanti e cancerogeni che quasi quotidianamente, per effetto dei venti dominanti, attraversano i confini di Marghera per riversarsi a Mira, Dolo e gli altgri comuni della zona. Lo sanno bene  gli  abitanti di quel territorio che sempre di piu’ devono affidarsi alle cure dell’ospedale di Dolo per curarsi da tumori polmonari e altro, come quei bambini che soffrono in maniera esponenziale di asma e bronchiti croniche risultanti da un’esposizione prolungata all’inquinamento chimico.

Tra Marghera e Dolo la distanza non è grande: una decina di kilometri dove interessi potenti si applicano per consumare suolo e polmoni.

Ma un altro filo importante lega questi 10 km e sono i progetti comuni, il futuro che si vuole dare  a questa area. Uno per tutti il polo logistico di Dogaletto. Un progetto dell’Autorita’ portuale che potrebbe avere delle ripercussioni positive se indirizzato all’utilizzo delle aree dismesse di Porto Marghera invece che a quelle di pregio di Gambarare e d’intorni. Sono anni che la popolazione di Marghera chiede che nella nostra zona industriale vengano eliminate le produzioni più pericolose  e vengano effettuate le bonifiche per permettere l’introduzione di nuove attività ecocompatibili. Invece i progetti vanno in direzione opposta: riapertura della produzione cvm-pvc, nessuna bonifica, tentativi per fortuna impediti di farne la discarica di rifiuti tossico nocivi d’Italia dirottando la logistica verso altre aree. Sia ben chiaro che non immaginiamo per Porto Marghera un futuro fatto solo di camion che trasportano merci ma auspichiamo che il progetto “polo logistico” utilizzi non la gomma ma la rete fluviale (vedi idrovia per Padova) abolendo la nefasta romea commerciale.  Ripensare i progetti per la Riviera, non dimenticando la Città della moda  nell’ottica di riconvertire Porto Marghera, è perciò uno dei tanti motivi che ci porterà sabato 12 a manifestare insieme a tutti quegli uomini e donne che quotidianamente dal basso lottano e si impegnano per salvaguardare la propria salute e il proprio territorio.

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ricorso del Comune di Venezia al TAR contro l’inceneritore SG31

Luglio 27, 2010

L’ASSEMBLEA PERMANENTE CONTRO IL RISCHIO CHIMICO organizza con le associazioni ambientaliste (Ass. Bortolozzo, Medicina democratica, Ambiente Venezia, Ecoistituto, WWF, Greenpeace, Comitati contro inceneritori Silea e Mogliano) per giovedi 29 luglio alle 9,30 un presidio davanti al TAR in strada Nuova a Venezia (Cannaregio 2277) in occasione della udienza del TAR in merito alla richiesta del Comune di Venezia sulla sospensione dei lavori al forno inceneritore SG31, autorizzato dalla Regione a bruciare 100.000 tonellate all’anno di rifiuti pericolosi provenienti da fuori Marghera.

Dopo il presidio del 1 luglio e il rinvio della sentenza al 29, ora i cittadini in rappresentanza delle associazioni, malgrado le vacanze, saranno presenti in un “happening” per ricordare  questo importante momento e la contrarietà della popolazione (ricordiamo che sono state raccolte  e consegnate in Regione 12.000 firme contro questo progetto e che i Consigli Comunale e Provinciale si sono espressi contro questo riavvio del forno inceneritore). Si invita la cittadinanza a partecipare e sono stati sollecitati a presenziare il Sindaco, l’Assessore all’ambiente e il Presidente della Municipalità di Marghera.

Un provvedimento giudiziale che intanto ordinasse la sospensione dei lavori sarebbe già un grande passo in avanti per fermare l’abominio dell’inceneritore, che con le sue emissioni peggiorerebbe sicuramente la qualità della vita del nostro territorio, e potrebbe segnare un primo freno alla nascita di un “polo rifiuti” a Marghera (ricordiamo che in commissione VIA sono in discussione le richieste di impianto di stoccaggio rifiuti speciali pericolosi STE per 100.000 t/a, di potenziamento dell’impianto trattamento rifiuti speciali pericolosi Alles, di aumento di volumi del trattamento di rifiuti speciali pericolosi Simar, di potenziamento dell’inceneritore rifiuti urbani di Fusina di Veritas).

