Stai visitando l'archivio per inceneritore.

Gavioli e la STE

Novembre 24, 2011

Comunicato stampa dell’Assemblea Permanente contro il rischio chimico Marghera

La vicenda giudiziaria, che ha portato agli arresti il sig. Gavioli per evasione fiscale e violazione delle norme ambientali legate al traffico di rifiuti, pone in primo piano anche gli interessi legati a società e progetti che Gavioli ha nel nostro territorio, STE (Servizi Tecnologici per l’Ecologia con sede a Marghera) in testa.
Ricordiamo che Gavioli dirige questa società con il socio Jaroncic e che ambedue sono già stati in passato inquisiti per traffico illecito di rifiuti.
Nel 2009 STE ha presentato il progetto di stoccare e trattare nell’area petrolchimico – inceneritore Sg31 oltre 100.000 t/a di rifiuti tossico-nocivi provenienti da tutta Italia.
La forte mobilitazione popolare unita ad un’incisiva presa di posizione del comune di Venezia fino ad oggi hanno impedito che questo progetto, che avrebbe trasformato Marghera nella pattumiera d’Italia, si avverasse. Il congelamento di questo progetto ha permesso agli enti pubblici di ripensare all’uso dell’Sg31, legandolo ad un nuovo piano rifiuti che utilizzi transitoriamente l’Sg31 per i fanghi industriali di Porto Marghera e per la combustione di CDR.
Gavioli, però, non ha mai ritirato il suo progetto tanto che l’iter burocratico sta continuando in commissione VIA, che questa estate ha iniziato ad esaminarlo.
I reati contestati a Gavioli confermano che, se passa questo progetto, anche Marghera subirà lo sporco businnes dei rifiuti con impianti in mano a professionisti della truffa pronti a tutto pur di asservire ambiente e salute al proprio profitto.
Dopo la chiusura della Sirma operata da Gavioli non possiamo ridare in mano parti importanti di Porto Marghera a chi ormai, a detta di cittadini e lavoratori, è persona indesiderata a Venezia.
A fronte di queste considerazioni chiediamo alla Regione e alla Commissione VIA di bloccare per sempre il progetto STE.

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L’Efsa indaghi sugli inceneritori

Novembre 8, 2011

Il deputato europeo Zanoni lo chiede a Catherine Geslain-Laneelle
Comunicato dell’Associazione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma – GCR. Parma

La notizia è clamorosa e sta facendo il giro del web.
In Commissione Ambiente al Parlamento Europeo, il deputato dell’Italia dei Valori Andrea Zanoni ha portato al centro dell’Europa la questione inceneritori, chiedendo all’Authority sulla sicurezza alimentare uno studio sugli effetti degli impianti sulle colture agricole.
Geslain-Lanéelle ha ringraziato Zanoni per aver portato alla sua attenzione la situazione: “E’ importante difendere la salute dei cittadini, per questo l’agenzia monitora costantemente i prodotti alimentari del Paesi membri”. La direttrice Efsa si è dimostrata disponibile a raccogliere e valutare le segnalazioni fatte dall’eurodeputato che promette di “interessare le autorità europee ogni volta che quelle italiane falliscono nel proteggere la nostra salute”.
Un petardo che sta scatenando il putiferio e che porta le dovute conseguenze a Parma, visto che nella richiesta dell’eurodeputato si fa espresso riferimento all’inceneritore di Ugozzolo, citandolo come “impianto in costruzione a fianco di Barilla”.
La notizia viene riportata dai siti web: Parma Today, Gazzetta di Parma on line, Ansa, Qui Brescia, proprio mentre Iren conferma l’investimento parmigiano e l’intenzione di accendere il camino tra un anno. E’ in prima pagina sul sito web dell’eurodeputato: www.andreazanoni.it
Lo studio sugli effetti delle emissioni degli inceneritori sul comparto agricolo non è ancora stato affrontato a livello comunitario ed è la prima volta che viene tirata in ballo direttamente l’Efsa, che ha sede proprio a Parma e che finora non si era interessata alla vicenda, pur avendo come mission la sicurezza degli alimenti e quindi anche il controllo su tutti gli aspetti antropici che potrebbero mettere a rischio le produzioni alimentari.
Non a caso Zanone cita il colosso della pasta che dista circa un km dall’impianto, un camino che a regime emetterà 144mila metri cubi di aria sporca all’ora, ponendo tanti quesiti e preoccupazioni all’importante dirimpettaio.
La richiesta di indagare sugli effetti delle emissioni degli inceneritori era venuta proprio un anno,m era il 5 novembre, al convegno organizzato a Mezzocorona da Nimby Trentino, la nostra associazione (Gcr) e il Comitato Ambiente Salute e Legalità di Verona.
Da Parma era intervenuto Mario Schianchi della Strada del Prosciutto e dei Vini dei Colli.
Il guru dei vini Mario Fregoni aveva lanciato un forte allarme sui rischi che corre la viticoltura vicina a questo tipo di impianti. Ora finalmente la svolta al Parlamento Europeo, che siamo sicuri porterà un nuovo importante tassello nella lotta contro gli inceneritori di ogni tipo e latitudine.
Fregoni, docente alla Cattolica di Piacenza, presidente del Comitato Italiano Vini Doc, è considerato il maggior esperto a livello mondiale di viticoltura, avendo pubblicato 300 ricerche e 11 libri sul tema.
Il Gcr ha chiesto durante la serata all’Astra, in cui hanno partecipato Ezio Orzes, Jack Macy e da Napoli Raphael Rossi, una moratoria di 5 anni sull’inceneritore in costruzione a Parma.

Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma – GCR

-29 giorni alla sentenza nel merito del Tar di Parma sul cantiere dell’inceneritore
+526 giorni dalla richiesta a Iren del Piano Economico Finanziario del Pai, forse perché l’inceneritore costa 315 milioni di euro?

Mancherebbero 180 giorni all’accensione del forno. Se ancora lo si farà.

www.reteambienteparma.org
www.gestionecorrettarifiuti.it

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Considerazioni sulle biomasse a uso energetico

Marzo 18, 2011

Pubblichiamo, in anteprima rispetto alla pubblicazione sul periodico Gaia n. 47 (primavera 2011), l’articolo del Dott. Gianni Tamino, docente di Biologia generale e Fondamenti di Diritto ambientale al Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova; docente del Corso di specializzazione in Bioetica a Padova.

Biomassa è un termine che riunisce una gran quantità di materiali, di natura molto eterogenea: è biomassa tutto ciò che ha una natura organica ottenuta attraverso processi biologici. Sono biomasse quei materiali organici che si riproducono naturalmente, in modo ciclico (rinnovabili). La biomassa rappresenta la principale forma di accumulo dell’energia solare, che consente alle piante di convertire la CO2 atmosferica in materia organica, tramite il processo di fotosintesi.
Le biomasse utilizzabili possono essere costituite da residui delle coltivazioni destinate all’alimentazione umana o animale, da piante espressamente coltivate per scopi energetici (produzione di biodiesel o alcol), da residui forestali, da scarti di attività industriali (come i trucioli di legno), da scarti delle aziende zootecniche o dalla parte organica dei rifiuti urbani.
Per capire quando le biomasse agricole possono essere considerate sostenibili e rinnovabili è bene analizzare i flussi di energia. Le calorie contenute nei vegetali un tempo derivavano quasi esclusivamente dall’energia solare, salvo l’energia umana e animale utilizzata per il lavoro dei campi (comunque garantita dal cibo). Ma dopo la rivoluzione industriale, si cercò non solo di aumentare la superficie coltivata, ma anche di aumentarne la resa produttiva, impiegando altre fonti di energia oltre quella solare.
La Rivoluzione Verde, iniziata negli anni ’60, ha comportato, oltre ad un forte incremento di produttività, anche un notevole aumento di energia impiegata in agricoltura. Questa energia aggiuntiva non proviene da un aumento della luce solare disponibile, ma è fornita dai combustibili fossili sotto forma di fertilizzanti (petrolio e gas naturale, principale materia prima per la produzione di urea), pesticidi (industrie agrochimiche) ed energia fossile per la lavorazione del terreno, per i trasporti, per l’irrigazione, per le trasformazioni, ecc. La Rivoluzione Verde ha aumentato di circa 50 volte il flusso di energia, rispetto all’agricoltura tradizionale e nel sistema alimentare degli Stati Uniti sono necessarie fino a 10 calorie di energia fossile per produrre una caloria di cibo consegnato al consumatore. Considerando solo la produzione dei fertilizzanti, servono circa due tonnellate di petrolio (in energia) per produrre e spargere una tonnellata di concime azotato: gli Stati Uniti in un anno consumano quasi 11 milioni di tonnellate di fertilizzanti e ciò corrisponde a poco meno di cento milioni di barili di petrolio.
Anche in Italia, secondo una ricerca dell’ENEA compiuta nel 1978-79, considerando il rendimento energetico della sola produzione, il rapporto fra l’energia ricavata dal raccolto (output) e l’energia necessaria a produrre il medesimo raccolto (input) era inferiore ad uno ed è ragionevole pensare che tale rapporto sia peggiorato nel corso degli ultimi 25 anni.
Questi dati dimostrano anche che la superficie destinata all’agricoltura industrializzata non è in grado di assorbire la CO2, come potrebbe farlo un bosco o un prato di dimensioni equivalenti, perché la produzione agricola produce più CO2 di quanta possa assorbirne; pertanto la CO2 prodotta dalla combustione delle biomasse non è compensata da quella asoorbita dalle piante.
Inoltre, dato il basso rendimento energetico delle piante (meno dell’1% dell’energia solare è trasformata in calorie nella biomassa vegetale) e i consumi di energia fossile per coltivarle, se si volesse coltivare piante come fonte di energia per gran parte dei nostri consumi, dovremmo avere a disposizione più pianeti Terra trasformati in coltivazioni energetiche (ovviamente distruggendo foreste e non producendo cibo!). A questo proposito Mario Giampietro, in un Convegno tenuto a Padova nel 2006, ha spiegato che per coprire il 10% dei consumi energetici italiani servirebbe una superficie tre volte superiore alla terra attualmente arabile nel nostro paese, che non produce eccedenze di cibo, ma anzi importa cereali dall’estero.
L’utilizzo delle biomasse va poi considerato rinnovabile se quanto è sottratto all’ambiente naturale o agricolo corrisponde a quanto nuovamente verrà riprodotto in quell’area: in un anno si possono togliere all’ambiente tanti quintali di biomassa, quanti in quell’anno l’ambiente riprodurrà o naturalmente o artificialmente (coltivazioni agricole o riforestazioni). Non è rinnovabile la deforestazione del sud del mondo o il disboscamento delle nostre montagne.

Gli utilizzi delle biomasse
Per quanto riguarda gli utilizzi energetici proposti per le biomasse, possiamo riferirci alla combustione di legname, paglia o oli vegetali per produrre calore e/o elettricità, all’impiego di carburanti di origine vegetale come il biodiesel o il bioalcol nei mezzi di trasporto o all’impiego di scarti industriali e/o rifiuti organici (trasformati in CDR, combustibile da rifiuti) nelle centrali termoelettriche e negli inceneritori. Ma oltre alla combustione possiamo avere altri usi energetici delle biomasse: ad esempio la trasformazione chimica, in appositi digestori anaerobici, del materiale organico in biogas, cioè metano da utilizzare per qualunque uso (produzione di calore ed elettricità o come carburante da trazione). Questa trasformazione è particolarmente efficace per tutti gli scarti e reflui di origine zootecnica, agricola ed alimentare.
C’è poi un’altra e, forse, più importante utilizzazione delle biomasse: la produzione di compost per l’agricoltura, cioè materiale organico opportunamente fatto maturare e mescolato alla terra per garantire il ripristino degli elementi nutritivi nei campi agricoli.
L’utilizzo principale delle biomasse dovrebbe essere simile a ciò che si verifica in natura: prima di tutto cibo, poi ripristino della fertilità del suolo e diretto utilizzo dei materiali (fibre tessili, recupero di sostanze utili ecc.). Pertanto risulta utile il recupero della frazione organica dei rifiuti urbani (purché sia stata fatta una adeguata raccolta differenziata), degli scarti delle industrie alimentari, dei mercati ortofrutticoli, delle mense ecc. per produrre compost da impiegare in agricoltura. Va bene anche la produzione dai reflui e dai liquami di biogas e fanghi stabilizzati, analoghi al compost.
Va invece valutata diversamente la coltivazione di piante a fini energetici, per produrre o biomasse da bruciare o combustibili come biodiesel o bioalcol: è infatti molto discutibile la sottrazione di suolo agricolo alla produzione di cibo per produrre prodotti energetici. Ad esempio, alcune ricerche hanno messo in luce che la superficie degli Stati Uniti destinabile alla produzione di biomasse è limitata e che lo sviluppo dell’energia basata sulle biomasse avverrebbe a spese della produzione di cibo. David Pimentel, come abbiamo visto, ha messo in luce che le biomasse hanno una bassissima resa energetica, se si calcola tutto il ciclo produttivo e si fa un adeguato bilancio tra energia spesa ed energia ottenuta.
Può aver senso un uso limitato, soprattutto domestico, del riscaldamento a legna, ottenuta con la normale manutenzione agricola e forestale, senza intaccare il patrimonio boschivo, mentre è privo di senso l’utilizzo del territorio agricolo per ottenere biomasse come surrogati del petrolio. È assurdo pensare che le foreste possano supplire alla richiesta di energia necessaria al funzionamento di centrali termiche.