Si riportano le motivazioni sostanziali addotte dal Comune per il ricorso :
-    l’area dell’SG31 non è stata ancora bonificata come imposto dal Ministero dell’Ambiente nel 2008
-    il Piano Regolatore comunale vieta impianti di trattamento rifiuti privati in conto terzi e industrie insalubri di prima classe, cioè con  sostanze cancerogene e tossiche come quelle che tratterebbe  l’SG31. La Regione, con la propria delibera, ha violato queste norme ampliando i codici di rifiuti conferibili e espandendo il bacino di utenza oltre il petrolchimico.
-    Le opere edilizie nuove autorizzate sono variante allo strumento urbanistico vigente ed è competenza della Provincia , e non della Regione, autorizzare queste varianti in base alla Legge Regionale 11/04.
-    la Regione ha giudicato non sostanziali le varianti all’impianto esistente, mentre le nuove strutture ricettive per i fanghi (vasche e serbatoi), l’essicatore di fanghi, il traffico di mezzi indotto dall’arrivo di rifiuti dal nord Italia, la nuova tipologia di rifiuti (non solo solidi ma anche liquidi) implicano modifiche sostanziali alle emissioni in aria e al rumore prodotto; la variante sostanziale avrebbe dovuto quindi seguire un iter di screening di VIA. Inoltre, se la modifica è sostanziale ricade anche nell’art. 16 della legge finanziaria regionale 11/10 che vieta ogni nuova autorizzazione finchè non venga approvato il Piano regionale rifiuti speciali.
-    il Comune è già ampliamente fuori norma rispetto ai limiti di PM10 in aria, se partirà anche l’SG31 ci saranno nuove emissioni e un peggioramento dell’aria con diffusione di sostanze cancerogene e tossiche e ciò non è ammissibile per la tutela della salute pubblica. Oltretutto la Regione stessa, al termine della indagine epidemiologica condotta nel veneziano sugli effetti della diossina, conclude dicendo che bisogna cercare alternative all’incenerimento dei rifiuti per tutelare la salute.

Assemblea Permanente contro il rischio chimico

F. Rigosi

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A Monselice, contro il cementificio che vuol bruciare i rifiuti

Maggio 28, 2010

Da Carta – 27/05/2010 – Giulio Todescan – www.carta.org

Sabato 29 maggio a Monselice si gioca una partita importante nella battaglia contro il «revamping» dell’Italcementi, il progetto di ristrutturare l’esistente cementificio con una nuova torre alta 122 metri e l’apertura a nuovi materiali da bruciare, compreso il cdr, ovvero i rifiuti. La manifestazione [partenza alle 16.30 da piazza Mazzini] di sabato nella cittadina della bassa padovana arriva in un momento di forti contrapposizioni: negli ultimi giorni c’è stato il voto a sorpresa del consiglio comunale che ha bocciato il progetto Italcementi, spaccando la maggioranza del sindaco di centrodestra Francesco Lunghi; c’è stata poi la presa di posizione dei consigli pastorali di alcune parrocchie, contrarie; e infine il parere della commissione tecnica del Parco dei colli Euganei, che ha definito il nuovo cementificio «incompatibile» con le finalità del Parco stesso. Ma è esplosa anche la contraddizione più grande, quella fra la necessità di liberarsi di un modello di sviluppo insostenibile e la difesa dei posti di lavoro.

La posizione dei sindacati e dei cento [duecento con l'indotto] lavoratori dei tre cementifici di Monselice si è andata polarizzando in favore del progetto, che prevede altri trent’anni di lavorazione del cemento. Ne parliamo con Francesco Miazzi, consigliere comunale di Città Futura, lo scorso anno sfidante al ballottaggio dell’attuale sindaco, e anima dei comitati che si oppongono al revamping. «Questa è fra le quattro aree più inquinate del Veneto insieme a Porto Marghera, Porto Tolle e la valle del Chiampo. Fra chi verrà alla manifestazione ci sono anche i consigli pastorali del quartiere vicino al cementificio, con i figli di chi ci lavora. Sono ragioni ben radicate quelle del territorio stanco di vivere in un ambiante inquinato – dice Miazzi -. Chiediamo di venire qui sabato perché qui si gioca una battaglia fra le più difficili, dove la contraddizione tra ambiente e lavoro si esprime in modo più doloroso, ma apre anche lo spiraglio per un dibattito finalmente serio sul modello di sviluppo. L’unico parallelo in Veneto si può fare con Porto Marghera, più in grande».