Impatti di una centrale elettrica a olio vegetale
Molti studi indicano l’impossibilità di approvvigionarsi di oli vegetali da un’area prossima alla centrale, una delle condizioni per valutare la sostenibilità (come chiarisce uno studio della Camera di Commercio di Padova dell’aprile 2007 dal titolo “Produzione di energia da Oli Vegetali”) e pertanto gran parte del combustibile sarà olio di palma, importato da paesi molto lontani, ottenuto da piante pluriennali, che vengono coltivate distruggendo foreste tropicali.
La produzione degli oli da piante oleaginose, come soia, girasole o colza, presentano bilanci energetici negativi, se fatti sull’intero ciclo di vita, dal campo alla centrale (dati di David Pimentel) e pertanto negativo è anche il bilancio della CO2. A queste considerazioni va aggiunto che la coltivazione di palme da olio assorbe circa un decimo dell’anidride carbonica assorbita dalla foresta originaria.
Una centrale a oli vegetali produce energia elettrica per combustione dell’olio in motori tipo diesel, con emissioni non molto dissimili da quelle che si sarebbero ottenute con gasolio. Infatti molti studi indicano che un motore diesel alimentato con oli vegetali ha un calo di prestazioni, un aumento delle concentrazioni di polveri sottili e di PM10, con aumento delle frazioni più pericolose, inferiori a 2 µm, un contenuto di IPA (idrocarburi policiclici aromatici, cancerogeni) di circa 2 volte quello del gasolio e un aumento delle concentrazioni di ossidi di azoto (studio realizzato nel 2002 dalla Provincia di Bologna).
Ma altre ricerche evidenziano la possibilità che si formino anche altri pericolosi composti che si diffonderanno nell’ambiente, come PCB e diossine, formaldeide e acroleina e infine ozono (tutte sostanze ignorate o sottovalutate delle aziende proponenti). L’ozono è un inquinante secondario che si forma in atmosfera a partire dagli ossidi di azoto, se le condizioni sono favorevoli, come quelle estive (smog fotochimico). La combustione di biomasse produce significative emissioni di ossidi d’azoto e quindi d’estate aumenterà la concentrazione di ozono, pericoloso per la salute.

Conclusioni
Dovendo far fronte da un lato ad una popolazione mondiale in crescita, che ha bisogno di cibo, e dall’altro a disponibilità sempre minori di fonti fossili, che comunque inquinano e comportano il rischio di cambiamenti climatici, l’agricoltura può contribuire alla domanda di energia se si evolve verso sistemi più sostenibili che:
- migliorino l’efficienza energetica (ad esempio l’agricoltura biologica usa l’energia in modo molto più efficiente e riduce notevolmente le emissioni di CO2);
- utilizzino fertilizzanti di origine organica (l’agricoltura biologica ristabilisce la materia organica del suolo, aumentando la quantità di carbonio sequestrato nel terreno, quindi sottraendo significative quantità di carbonio dall’atmosfera);
- impieghino fonti energetiche rinnovabili e riducano la distanza tra produzione e consumo (filiera corta);
- eventualmente utilizzino come biomasse ad uso energetico, per uso locale, gli scarti dell’attività agricola.

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Un freno agli inceneritori camuffati da centrali a biomasse

Febbraio 16, 2011

LE PROPOSTE E LE INIZIATIVE DEI COMITATI VENETI RAGGIUNGONO UN PRIMO RISULTATO IN CONSIGLIO REGIONALE:
VOTATO UN ARTICOLO DELLA LEGGE FINANZIARIA CHE METTE UN FRENO AL DILAGARE DI COMBUSTIONE DI BIOMASSE

Quello che è successo oggi, mercoledì 16 .2.2011 in Consiglio regionale del Veneto non si può chiamare una svolta storica, ma è certo un primo passo importante verso una seria regolamentazione della combustione di “biomasse”.
Il coordinamento veneto dei comitati contro la combustione dei rifiuti ha inondato i consiglieri di mail con la richiesta che gli impianti per “biomasse” siano alimentati solo da scarti di produzione della propria attività (agricola, zootecnica, forestale e di lavorazione del legno). Ha inoltre richiesto che i pannelli fotovoltaici vengano autorizzati esclusivamente sulle coperture di immobili esistenti e comunque in terreni non agricoli.
E’ stato un giorno di discussioni accese, incontri del Presidente del Consiglio Regionale Veneto e poi dell’assessore e dei capigruppo con i rappresentanti del coordinamento. Alla fine è stato votato un articolo che stabilisce una moratoria (cioè non possono essere rilasciate autorizzazioni) per gli impianti fotovoltaici a terra in area agricola superiori ai 200 Kw e, cosa molto più importante, per gli impianti alimentati da biomassa superiori ai 500 Kw , nonchè per quelli da biogas superiori a 1000 kw.

Tutto ciò in attesa di un piano energetico-stralcio per le energie rinnovabili da votare entro il 2011.

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COMBUSTIONE zero – RICICLO totale della materia

Ottobre 29, 2010

Da CO.RE.Ri – Coordinamento Regionale Rifiuti Campania – 29 ottobre 2010

ALLA REDAZIONE ANNO ZERO

c/a Michele Santoro

Abbiamo seguito con attenzione la trasmissione di ieri, 28 ottobre 2010.

Purtroppo il messaggio è stato ancora una volta parziale, e di parte, ed ha perpetuato l’immagine ormai ammuffita del sud che si lamenta. Contestualmente si è affermata l’apologia incontrastata del ciclo integrato dei rifiuti.

Bertolaso ha potuto difendere la scelta del Governo di costruire 4 inceneritori in Campania, ha potuto addirittura lodare la disponibilità di De Luca ad accogliere un impianto sul territorio del suo Comune o della Provincia di Salerno.

La trasversalità a favore della combustione si è conclamata. De Luca ha potuto evocare il Sindaco di Pontecagnano, sottolineando l’estraneità delle amministrazioni dalla partita economico finanziaria dell’inceneritore salernitano. Ha detto con orgoglio: “..sarà in mano ai privati”. Come fosse un vanto! La provincia di Salerno, in balia di nuovi potentati privati! Quali privati? Il business dei rifiuti si sposta dalle discariche alla combustione.

Un chiaro allarme parte da Terzigno: non sono stati i comitati di cittadini a bruciare camion di rifiuti, tantomeno sono stati i cittadini a devastare le isole ecologiche, ma, probabilmente chi è contro la raccolta differenziata e sa che si guadagna dalle discariche come dalla combustione.

Noi siamo gruppi responsabili di persone schiacciate tra interessi paralleli e contrapposti, di fronte ad uno Stato che sembra arrendersi a troppe difficoltà. Di tutto questo non si è discusso ieri sera. Si è, piuttosto, parlato dell’efficienza dell’inceneritore di Brescia, come se a Brescia non ci fossero problemi simili a quelli di Acerra, compresa la pregressa contaminazione del sito. Castelli ha potuto evidenziare che la Toscana è al vertice nella produzione di rifiuti pro capite. In barba alla riduzione di un piccolo paesello: Capannori. Si è ascoltata la protesta di un “singolo” Sindaco, “l’unico” ha detto Santoro, che viene “castigato” per aver promosso la raccolta differenziata. Non è l’unico, e sono tanti i cittadini penalizzati per il mancato riciclo della materia raccolta separatamente. In molti subiscono le conseguenze della scelta pro incenerimento che si sta affermando nel consorzio CONAI:  la raccolta differenziata non viene remunerata e le tariffe non scendono. Dunque i cittadini collaborano e gli amministratori si rivelano incapaci di promuovere o fare mercato.

Anche di questo non si è parlato. Largo spazio a Sodano, senza contraddittorio, solo per dire che Acerra dovrebbe bruciare il CDR, non per altro, così si è ribadito che la raccolta differenziata deve essere fatta, ma non si può fare il porta a porta, quasi fosse impossibile puntare davvero ad un modello economico alternativo! Secondo ANNO ZERO dobbiamo accettare l’ineludibilità della combustione dei rifiuti, solo perché  si è deciso di fermare il vero riciclo-riuso dei materiali. Anche il tema della provincializzazione è stato declinato in maniera scorretta: non si deve guardare il problema solo dal punto di vista dei Comuni, la provincializzazione non danneggia solo perché impone percorsi e aziende centralizzate, ma soprattutto perché deresponsabilizza il governo della Regione dal ruolo fondamentale di indirizzo e di programmazione che potrebbe produrre veri cambiamenti nell’organizzazione del territorio e delle priorità ambientali, sociali, agricole e industriali, che costituiranno, o dovrebbero costituire, il nostro futuro.

ANNO ZERO ha, dunque, replicato un rimpallo di responsabilità senza dare voce alla proposta costruttiva dei cittadini. Il CO.RE.Ri. ha proposto da anni soluzioni fattibili. Ribadiamo COMBUSTIONE ZERO – RICICLO TOTALE DELLA MATERIA perché sappiamo che è fattibile: la raccolta porta a porta si può fare, l’economia del riciclo e della valorizzazione del territorio è in linea con l’attuale crisi globale che richiede un ritorno a logiche di mercato reale. Di questo vorremmo parlare. Il tema è nazionale e non limitato alla Campania.

Traiamo spunto dalla frase pronunciata da Santoro in chiusura di trasmissione: “di questo parleremo con Napoli”, ed evidenziamo che Napoli sta già discutendo; stampa e media dovrebbero dare a Napoli, al CoReri e alla Campania la possibilità di affermare le proprie ragioni, affinché possano diventare fatti e contagiare in positivo il resto del Paese, dove molti comitati, insieme a noi, si stanno preoccupando per l’attuale aggressione a territori, potenzialità di crescita e, soprattutto, salute e diritti dei cittadini.

A nostro avviso, censurare oltre la visibilità dei cittadini, che hanno le risposte e che potrebbero inchiodare politici e industriali alle loro responsabilità, costituisce un grave danno all’evoluzione delle regole democratiche nel nostro Paese.