La piccola Marghera della bassa è fatta di tre inceneritori in cinque km quadrati [un record], con emissioni di polveri e diossine superiori in media del 30 per cento rispetto agli inceneritori, perché per fare il cemento si brucia un po’ di tutto: sabbie di fonderia ricche di residui di metalli, gessi chimici provenienti da Marghera, tonnellate di ceneri da tutto il nord Italia. Il nostro paese ha una produzione annua di cemento di 800 kg per abitante, il Veneto 1200. La media europea 400. La crisi e l’aumento dei costi hanno comunque abbattuto la produzione negli ultimi anni, e la risposta per abbattere i costi è il revamping, che aprirebbe alla possibilità di usare il redditizio cdr, i rifiuti da bruciare per fare il cemento. Nel 1996 Italcementi provò ad usare i copertoni esausti, nel 2001 fu la volta delle farine animali, ipotesi sempre respinte. Bruciando i rifiuti, i cementifici ci guadagnerebbero e potrebbero «stare sul mercato» ancora per anni. «Uno dei cementifici di Monselice sta per siglare un accordo con centro trattamento rifiuti di Sarzano [Rovigo] che tratta i rifiuti meccanicamente e li porterà nel cementificio – spiega Miazzi -. Portare i rifiuti in discarica costa 100 euro a tonnellata. Portarla in cementificio solo 50 euro di tonnellata. Invece di usare carbone e pet coke il cementificio riceverebbe soldi per ogni tonnellata smaltita. Per sostituire una tonnellata di carbone servono 2 tonnellate di cdr: doppio guadagno al posto di una spesa».

I 27 comuni della zona, il Parco, le parrocchie, alcune categorie economiche e ora anche il consiglio comunale di Monselice pensano invece che questa crisi sia l’occasione per uscire dalla monocoltura del cemento, anche affrontando il ricatto dei posti di lavoro. «In paese si respira un clima di scontro sociale fortissimo. Ma c’è anche molta partecipazione: il consiglio comunale è stato seguito da 700 persone in in video da un’aula magna, ed è stato trasmesso in diretta tv su Tele Estense – prosegue Miazzi -. Tre quarti della sala era popolazione contraria al revamping, un quarto erano sindacalisti, operai e i loro familiari. L’unico strumento democratico sarebbe il referendum ma nessuno si è sognato di concederlo. D’altra parte nessuno vuole chiudere i cementifici da un giorno all’altro: il documento dei sindaci [di tutti i partiti] pone con forza il discorso di aprire un tavolo e verificare cosa si può fare per l’occupazione. Le mobilitazioni di questi giorni chiedono di sospendere l’iter del progetto per discutere togliendo la pistola dal tavolo».

Dall’altra parte però il sindacato, partendo da posizioni dialoganti, si è irrigidito negli ultimi tempi, appoggiando senza riserve il progetto Italcementi. «Ci sono parti del sindacato meno rigide, ma non si sono ancora evidenziate. Ora c’è un appiattimento tra Cisl e Cgil, che prima facevano dei distinguo, la Cgil è stata contraria all’uso combustibili alternativi, negli anni scorsi. Ma chi era contro copertoni e farine animali ora appoggia il cdr. Le persone però vivono un disagio pesante: quando in una via a ridosso del cementificio hai tre bambini con shock anafilattico, quando la gente chiude le finestre perché arrivano zaffate di aria irrespirabile, il discorso di salvare cento posti di lavoro passa in secondo piano».

La torre di 122 metri che campeggia nei rendering dei progetti Italcementi sarebbe più alta della casa del Petrarca ad Arquà, che si staglia sui colli poco lontani. La torre – che si propone elegante e «firmata» – è percepita da molti come la croce sopra alle speranze del Parco, che negli anni ha costruito una piccola economia di agriturismi, agricoltura di qualità e turismo. L’ultima parola sulla questione la dirà la giunta provinciale di Padova, fra tre mesi. Francesco Miazzi ricorda come trent’anni fa furono chiuse le cave, a Monselice, fra le proteste, e come ora nessuno si sognerebbe di riaprirle.