I salotti televisivi non hanno alcun credito laddove pianificano le parti in commedia ed antepongono la dimostrazione dell’ipotesi preconcetta alla reale contrapposizione delle tesi. Invertendo questa tendenza si potrà sviluppare un vero  dibattito e recuperare quella credibilità dei media, che oggi è fortemente in discussione; solo così i media svolgeranno il loro ruolo primario, evitando di ripetersi quali vetrine e sponsor di interessi di parte alimentando confusione e disinformazione e contribuendo a tenere il Paese fermo al palo.

Napoli, 29/10/2010

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ricorso del Comune di Venezia al TAR contro l’inceneritore SG31

Luglio 27, 2010

L’ASSEMBLEA PERMANENTE CONTRO IL RISCHIO CHIMICO organizza con le associazioni ambientaliste (Ass. Bortolozzo, Medicina democratica, Ambiente Venezia, Ecoistituto, WWF, Greenpeace, Comitati contro inceneritori Silea e Mogliano) per giovedi 29 luglio alle 9,30 un presidio davanti al TAR in strada Nuova a Venezia (Cannaregio 2277) in occasione della udienza del TAR in merito alla richiesta del Comune di Venezia sulla sospensione dei lavori al forno inceneritore SG31, autorizzato dalla Regione a bruciare 100.000 tonellate all’anno di rifiuti pericolosi provenienti da fuori Marghera.

Dopo il presidio del 1 luglio e il rinvio della sentenza al 29, ora i cittadini in rappresentanza delle associazioni, malgrado le vacanze, saranno presenti in un “happening” per ricordare  questo importante momento e la contrarietà della popolazione (ricordiamo che sono state raccolte  e consegnate in Regione 12.000 firme contro questo progetto e che i Consigli Comunale e Provinciale si sono espressi contro questo riavvio del forno inceneritore). Si invita la cittadinanza a partecipare e sono stati sollecitati a presenziare il Sindaco, l’Assessore all’ambiente e il Presidente della Municipalità di Marghera.

Un provvedimento giudiziale che intanto ordinasse la sospensione dei lavori sarebbe già un grande passo in avanti per fermare l’abominio dell’inceneritore, che con le sue emissioni peggiorerebbe sicuramente la qualità della vita del nostro territorio, e potrebbe segnare un primo freno alla nascita di un “polo rifiuti” a Marghera (ricordiamo che in commissione VIA sono in discussione le richieste di impianto di stoccaggio rifiuti speciali pericolosi STE per 100.000 t/a, di potenziamento dell’impianto trattamento rifiuti speciali pericolosi Alles, di aumento di volumi del trattamento di rifiuti speciali pericolosi Simar, di potenziamento dell’inceneritore rifiuti urbani di Fusina di Veritas).

Si riportano le motivazioni sostanziali addotte dal Comune per il ricorso :
-    l’area dell’SG31 non è stata ancora bonificata come imposto dal Ministero dell’Ambiente nel 2008
-    il Piano Regolatore comunale vieta impianti di trattamento rifiuti privati in conto terzi e industrie insalubri di prima classe, cioè con  sostanze cancerogene e tossiche come quelle che tratterebbe  l’SG31. La Regione, con la propria delibera, ha violato queste norme ampliando i codici di rifiuti conferibili e espandendo il bacino di utenza oltre il petrolchimico.
-    Le opere edilizie nuove autorizzate sono variante allo strumento urbanistico vigente ed è competenza della Provincia , e non della Regione, autorizzare queste varianti in base alla Legge Regionale 11/04.
-    la Regione ha giudicato non sostanziali le varianti all’impianto esistente, mentre le nuove strutture ricettive per i fanghi (vasche e serbatoi), l’essicatore di fanghi, il traffico di mezzi indotto dall’arrivo di rifiuti dal nord Italia, la nuova tipologia di rifiuti (non solo solidi ma anche liquidi) implicano modifiche sostanziali alle emissioni in aria e al rumore prodotto; la variante sostanziale avrebbe dovuto quindi seguire un iter di screening di VIA. Inoltre, se la modifica è sostanziale ricade anche nell’art. 16 della legge finanziaria regionale 11/10 che vieta ogni nuova autorizzazione finchè non venga approvato il Piano regionale rifiuti speciali.
-    il Comune è già ampliamente fuori norma rispetto ai limiti di PM10 in aria, se partirà anche l’SG31 ci saranno nuove emissioni e un peggioramento dell’aria con diffusione di sostanze cancerogene e tossiche e ciò non è ammissibile per la tutela della salute pubblica. Oltretutto la Regione stessa, al termine della indagine epidemiologica condotta nel veneziano sugli effetti della diossina, conclude dicendo che bisogna cercare alternative all’incenerimento dei rifiuti per tutelare la salute.