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Inceneritori, ora basta

Aprile 18, 2010

da Terra – 18/4/2010 – Rossella Anitori – www.terranews.it

Riuscita la manifestazione a Parma

MOBILITAZIONE.
Ieri a Parma la prima manifestazione nazionale contro gli impianti di incenerimento dei rifiuti. Alla giornata di protesta hanno aderito centinaia di comitati provenienti da ogni parte d’Italia.
La loro è una lotta impopolare. Non incontra il favore della politica e le istituzioni preferiscono non sentirne parlare. Portarla avanti è difficile e richiede un grande impegno. Una presenza costante, caparbietà, competenza e coraggio. Eppure, il numero di cittadini disposti a mobilitarsi contro gli inceneritori cresce di giorno in giorno. Ieri, a Parma c’è stata la prima manifestazione nazionale, un appuntamento convocato dal coordinamento locale a cui hanno risposto le tante realtà attive sul territorio. Da Aosta a Palermo i comitati cittadini contro gli impianti di incenerimento rifiuti si contano a centinaia.   E la dinamica con cui entrano in scena è sempre la stessa: in difesa del territorio dove abitano, minacciato dalla mire affaristiche dell’imprenditore di turno, interessato a realizzare l’ennesimo forno in cui bruciare i rifiuti. Del resto in Italia questo tipo di impianti assorbe la maggior parte dei fondi destinati alle energie rinnovabili (Cip 6). Chi investe nella costruzione di un inceneritore è destinato a guadagnare: basti pensare che il proprietario di un impianto può rivendere al Gestore dei servizi elettrici l’energia prodotta a un costo maggiore rispetto a quello di mercato. Usufruendo di tutte le agevolazioni previste per le fonti rinnovabili, anche se di alternativo ha ben poco.   Anzi disincentivano la prevenzione nella produzione dei rifiuti e la raccolta differenziata: per funzionare hanno bisogno, infatti, di un apporto di immondizia costante e, insieme al resto, per facilitare la combustione, bruciano anche carta, legno e plastica, proprio quella parte di rifiuti che i cittadini selezionano a monte pensando di contribuire alla catena del riciclaggio. E se nell’ottica della riduzione e del risparmio questo tipo di impianti, il cui costo rimane estremamente alto, risulta a dir poco sconveniente, se si considerano anche i danni alla salute e all’ambiente, appare difficile capire perché ci si ostini a percorrere questa strada. Gli impianti di incenerimento rifiuti emettono, infatti, sostanze altamente contaminanti, mettendo in serio pericolo la salute dei cittadini.   Diossine, furani, piombo, cadmio, mercurio e una miriade di altri inquinanti che i dispositivi preposti al controllo neanche riescono a monitorare. La maggior parte dei composti dispersi nell’aria sono persistenti, rimangono nei tessuti degli animali e si trasferiscono da un organismo all’altro accumulandosi nella catena alimentare. Sono causa di numerose patologie, dai disturbi respiratori ai tumori più comuni, nel nostro Paese in aumento. In Italia di impianti del genere ce ne sono oltre 50.   La Regione con il numero più alto è la Lombardia, poi vengono l’Emilia Romagna e la Toscana. Nel Lazio è prevista la costruzione dell’inceneritore più grande. Ma il fronte del dissenso continua a crescere, le realtà locali non smettono di incontrarsi e ieri, da Parma è arrivato unitario un nuovo “basta”.

inceneritore_pinocchio

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Perchè abbiamo presenziato al Consiglio Comunale straordinario

Marzo 25, 2010

In questo video sono spiegati i motivi per i quali, come Assemblea Permanente contro il Pericolo Chimico e come privati cittadini, abbiamo voluto assistere e far sentire la nostra opinione al Consiglio Comunale straordinario tenutosi il giorno 18 marzo scorso.

Nella rassegna stampa (qui e qui) il resoconto della giornata.