Assemblea Permanente contro il rischio chimico

F. Rigosi

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A Monselice, contro il cementificio che vuol bruciare i rifiuti

Maggio 28, 2010

Da Carta – 27/05/2010 – Giulio Todescan – www.carta.org

Sabato 29 maggio a Monselice si gioca una partita importante nella battaglia contro il «revamping» dell’Italcementi, il progetto di ristrutturare l’esistente cementificio con una nuova torre alta 122 metri e l’apertura a nuovi materiali da bruciare, compreso il cdr, ovvero i rifiuti. La manifestazione [partenza alle 16.30 da piazza Mazzini] di sabato nella cittadina della bassa padovana arriva in un momento di forti contrapposizioni: negli ultimi giorni c’è stato il voto a sorpresa del consiglio comunale che ha bocciato il progetto Italcementi, spaccando la maggioranza del sindaco di centrodestra Francesco Lunghi; c’è stata poi la presa di posizione dei consigli pastorali di alcune parrocchie, contrarie; e infine il parere della commissione tecnica del Parco dei colli Euganei, che ha definito il nuovo cementificio «incompatibile» con le finalità del Parco stesso. Ma è esplosa anche la contraddizione più grande, quella fra la necessità di liberarsi di un modello di sviluppo insostenibile e la difesa dei posti di lavoro.

La posizione dei sindacati e dei cento [duecento con l'indotto] lavoratori dei tre cementifici di Monselice si è andata polarizzando in favore del progetto, che prevede altri trent’anni di lavorazione del cemento. Ne parliamo con Francesco Miazzi, consigliere comunale di Città Futura, lo scorso anno sfidante al ballottaggio dell’attuale sindaco, e anima dei comitati che si oppongono al revamping. «Questa è fra le quattro aree più inquinate del Veneto insieme a Porto Marghera, Porto Tolle e la valle del Chiampo. Fra chi verrà alla manifestazione ci sono anche i consigli pastorali del quartiere vicino al cementificio, con i figli di chi ci lavora. Sono ragioni ben radicate quelle del territorio stanco di vivere in un ambiante inquinato – dice Miazzi -. Chiediamo di venire qui sabato perché qui si gioca una battaglia fra le più difficili, dove la contraddizione tra ambiente e lavoro si esprime in modo più doloroso, ma apre anche lo spiraglio per un dibattito finalmente serio sul modello di sviluppo. L’unico parallelo in Veneto si può fare con Porto Marghera, più in grande».

La piccola Marghera della bassa è fatta di tre inceneritori in cinque km quadrati [un record], con emissioni di polveri e diossine superiori in media del 30 per cento rispetto agli inceneritori, perché per fare il cemento si brucia un po’ di tutto: sabbie di fonderia ricche di residui di metalli, gessi chimici provenienti da Marghera, tonnellate di ceneri da tutto il nord Italia. Il nostro paese ha una produzione annua di cemento di 800 kg per abitante, il Veneto 1200. La media europea 400. La crisi e l’aumento dei costi hanno comunque abbattuto la produzione negli ultimi anni, e la risposta per abbattere i costi è il revamping, che aprirebbe alla possibilità di usare il redditizio cdr, i rifiuti da bruciare per fare il cemento. Nel 1996 Italcementi provò ad usare i copertoni esausti, nel 2001 fu la volta delle farine animali, ipotesi sempre respinte. Bruciando i rifiuti, i cementifici ci guadagnerebbero e potrebbero «stare sul mercato» ancora per anni. «Uno dei cementifici di Monselice sta per siglare un accordo con centro trattamento rifiuti di Sarzano [Rovigo] che tratta i rifiuti meccanicamente e li porterà nel cementificio – spiega Miazzi -. Portare i rifiuti in discarica costa 100 euro a tonnellata. Portarla in cementificio solo 50 euro di tonnellata. Invece di usare carbone e pet coke il cementificio riceverebbe soldi per ogni tonnellata smaltita. Per sostituire una tonnellata di carbone servono 2 tonnellate di cdr: doppio guadagno al posto di una spesa».

I 27 comuni della zona, il Parco, le parrocchie, alcune categorie economiche e ora anche il consiglio comunale di Monselice pensano invece che questa crisi sia l’occasione per uscire dalla monocoltura del cemento, anche affrontando il ricatto dei posti di lavoro. «In paese si respira un clima di scontro sociale fortissimo. Ma c’è anche molta partecipazione: il consiglio comunale è stato seguito da 700 persone in in video da un’aula magna, ed è stato trasmesso in diretta tv su Tele Estense – prosegue Miazzi -. Tre quarti della sala era popolazione contraria al revamping, un quarto erano sindacalisti, operai e i loro familiari. L’unico strumento democratico sarebbe il referendum ma nessuno si è sognato di concederlo. D’altra parte nessuno vuole chiudere i cementifici da un giorno all’altro: il documento dei sindaci [di tutti i partiti] pone con forza il discorso di aprire un tavolo e verificare cosa si può fare per l’occupazione. Le mobilitazioni di questi giorni chiedono di sospendere l’iter del progetto per discutere togliendo la pistola dal tavolo».

Dall’altra parte però il sindacato, partendo da posizioni dialoganti, si è irrigidito negli ultimi tempi, appoggiando senza riserve il progetto Italcementi. «Ci sono parti del sindacato meno rigide, ma non si sono ancora evidenziate. Ora c’è un appiattimento tra Cisl e Cgil, che prima facevano dei distinguo, la Cgil è stata contraria all’uso combustibili alternativi, negli anni scorsi. Ma chi era contro copertoni e farine animali ora appoggia il cdr. Le persone però vivono un disagio pesante: quando in una via a ridosso del cementificio hai tre bambini con shock anafilattico, quando la gente chiude le finestre perché arrivano zaffate di aria irrespirabile, il discorso di salvare cento posti di lavoro passa in secondo piano».

La torre di 122 metri che campeggia nei rendering dei progetti Italcementi sarebbe più alta della casa del Petrarca ad Arquà, che si staglia sui colli poco lontani. La torre – che si propone elegante e «firmata» – è percepita da molti come la croce sopra alle speranze del Parco, che negli anni ha costruito una piccola economia di agriturismi, agricoltura di qualità e turismo. L’ultima parola sulla questione la dirà la giunta provinciale di Padova, fra tre mesi. Francesco Miazzi ricorda come trent’anni fa furono chiuse le cave, a Monselice, fra le proteste, e come ora nessuno si sognerebbe di riaprirle.

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Inceneritori, ora basta

Aprile 18, 2010

da Terra – 18/4/2010 – Rossella Anitori – www.terranews.it

Riuscita la manifestazione a Parma

MOBILITAZIONE.
Ieri a Parma la prima manifestazione nazionale contro gli impianti di incenerimento dei rifiuti. Alla giornata di protesta hanno aderito centinaia di comitati provenienti da ogni parte d’Italia.
La loro è una lotta impopolare. Non incontra il favore della politica e le istituzioni preferiscono non sentirne parlare. Portarla avanti è difficile e richiede un grande impegno. Una presenza costante, caparbietà, competenza e coraggio. Eppure, il numero di cittadini disposti a mobilitarsi contro gli inceneritori cresce di giorno in giorno. Ieri, a Parma c’è stata la prima manifestazione nazionale, un appuntamento convocato dal coordinamento locale a cui hanno risposto le tante realtà attive sul territorio. Da Aosta a Palermo i comitati cittadini contro gli impianti di incenerimento rifiuti si contano a centinaia.   E la dinamica con cui entrano in scena è sempre la stessa: in difesa del territorio dove abitano, minacciato dalla mire affaristiche dell’imprenditore di turno, interessato a realizzare l’ennesimo forno in cui bruciare i rifiuti. Del resto in Italia questo tipo di impianti assorbe la maggior parte dei fondi destinati alle energie rinnovabili (Cip 6). Chi investe nella costruzione di un inceneritore è destinato a guadagnare: basti pensare che il proprietario di un impianto può rivendere al Gestore dei servizi elettrici l’energia prodotta a un costo maggiore rispetto a quello di mercato. Usufruendo di tutte le agevolazioni previste per le fonti rinnovabili, anche se di alternativo ha ben poco.   Anzi disincentivano la prevenzione nella produzione dei rifiuti e la raccolta differenziata: per funzionare hanno bisogno, infatti, di un apporto di immondizia costante e, insieme al resto, per facilitare la combustione, bruciano anche carta, legno e plastica, proprio quella parte di rifiuti che i cittadini selezionano a monte pensando di contribuire alla catena del riciclaggio. E se nell’ottica della riduzione e del risparmio questo tipo di impianti, il cui costo rimane estremamente alto, risulta a dir poco sconveniente, se si considerano anche i danni alla salute e all’ambiente, appare difficile capire perché ci si ostini a percorrere questa strada. Gli impianti di incenerimento rifiuti emettono, infatti, sostanze altamente contaminanti, mettendo in serio pericolo la salute dei cittadini.   Diossine, furani, piombo, cadmio, mercurio e una miriade di altri inquinanti che i dispositivi preposti al controllo neanche riescono a monitorare. La maggior parte dei composti dispersi nell’aria sono persistenti, rimangono nei tessuti degli animali e si trasferiscono da un organismo all’altro accumulandosi nella catena alimentare. Sono causa di numerose patologie, dai disturbi respiratori ai tumori più comuni, nel nostro Paese in aumento. In Italia di impianti del genere ce ne sono oltre 50.   La Regione con il numero più alto è la Lombardia, poi vengono l’Emilia Romagna e la Toscana. Nel Lazio è prevista la costruzione dell’inceneritore più grande. Ma il fronte del dissenso continua a crescere, le realtà locali non smettono di incontrarsi e ieri, da Parma è arrivato unitario un nuovo “basta”.

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