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Corteo acqueo contro l’inceneritore di Marghera

Febbraio 17, 2010

Dalla Nuova di Venezia — 16 febbraio 2010

Venezia, corteo acqueo contro l’inceneritore di Marghera

I manifestanti erano a bordo di tre imbarcazioni con striscioni contro il trattamento dei rifuti tossico-nocivi e una finta ciminiera da cui usciva fumo grigio. Alla sede della giunta regionale sono state portate oltre 10.000 firme di cittadini di Marghera, Mestre e Venezia che chiedono alla Regione di rinunciare al progetto sull’inceneritore Sg31

VENEZIA. Corteo acqueo a Venezia di una delegazione dell’Assemblea permanente contro il rischio chimico di Marghera e di esponenti delle associazioni ambientaliste per protestare contro il progetto della Regione sull’inceneritore Sg31. Il corteo è partito da piazzale Roma e ha raggiunto palazzo Balbi, sede della Regione.

I manifestanti erano a bordo di tre imbarcazioni con striscioni contro il trattamento dei rifuti tossico-nocivi provenienti da tutta Italia nell’impianto di Marghera e una finta ciminiera da cui usciva fumo grigio. Fra musica e slogan contrari alla riapertura dell’Sg31, sono state portate alla sede della giunta regionale oltre 10.000 firme di cittadini di Marghera, Mestre e Venezia – sottolineano i promotori – che chiedono alla Regione di rinunciare al progetto. “Farebbe del nostro territorio la pattumiera dell’intero Veneto”, dicono infatti gli ambientalisti.

Assente l’assessore Marangon, trattenuto a Rovigo da impegni istituzionali, una piccola delegazione è stata ricevuta dal capo di gabinetto della giunta Regionale e da un dirigente del settore Ambiente, ai quali, dopo aver espresso soddisfazione per il nuovo rinvio della delibera che avrebbe dato il via libera al riavvio dell’SG 31, i manifestanti hanno presentato due richieste:

la prima, che la Regione si presenti a Marghera per illustrare pubblicamente le proprie intenzioni sull’SG 31, confrontandosi con la popolazione, prima di approvare qualsiasi atto;

la seconda, che in ogni caso la convenzione contenga l’obbligo di trattare a Marghera esclusivamente fanghi biologici provenienti dal ciclo integrato delle acque del bacino locale, vietando esplicitamente la possibilità di alimentare la piattaforma SG 31 con fanghi o altri rifiuti speciali e tossico-nocivi provenienti dall’esterno.

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10.000 firme non sono uno scherzo!

Febbraio 16, 2010

Questa mattina una delegazione ha consegnato in Regione le 10.000 firme della popolazione contro la riattivazione ed il potenziamento dell’inceneritore SG31, inceneritore di rifiuti chimici e industriali tossico-nocivi.

Consegna 10000 firme NO SG31 in Regione Veneto

La Giunta Regionale, ormai agli sgoccioli del mandato, sta ballando il proprio “canto del cigno”: con una velocità ed una solerzia che stupirebbero perfino il Ministro della Pubblica Amministrazione, sta cercando in tutti i modi di portare a compimento l’iter di autorizzazione per la riattivazione dell’inceneritore. Trafile burocratiche che normalmente si svolgono nell’arco di mesi si stanno compiendo di settimana in settimana, in modo da poter consegnare alla prossima giunta un bell’impianto vecchio (del 1972) e fumante (diossine).

Tutto questo sta avvenendo tentando di tenere i cittadini il più possibile all’oscuro: difficilissimo sapere le date e gli orari delle riunioni di Giunta, impossibile conoscere gli ordini del giorno. Sospetta inoltre la coincidenza col periodo del carnevale, argomento che a Venezia in questi giorni riempie le testate giornalistiche e  manifestazione nella quale una delegazione diretta agli uffici della Regione rischia di essere confusa con un corteo qualsiasi.

Ma nessuno sta scherzando. Diecimila persone hanno espresso la propria volontà, diecimila persone chiedono di vivere in un ambiente migliore, diecimila persone rivendicano il proprio diritto alla salute e questi argomenti non sono burle.

Anche se domani è martedì grasso 10.000 firme non sono uno scherzo.

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